Chissà se domenica pomeriggio Julio Velasco, nel momento in cui Jordan Thompson si apprestava a scagliare fuori il pallone che ci avrebbe di lì a breve incoronato della gloria olimpica, ha pensato a quel maledetto attacco di Andrea Giani passato pochi centimetri al di là dell’asta ad Atlanta, ventotto anni fa. Verrebbe da pensare che tutti l’avrebbero fatto, tranne lui. Potrebbe infatti suonare poco sincero e vagamente beffardo il ribadire che l’oro olimpico non era un’ossessione proprio nel giorno in cui questo meraviglioso traguardo è arrivato, ma, se c’è un uomo per cui questo retropensiero non vale, questo è il leggendario allenatore della Nazionale di pallavolo.
Nato a La Plata, trasferitosi per studiare filosofia a Buenos Aires per timore di diventare, come il fratello, uno dei migliaia di desaparecidos e diventato per passione allenatore di pallavolo nei dilettanti (per poi diventare il migliore), Julio Velasco identifica il perfetto uomo di sport: non solo per la straordinaria intelligenza tattica, la capacità di gestione del gruppo o il palmarès (quattro campionati argentini con il Ferro Carril Oeste, quattro campionati italiani e tre Coppa Italia con la Panini Modena, due Mondiali, tre Europei e cinque World League con la Nazionale Italiana maschile, due campionati asiatici con l’Iran, i giochi panamericani con l’Argentina, da domenica i Giochi Olimpici), ma per aver avuto il coraggio di vincere ammettendo che lo sport non ha nulla a che fare con la malsana ossessione del trionfo a tutti i costi e si basa, invece, su dettagli spesso impossibili da preparare e da prevedere. Due palloni possono determinare la differenza fra una vittoria e una sconfitta, ma non devono cambiare la grande considerazione e il rispetto per il lavoro svolto e l’impegno perennemente profuso dai suoi ragazzi e dalle sue ragazze.

Drogati e assuefatti dal linguaggio tragico e melodrammatico a cui siamo troppo spesso abituati nel calcio, le sue meravigliose interviste concesse a Rai Sport subito dopo i 3-0 a Turchia e Stati Uniti sono apparse come un’oasi nel deserto, un segnale divino che ci fa pensare che allora in Italia non tutto è perduto. Vedere Julio Velasco, sinceramente emozionato per la bravura e l’abnegazione delle sue ragazze, definirsi come un uomo in pace che punta alla vittoria senza averla come una mania e capace di trovare un pensiero per celebrare la nazionale maschile anche dopo il deludente quarto posto parigino, sottolineando quanto il movimento sia in uno straordinario stato di salute (“Basta parlare di quest’oro che manca, non se ne può più”), riconcilia con lo sport nel suo senso più nobile e puro e fa davvero pensare che questo signore argentino, che vince trofei da sei decenni (il primo campionato argentino è datato 1979) rappresenti l’archetipo assoluto di Commissario Tecnico, applicabile probabilmente a tutti gli altri sport.
Il trionfo di Parigi si è infatti basato su tre concetti fondamentali: deresponsabilizzazione, orgoglio e serietà. Raccogliendo i cocci della gestione Mazzanti, dallo scorso novembre Velasco ha creato, citando Paola Egonu, “la squadra che non eravamo”, togliendo la fuoriclasse di Cittadella dai riflettori e dalle attenzioni spesso morbose e tossiche dell’opinione pubblica e facendola tornare il martello inscalfibile dei giorni migliori (capace di fare 85 punti fra quarti, semifinale e finale). Il CT ha saputo inoltre portare il giusto equilibrio fra l’entusiasmo delle nostre nuove leve, Giovannini e Antropova su tutte, la potenza atletica di Sylla, la stabilità di capitan Danesi e l’emozione della last dance dalla leggendaria Moki De Gennaro, senza mai parlare apertamente di vittoria ma godendosi appieno ogni momento, gonfio sempre più d’orgoglio per aver raggiunto per la prima volta rispettivamente i quarti, la semifinale, la finale e la medaglia d’oro. Le indicazioni tattiche nei time-out sono state segno di un uomo perfettamente padrone della propria squadra e del proprio tempo, a cui bastava un’indicazione tattica sussurrata e un’occhiataccia per farsi paternamente comprendere, senza mai soffermarsi sulla palla sbagliata ma con l’occhio della tigre fisso sul punto successivo.

Per quanto il metodo-Velasco nel calcio sia già stato tentato e sia già fallito, con le dimissioni da direttore generale della Lazio nel 1999 dopo appena una stagione e la pessima esperienza accanto a Marcello Lippi all’Inter l’anno successivo, non può non balzare all’occhio la grande differenza intercorsa fra la sua gestione e quella di Luciano Spalletti nell’altro grande evento sportivo dell’estate, l’Europeo di calcio in Germania. Al netto delle evidenti differenze tecniche e di caratura degli interpreti in campo (a parte forse Donnarumma, il calcio italiano non ha neanche lontanamente un’Egonu, una Sylla, un’Antropova), fa impressione notare quanto i comandamenti del successo di Velasco non siano stati neanche lontanamente gli stessi dell’allenatore di Certaldo. Al di là delle scellerate scelte delle ultime partite, che hanno denotato una totale assenza di strategia e studio, incomprensibile per un allenatore con la sua intelligenza tattica (il 4-2-fantasia contro la Spagna, El Shaarawy titolare contro la Svizzera con appena 103’ giocati prima sotto la sua gestione, l’incaponirsi con Di Lorenzo, Darmian schierato a sinistra…), con le sue dichiarazioni passivo-aggressive su PlayStation, scherzi e rumori Spalletti ha sortito l’effetto opposto rispetto alla calma olimpica (anzi, olimpionica) dell’allenatore argentino.
Mentre l’Italvolley è migliorata partita dopo partita, concedendo l’unico set di tutti i suoi Giochi nella prima partita contro la Repubblica Domenicana e arrivando in condizioni psicofisiche eccezionali agli appuntamenti decisivi, la Nazionale di calcio ha dato l’impressione di essere costituita da un gruppo completamente sfaldato, stanco, senza fuoco e senza tattiche, che non vedeva l’ora che questo strazio finisse (l’assenza di lacrime dopo l’eliminazione contro la Svizzera in questo senso è indicativa). Non sappiamo ancora se la danza di Julio Velasco alla guida della nazionale di pallavolo continuerà o se si è giunti all’ultimo tango in azzurro: tuttavia, per riuscire a ritrovare un’idea di calcio sufficiente a qualificarci ai prossimi mondiali, probabilmente Luciano Spalletti non dovrebbe chiamare in una passerella fine a sé stessa Del Piero, Totti, Rivera, Antognoni e Baggio (a cui Velasco ha consigliato di non tormentarsi più per Pasadena), ma prendere un caffè o un mate con il più grande Commissario Tecnico che abbia mai allenato una Nazionale Italiana.