Abisso Viola

3 punti in 6 partite, nessuna vittoria in campionato e solo 4 gol segnati: l’avventura di Pioli alla Fiorentina sembra agli sgoccioli, ma di chi sono le colpe di questo crollo verticale?

Immaginate per un momento di essere un tifoso della Fiorentina. È il 25 maggio, siete come ogni domenica sul vostro divano, intenti a seguire l’ultimo match stagionale contro l’Udinese.
La partita inizia male, i friulani vanno in vantaggio con Lucca. Poi la rimonta ed i 3 punti, che sommati ai 62 accumulati fino a quel momento significano il miglior risultato dalla stagione 2013/14. Nel mentre la Lazio perde in casa contro il Lecce, lasciandovi il posto in Conference League e concedendovi la possibilità di sognare una coppa che ogni anno sembra sfuggirvi per pochissimo. Al fischio finale cedete alla sonnolenza domenicale e, assecondando il calare delle palpebre, vi addormentate.


Vi risvegliate di colpo 4 mesi dopo, ad ottobre. I vostri familiari sono felicissimi, ma devono fare i conti con un problema: parlarvi dell’andamento della Fiorentina senza farvi prendere un infarto. Come prendereste altrimenti la notizia che, con una singola estate di mezzo, la squadra che aveva fatto cinque gol alla Roma, che aveva collezionato quattro punti contro la Juventus (rifilandole anche tre gol nella gara di ritorno), che aveva vinto con l’Atalanta e che aveva segnato tre gol in un solo tempo all’Inter finalista di Champions, dopo sei giornate della nuova stagione sia ferma a tre punti, arrivati per giunta senza nemmeno vincere una partita?

Ora, fortunatamente, non ci troviamo in questa situazione e non dobbiamo convincere nessun vostro parente che la Fiorentina sia quella dello scorso anno o che il muro di Berlino non sia mai caduto. La situazione rimane però piuttosto seria: come ha fatto quella stessa squadra a finire ad un punto dall’ultima posizione dopo aver giocato, già, il 15% delle partite del campionato? 

Cerchiamo quindi di analizzare con calma tutte le cause della caduta libera della Fiorentina in questo avvio di stagione.

Il cambio al timone

Partendo in ordine cronologico da quel (maledetto) 25 maggio, il primo scossone arriva 4 giorni dopo, il 29. A sorpresa, Raffaele Palladino si dimette, rinunciando ai due anni di contratto che lo legavano ancora alla panchina viola. Come succede di solito in questi casi, quando nessuno dei diretti interessati si esprime, iniziano a circolare le teorie più diverse e strampalate. Alcuni affermano che l’allenatore napoletano non fosse contento di subire la pressione e le contestazioni di una tifoseria sempre più pretenziosa – e se fosse vero, guardando il guaio in cui si sono cacciati adesso, sarebbero passati dalla proverbiale padella alla brace – mentre altri parlano di non-specificati attriti con la società.

L’indomani parte quindi al Viola Park la caccia al successore, in un periodo in cui l’ormai noto valzer delle panchine coinvolge praticamente tutte le squadre della Serie A. La ricerca si conclude – anche qui non è ben chiaro perché – solo un mese e mezzo più tardi, il 12 luglio, quando Stefano Pioli firma il triennale che lo riporta alla guida della Fiorentina 9 anni dopo la prima volta.

Fin qui niente di particolare da registrare, anzi: la dirigenza viola si aggiudicava così un allenatore che solo quattro anni prima aveva vinto il campionato. Sì, aveva avuto un ultimo anno non proprio entusiasmante al Milan, seguito da uno ancor meno brillante all’Al-Nassr, che avevano contribuito a una narrazione poco lucida sul suo conto. Si è così andata esacerbando la frattura fra pubblico e stampa, col primo fin troppo inclemente e incline a dipingere Pioli come uno sprovveduto, e la seconda mediaticamente protettiva fino a sfociare in episodi eclatanti di disonestà intellettuale.

La Fiorentina aveva comunque fatto registrare un grande colpo, forse tra i migliori se restringiamo la mira alle scelte conservatrici, quelle più caute e sicure, rispetto a nomi più intriganti ma che portavano inevitabili rischi. Se quindi sulla carta la scelta aveva un senso, sul piano tattico portava inevitabilmente con sé delle criticità: Pioli aveva sempre espresso la versione migliore del suo gioco con una difesa a quattro, ma la rosa che ereditava era stata invece disegnata su misura per Palladino e la sua difesa a 3.

Quella che in un primo momento sembrava un’insignificante criticità tattica è però, ben presto, passata dall’essere un’innocua palla di neve a una devastante valanga. Nonostante la decisione di Pioli di mantenere la difesa a 3 della scorsa stagione, infatti, i nuovi principi del tecnico non sembrano aver attecchito negli animi della squadra. 

Il risultato è che la Fiorentina fa una fatica enorme a creare azioni da gol, risultando ultima nel campionato per tiri in porta effettuati (appena 2.17 ogni 90 minuti) e penultima per gol segnati (4 in 6 partite). 

In un colpo solo la Fiorentina ha praticamente perso tutti i punti di forza della scorsa stagione, finendo in un loop tattico da cui sembra non esserci via di uscita. Dodò e Gosens, che insieme a Kean avevano trascinato il carro viola la scorsa stagione, annaspano senza riuscire a trovare la lucidità a cui ci avevano abituato. Non è un caso infatti che nessuno dei due abbia segnato o servito ancora un assist in queste prime giornate di Serie A.

In questo quadro drammatico è necessario menzionare poi la sterilità offensiva di Moise Kean (un solo gol, arrivato alla sesta giornata contro la Roma) e le prestazioni deludenti – per non essere troppo severi – di Albert Gudmundsson. Il problema degli attaccanti della Fiorentina non è solo che non segnano, ma che non riescono proprio a centrare la porta. Kean è secondo in Serie A per tiri tentati (20), ma solo 2 di questi sono finiti nello specchio. Per Gudmundsson la situazione è ancora peggiore con un solo tiro – neanche in porta – in 4 partite. Questi dati ci restituiscono una chiara indicazione degli enormi problemi in fase di costruzione della squadra di Pioli. 

Scattando una fotografia della situazione attuale, questa assomiglierebbe ad uno di quei cani che si morde la coda, girando senza sosta su sé stesso. Il tanto caro 4-2-3-1 di Pioli è ad oggi irrealizzabile, complice soprattutto la penuria totale di ali d’attacco nella rosa della Fiorentina, ma allo stesso tempo il 3-4-1-2 proposto dall’ex Milan sta portando come unico risultato lo sballottolare Mandragora praticamente in ogni posizione del campo (contro il Milan si prevede che possa addirittura giocare trequartista) in nome di non si sa quale equilibrio tattico. 

Acquisti e cessioni

Se da un lato l’allenatore ha delle colpe importanti sul modo in cui (non) gira la squadra – e dalle sue dichiarazioni sembra forse non rendersene neanche conto – dall’altro non possiamo concedere a Pioli almeno l’alibi del mercato. 

Nello stesso periodo sono usciti anche alcuni calciatori fondamentali nello scacchiere di Palladino, come Cataldi, Adli, Bove – che dobbiamo contare, sebbene non sia stata una vera e propria cessione – Kayode e Folorunsho. Dei buoni gregari, ottimi per ristabilire l’equilibrio che ormai sembra smarrito.

Dopo due mesi però i nuovi non hanno inciso come ci si aspettava: Dzeko, che aveva trovato la sua terza giovinezza a Istanbul, non è ancora riuscito a trovare minutaggio e ad affermarsi dal suo ritorno in Serie A (una sola presenza da titolare in questa Serie A), mentre Piccoli è ben presto finito per diventare il vice di un Gudmundsson tutt’altro che brillante. Se i titolari stanno faticando, i nuovi acquisti forse hanno ancora più difficoltà ad emergere. Dzeko registra solamente 0.20 xG nelle 4 partite giocate, senza aver mai tirato in porta. Per Piccoli la situazione non è certamente migliore: 2 da titolare in questo inizio stagione e 0 GCA (Goal-Creating Actions) generate.

Sia chiaro, l’intenzione è tutto fuorché quella di accanirsi contro i singoli, anche perché in una situazione del genere sarebbe inutilmente crudele. 

Se però i calciatori e la guida tecnica hanno solo parte delle responsabilità, è fondamentale analizzare altri possibili indiziati all’interno della società viola.

C-levels 

Osservando attentamente è facile arrivare alla conclusione che la colpa principale di questo crollo verticale, come nel più classico dei proverbi ittici, secondo cui il pesce puzza sempre dalla testa, risiede probabilmente nei cosiddetti “piani alti”. Negli ultimi 3 anni infatti la Fiorentina ha assistito praticamente ad una versione moderna, e riadattata in termini calcistici, del gioco della sedia. Vincenzo Italiano, prima, e Raffaele Palladino, poi, hanno lasciato la squadra, a causa dei rapporti sempre più incrinati con la società. 

Gli attriti tra allenatori e la società sono solo la punta visibile di questo grande iceberg. La direzione sportiva ha dimostrato di non avere una direzione chiara e non essere in grado di programmare, di comune accordo con l’area tecnica, per un orizzonte temporale pluriennale. Tutto ciò ha creato i presupposti per dare vita alle ultime due, deludenti, sessioni di calciomercato.

Un altro fattore da registrare, in termini operativi, è l’assenza, che si fa sempre più pesante, degli alti vertici della dirigenza della Fiorentina. Il presidente Commisso è infatti via via meno partecipe, fisicamente e non, nel progetto e nella gestione del club e sembra avere sempre meno voce in capitolo sulle scelte sportive, soprattutto dopo la tragica scomparsa di Joe Barone dello scorso anno. 

In questo che potremmo definire un clima di autogestione, di anarchia calcistica, sarebbe un’utopia pensare che la parte sportiva possa riuscire a procedere spedita e sulle proprie gambe, “mentre fuori c’è la morte”. I problemi della Fiorentina alla fine sono sempre stati lì, sotto gli occhi di tutti, ma la polvere da sparo, che aspettava solo una scintilla per essere innescata, era sempre stata nascosta sotto al tappeto da questo o quell’altro allenatore, fino ad oggi.