Il Mondiale è cominciato con il rumore dei gol. 75 reti nelle prime 24 partite completate al primo giro di boa, una media record di 3,12 a gara: goleade, rimonte, partite larghe e qualche risultato che, in un torneo meno allargato, sarebbe sembrato fuori scala. La Germania ne ha fatti sette, la Svezia cinque, gli Stati Uniti, la Norvegia e l’Inghilterra quattro, Argentina e Francia hanno aperto il loro torneo con la naturalezza delle grandi squadre che sanno ancora far male. Il nuovo formato, con più squadre, più differenze tecniche e più partite, è iniziato con una certa abbondanza.
Eppure, sotto questa superficie rumorosa, si muove un’inquietudine più sottile che non riguarda il numero dei gol, ma la loro provenienza. Dei 75 gol della prima giornata, solo 21 sono arrivati da centravanti puri o punte centrali riconoscibili: circa il 28%, il dato peggiore dal mondiale in Sudafrica nel 2010 (in cui furono 4 su 25, il 16%). Il dato sale a 25, cioè un terzo esatto, se dentro la categoria allarghiamo il perimetro ai terminali moderni e ai falsi nove, di cui fanno parte Mbappé e Messi.
Il campione rimane troppo ridotto per mettere in piedi delle vere e proprie certezze, ma il confronto con Qatar 2022 rende il segnale ancora più interessante. Nella prima giornata del Mondiale precedente, su 41 gol in 16 partite, 13 erano stati segnati da centravanti puri o punte centrali, pari al 31,7%; allargando il campo ai terminali moderni, il dato saliva a 19 reti, il 46,3%.
In valore assoluto, quindi, il Mondiale 2026 produce un maggior numero di reti dei numeri 9 (anche perché si giocano otto partite in più), ma nel peso specifico il calo è evidente: quattro anni fa passava quasi un gol su due da una figura centrale dell’attacco, considerando anche falsi nove e terminali mobili, mentre oggi siamo a uno su tre. Significa che due terzi dei gol sono arrivati da esterni, trequartisti, centrocampisti, difensori, autogol, inserimenti o seconde palle, mentre il vecchio numero 9 segna meno di quanto il prestigio del torneo potrebbe far presagire.
Tuttavia, quando c’è un terminale vero come Haaland o Kane, la differenza rimane tangibile. Il primo ha dato alla Norvegia una scorciatoia contro l’Iraq con due gol, in una gara che non è stata pulita come il 4-1 potrebbe suggerire. Nonostante momenti sporchi, passaggi imprecisi e fasi meno controllate, Haaland ha dato l’impressione di poter trasformare in ogni occasione l’acqua in vino, con uno strapotere fisico quasi imbarazzante. La stessa centralità di Kane contro la Croazia: due gol, uno su rigore (prima sbagliato poi ribattuto) e uno di testa, con una presenza che va oltre alla fase realizzativa. L’attaccante del Bayern Monaco arretra, cuce il gioco, difende, partecipa alla manovra e rappresenta al meglio la punta che ogni allenatore vorrebbe nel momento in cui un’occasione deve diventare gol.
Mbappé e Messi raccontano un’altra evoluzione. Mbappé non vive da nove classico, però attacca la porta con un istinto da nove purissimo. I due gol contro il Senegal hanno ricordato che il terminale moderno può partire largo, correre nello spazio e comunque essere il punto finale dell’azione dei francesi, come successo in 11 degli ultimi 14 gol dei transalpini alla Coppa del Mondo. Analizzare l’hat-trick di Messi contro l’Algeria sotto il punto di vista tattico è invece forse riduttivo e sicuramente insufficiente, con l’epica della sua tripletta alla duecentesima presenza con l’Argentina: Messi parte alto, viene incontro, rallenta, illumina e appare dove la palla decide, accompagnato alla porta dalla sua libertà.
Il contrasto più forte arriva però dal primo vero risultato sorprendente del Mondiale, lo 0-0 tra Spagna e Capo Verde. Gli iberici hanno avuto il 75% di possesso, producendo 27 tiri e 2,29 xG. Un dato che fa però storcere il naso: si tratta infatti meno di 0,1 xG a tiro, un esito inaspettato considerando la loro forza offensiva. Parliamo di tiri sporchi, scomodi, difficili. Il fatto che Capo Verde abbia commesso una sola infrazione – dato che non succedeva un Mondiale dal 1966 – fa pensare che le Furie Rosse abbiano saputo muovere il pallone (con il 74% di possesso palla), ma che nell’ultimo tratto l’azione sembrasse cercare una presenza che non ha trovato, neanche come boa per guadagnare una punizione dal limite.
La Turchia ha offerto un’altra declinazione della stessa fragilità: 78% di possesso, trenta conclusioni, ma sconfitta per 2-0 contro un’Australia che ha accettato di cedere campo, proteggendo la zona centrale e scegliendo con più lucidità i momenti in cui colpire. Anche il Belgio, prima dell’ingresso di Lukaku contro l’Egitto, aveva dato l’impressione di una squadra ricca di intenzioni e povera di peso terminale: pochi secondi dopo il suo ingresso, il semplice fatto di avere un corpo capace di impegnare i centrali ha trasformato un cross in un problema, fino all’autogol del pareggio; il Brasile contro il Marocco ha vissuto di strappi e accelerazioni, lasciando però spesso la sensazione di un’area non pienamente governata; per il Portogallo l’ossessione per la ricerca (vana) del gol di CR7 ha reso la sua immobile centralità quasi fastidiosa.
Anche se l’organizzazione sempre maggiore delle squadre meno attrezzate rischia di rendere vano ogni possesso senza un riferimento chiaro, il 9 resta imprescindibile, purché non sia un corpo estraneo alla manovra: le prime partite del mondiale confermano che nel calcio moderno una punta è necessaria, ma non sufficiente, per scalfire le difese, e che quindi deve più che mai saper legare, muoversi e aprire spazi.
La Serie A aveva già mandato lo stesso segnale, con una delle stagioni più povere di sempre: appena 922 gol totali, la media (2,43 a partita) più bassa dal 1993-94, il capocannoniere Lautaro Martínez con il magro bottino di 17 reti. Anche qui, nella generale sterilità offensiva, il gol si è distribuito.
L’Inter ha fatto eccezione perché ha mantenuto una struttura chiara dentro un attacco collettivo, con Lautaro, Thuram, Dimarco e gli inserimenti dei centrocampisti, mentre altrove la produzione si è spesso sfilacciata. La Juventus è l’esempio più evidente: seconda solo all’Inter per tiri nello specchio, ha segnato ben 28 gol in meno dei nerazzurri, con Yildiz evanescente e David e Openda tra le grandi delusioni della stagione. Il Milan ha chiuso con Pulisic e Leao migliori marcatori a quota 10, mentre Gimenez e Füllkrug sono rimasti quasi marginali; la Roma ha attraversato mesi in cui l’attacco, pur con Soulé, Ferguson e Dovbyk, faticava a trasformare il possesso in continuità realizzativa.
È difficile capire se questa dispersione sia il segnale di un miglioramento generale della qualità del gioco e della pericolosità degli altri ruoli – ipotesi affascinante, ma poco convincente – o, più semplicemente, l’effetto di una generazione di attaccanti meno dominante. La seconda spiegazione sembra la più onesta: le squadre costruiscono di più, coinvolgono più giocatori, ma spesso lo fanno anche perché non hanno un centravanti abbastanza forte da assorbire il peso del gol. Senza dimenticare le difese con baricentro basso e le aree congestionate del nostro campionato, che spesso impediscono a una punta centrale di mostrare le sue principali qualità.
Qui nasce il paradosso del numero 9 contemporaneo: sempre più raro, sempre più costoso, sempre più rischioso. Dovbyk è costato alla Roma quasi 40 milioni e Gimenez al Milan oltre 30, valutazioni enormi per giocatori che, una volta entrati nel calcio italiano, hanno mostrato quanto sia sottile il confine tra soluzione e problema. Spalletti ha fatto capire bene perché un attaccante di quel tipo resti cruciale e difficile da sostituire: troppo spesso nella scorsa stagione la sua Juventus è mancata di presenza fisica e capacità di dare alla squadra profondità, fondamentali che David e Openda non sono mai riusciti a garantire.
Oggi il 9 deve segnare, pressare, legare, venire incontro, attaccare l’area, aprire spazi e non diventare un corpo estraneo alla manovra. Chiedergli tutto questo significa aumentare il rischio di fallimento, ma rinunciarci del tutto spesso toglie all’attacco il suo punto di arrivo. Starà agli allenatori trovare il compromesso: non restaurare il centravanti antico, ma costruire un contesto in cui il nuovo 9 possa partecipare senza smettere di essere, prima di tutto, il giocatore che trasforma il dominio in gol.