Un vecchio adagio popolare, uno di quei luoghi comuni che degenerano molto in fretta nello stereotipo, vuole che: “Gli italiani stimano i tedeschi, ma non li amano; i tedeschi amano gli italiani senza stimarli”. Questo detto affonda le proprie radici nelle profonde differenze culturali dei due popoli, spesso ai lati opposti della vicenda storica europea. Le invasioni dei barbari germanici sancirono la fine dell’Impero Romano d’Occidente e inflissero a Roma una delle più grandi sconfitte della sua storia a Teutoburgo; poco più di 1000 anni dopo, l’esercito imperiale di Carlo V, composto da lanzichenecchi tedeschi, depreda la futura capitale d’Italia nell’ultimo e più pesante saccheggio inflitto alla città papale.
Negli ultimi tempi però la questione sembra stravolgersi, con Italia e Germania che finiscono, in ambito calcistico – ma non solo – ad assomigliarsi sempre di più. Le due nazioni, accomunate dalle 4 vittorie nella Coppa del Mondo, sembrano bloccate in un loop decennale da cui non si intravede una via di uscita. La squadra di Nagelsmann, eliminata ai sedicesimi contro il Paraguay, finisce per sembrare nei risultati – al netto del fatto che loro almeno riescono a qualificarsi – sempre più simile all’Italia triste e deludente degli ultimi anni.
A questo punto fanno un po’ sorridere le parole di Mertesacker alla vigilia del match contro il Paraguay, alludendo al downfall degli Azzurri.
Questa volta l’eliminazione avviene nelle fasi a eliminazione diretta. Nelle due edizioni precedenti, però, (2018 e 2022) i sedicesimi non esistevano, e superare i gironi non ha alcuna valenza se poi finisci per perdere contro la 41º del ranking. Se però gli effetti sulle due nazionali sembrano gli stessi, le cause risultano profondamente differenti e affondano le proprie radici anche nelle ataviche differenze culturali tra i due popoli, rimarcate dal detto citato inizialmente.
Organizzazione e ossessione
Se da un lato i tedeschi amano l’Italia per la storia, la cultura, il cibo e la dolce vita, dall’altro non riescono proprio a digerire lo spirito inaffidabile, sbarazzino e spesso imbroglione degli italiani. Quella malizia geniale, artistica, latina. Gli italiani, al contrario, ammirano la grande macchina organizzativa tedesca, la loro precisione e puntualità; ma ne odiano la spocchia, la boria, la prevedibilità e la testardaggine teutonica. Insomma, la Germania sarebbe il paradiso in Terra se non fosse abitata dai tedeschi.
Queste tendenze culturali non possono non riflettersi inevitabilmente anche sul campo da calcio e sulle direttive delle rispettive federazioni nazionali.
La storia recente del calcio italiano è costellata di fallimenti anche a causa di un atteggiamento sciatto della nostra classe dirigente, più avvinghiata alle proprie cariche che al conseguimento di un reale risultato sportivo. E questo a causa di una storia calcistica di livello mondiale che ci ha permesso di adagiarci. Tutto ciò è racchiuso in una celebre frase dello scrittore Ennio Flaiano: «In Italia è impossibile fare la rivoluzione, perché ci conosciamo tutti».
In Germania, invece, la tendenza sembra opposta. I tedeschi pare siano destinati a decenni di sofferenze sportive non per mancanza di organizzazione, ma nonostante e forse anche a causa di una struttura gestionale capillare della res calcistica fin troppo precisa. Potremmo quasi spingerci a dire che la ricerca quasi ossessiva della proverbiale quadra sia forse una delle ragioni alla base della crisi sportiva tedesca.
Il voler avere tutto sotto controllo si riflette anche nelle scelte degli allenatori che la Nazionale tedesca ha accolto negli ultimi anni. Nel 2021 sulla panchina della Germania finisce Hansi Flick, che lascia il posto, dopo il fallimento di Qatar 2022, a Julian Nagelsmann, in questa sorta di staffetta tra ex allenatori del Bayern Monaco. Proprio la decisione di affidare la panchina all’ex allenatore di Lipsia e Bayern finisce per inquadrarsi in questo contesto. Nagelsmann caratterizza il proprio calcio con la volontà di gestire a 360 gradi la partita, sottomettendo gli avversari e portando più uomini possibile sopra la linea della palla.
Il suo 3-2-5 in costruzione, infatti, è stata la delizia – ma forse più la croce – della Germania vista negli Stati Uniti. Nonostante dei dati sul possesso palla che esprimono in pieno il dominio tedesco (addirittura 76% contro il Paraguay) nelle quattro partite disputate prima dell’eliminazione, la Germania è sembrata soffrire dello storico problema riguardante le transizioni difensive, che gli erano costate le eliminazioni già nel 2018 e nel 2022. La volontà di chiudere gli avversari nella propria area, unita ad una non eccellente qualità nei dialoghi nello stretto e una grave mancanza di personalità nell’ultima giocata, esponevano la squadra di Nagelsmann a furiose ripartenze avversarie. Queste sono sfociate in gol subiti contro Curaçao e Costa d’Avorio, ma hanno anche rappresentato il leitmotiv delle partite contro Ecuador e Paraguay.
Forse proprio per ovviare a questo problema, cercando di concludere quante più occasioni possibile e per cercare di scardinare un blocco bassissimo come quello paraguaiano, l’allenatore aveva chiesto ai suoi di cercare spesso – spessissimo, anche se alla fine risulteranno «non abbastanza» – il cross, snaturando in parte la sua scarsa propensione a provare il traversone.
Un altro aspetto tattico di particolare rigidità è la posizione di Kimmich. Il vice-capitano del Bayern Monaco, abituato ormai a giocare in mediana coi bavaresi, è stato schierato per tutto il torneo da terzino destro, finendo largo a destra nella costruzione tedesca. In questo modo però Nagelsmann ha perso – almeno inizialmente, fino all’ingresso di Anton con il passaggio ad una difesa a 3 e il ritorno del 6 in mediana – le doti di regia e di interdizione (anche in questo caso relative alle transizioni difensive) dell’ex Lipsia. A questo si aggiunge la scelta di tenere in panchina per 63 minuti Jamal Musiala e per 88 un attaccante strutturato come Woltemade, in grado di capitalizzare la pioggia di traversoni (55) effettuata nel finale di partita.
Ricambio generazionale
Se dovessimo analizzare il fallimento tedesco in maniera circoscritta a quest’ultimo Mondiale, un ulteriore fattore di criticità è legato alla difficoltà di replicare la generazione d’oro tedesca che ha portato alla vittoria della Coppa del Mondo in Brasile nel 2014. L’addio di Kroos non è mai stato davvero superato, costringendo Nagelsmann a schierare spesso e volentieri un Leon Goretzka, ormai lontano parente delle sue versioni più brillanti a Monaco.
A questo si aggiunge la volontà di non effettuare grandi stravolgimenti, confermando alcuni senatori come Sané e Manuel Neuer, convocato per l’ultimo Mondiale della sua carriera. I due, convocati forse per campanilismo, forse per mancanza di alternative valide o forse per logiche di spogliatoio, si sono dimostrati tra gli anelli più deboli della catena tedesca.
In realtà però, nonostante non si possa più contare sui vari Müller, Kroos, Hummels, Klose e Lahm, è disonesto dire che la Germania non sia più in grado di sfornare grandi talenti, capaci di attirare le attenzioni dei migliori club europei. Oltre a Wirtz e Musiala, ormai calciatori di caratura mondiale ma che sembrano intrappolati nella fitta ragnatela tattica di Nagelsmann, spiccano Pavlovic e Brown (che pare finalmente destinato spezzare la storica mancanza di un terzino sinistro di livello per la Germania). Il discorso a questo punto sembra coinvolgere di più la scarsa capacità di valorizzare il potenziale di questi giovani talenti, in nome della solita rigidità organizzativa e culturale.
Anche la pioggia di cross è sembrata un uso improprio dei talenti di cui dispone la Mannschaft. Il fatto che il pallone passasse così tanto tempo in area, e non tra i piedi dei calciatori tedeschi, accarezzando il prato, sembra uno spreco dell’enorme potenziale tecnico della rosa tedesca.
Dal bianco all’azzurro
Nonostante le similitudini nei risultati disastrosi, Germania e Italia non sembrano condividere gli stessi trigger alla base del problema. A differenza dei cugini d’oltralpe, gli Azzurri non possono contare su un roster stellare come quello tedesco, con fuoriclasse in rampa di lancio da poter far esordire a piacimento. Se per gli Azzurri una delle cause – che poi è anche uno degli effetti delle mancate politiche di sviluppo dei settori giovanili – riguarda il patrimonio tecnico messo a disposizione dei vari allenatori, per la Mannschaft, la questione sembra essere prettamente mentale.
Quando arrivi ad un Mondiale vestendo la maglia della Germania la tua unica ambizione dovrebbe essere quella di sollevare il trofeo dorato per la quinta volta. Musiala e compagni, invece, a causa dei fallimenti recenti, sono finiti per sentire addirittura il peso di dover superare a tutti i costi i gironi. Quando tutto intorno il mondo è pieno di aspettative, il cervello rischia di andare in sovraccarico e si finisce per giocare più per la paura di non perdere che con la voglia di vincere.
La rappresentazione di questo discorso viene perfettamente illustrata dalla lotteria dei rigori contro il Paraguay. La Germania ne sbaglia due, poi però riesce a recuperare e arriva al quinto rigore in perfetta parità. A quel punto sul dischetto finisce Tah – che sicuramente non è il miglior tiratore della rosa, ma in condizioni psicologiche normali forse non avrebbe alcun problema a segnare. Il centrale del Bayern prende la rincorsa, chiude gli occhi e la spara alta, sprecando la possibilità di rimonta servita su un piatto d’argento da Sanabria.
A questo si aggiungono le scelte cervellotiche figlie dell’overthinking di Nagelsmann. Vuoi per una visione paranoica della squadra, vuoi per una questione culturale, queste finiscono per intrappolare in un’autentica gabbia fatta di dubbi e insicurezze i propri calciatori, costringendo prima Wirtz a giocare sempre più defilato e poi Musiala a dover riempire l’area per cercare un insperato colpo di testa vincente. Anche in questo caso, quando intorno sei costantemente raddoppiato, il sistema di gioco in cui ti trovi non ti valorizza e con un errore si riaccendono le critiche dei media, anche solo tentare un dribbling diventa un rischio troppo grande da correre. A quel punto il cross – il gesto tecnico forse più deresponsabilizzante di questo sport – diventa una stampella sulla quale appoggiarsi.
A questo punto forse diviene fondamentale il cambio in panchina, in favore di un allenatore che possa rimettere a proprio agio i calciatori a disposizione. Questo servirebbe a restituirgli grinta, personalità e soprattutto responsabilità, cercando di creare un gruppo in grado di viaggiare spensierato e galvanizzato fino in fondo.
Zukunft
Uscire da una crisi del genere non è mai facile e accumulare fallimenti fragorosi rischia di alimentare un circolo vizioso da cui è difficile uscire – e noi lo sappiamo bene. Non possiamo prevedere cosa Rudi Völler, attuale responsabile della gestione sportiva della nazionale tedesca, deciderà in merito alla permanenza di Julian Nagelsmann, ma i fallimenti dell’ex tecnico del Bayern iniziano ad accumularsi e diventare pesanti.
Già dopo la campagna in casa ad Euro 2024, qualche minuto dopo la discussissima eliminazione contro la Spagna nella partita passata alla storia anche per il tocco di mano non sanzionato di Cucurella, Nagelsmann, dopo tutte le proteste del caso, aveva lanciato il passo più in là della gamba, promettendo, con la tipica supponenza tedesca, che la Germania si sarebbe riscattata vincendo il Mondiale successivo.
Adesso, nonostante si sia intravisto un miglioramento, soprattutto tra amichevoli e qualificazioni dal punto di vista del gioco, la Germania sembra chiamata ad una scelta più culturale che sportiva. Le decisioni sul futuro della panchina tedesca passeranno anche dalla possibilità di sbarazzarsi, una volta per tutte, della asfissiante macchina organizzativa che permea l’istituzione sportiva tedesca e rischia di soffocare chi ci lavora.