Esiste una parte di tifosi che vede ancora il simbolo dell’appartenenza alla propria squadra non tanto nei giocatori, che cambiano ciclicamente, o nei colori, sempre più stravolti nelle nuove divise, ma nello stadio. Non sorprende quindi che interisti, milanisti e semplici appassionati di calcio abbiano mostrato un naturale senso di smarrimento di fronte alla decisione del consiglio comunale di Milano di avallare la vendita dell’area del caro vecchio Giuseppe Meazza in San Siro, che verrà demolito per lasciare spazio a un nuovo stadio nell’area antistante.
Il sostanziale equilibrio che ha caratterizzato la votazione del consiglio comunale (24 voti favorevoli e 20 contrari) riflette in un certo senso la stessa confusione e i dubbi di cittadini, tifosi e addetti ai lavori: era davvero necessario distruggere un tempio del calcio e dello sport mondiale? Il piano di riqualificazione della zona porterà effettivi vantaggi ai residenti? Non si poteva salvare San Siro così come lo conosciamo e avere uno stadio per ciascuna squadra, invece di questa soluzione dall’aria un po’ raffazzonata?
Tutti sanno quanto un San Siro raggiante e bollente possa ancora rappresentare una spinta determinante per la squadra di casa, come dimostrano le bolge che hanno accompagnato lo scudetto del Milan nel 2022 o la cavalcata dell’Inter nella scorsa Champions League. Allo stesso tempo, però, sarebbe ingeneroso fingere di non vedere i segni del tempo.
Se dalla tv lo stadio sembra non aver perso il suo smalto, al netto dei teloni che dal 2019 coprono parte delle curve nel terzo anello per una presenza anomala di vibrazioni (rovinando il colpo d’occhio dello stadio pieno), chi ha avuto la fortuna di andare a San Siro negli ultimi anni avrà notato quanto tutto ciò che sta dietro alle gradinate non sia degno di uno degli impianti più importanti della storia del calcio mondiale. Mancanze non passate inosservate alla UEFA, che ha comunicato che l’attuale San Siro non rispetta pienamente i parametri non solo per poter ospitare una finale di Champions League (inizialmente assegnata al Meazza per il 2027 e poi spostata al Metropolitano di Madrid), ma neanche per diventare una sede degli Europei del 2032, che l’Italia co-organizzerà con la Turchia proprio a causa della situazione critica dei suoi impianti.

Il report presentato dalla società organizzatrice del calcio europeo, infatti, è impietoso. Dei 22 criteri necessari, il Meazza ne rispetta appieno solamente 7 (official hospitality area, spazi per i media, impianti di broadcasting, capienza, qualità e dimensioni del manto erboso, illuminazione e spogliatoi), a fronte di 6 punti non pienamente soddisfatti e 9 criticità gravi. Oltre alle parziali lacune legate all’hospitality e alla limitatezza degli spazi commerciali e dei punti ristoro, la UEFA lamenta in particolare una generale carenza di comodità per lo spettatore, con scarsa accessibilità per i disabili, vie di accesso e di uscita senza i sufficienti livelli di sicurezza, presenza di barriere tra i settori (aspetto esplicitamente indicato come inaccettabile per l’organizzazione degli Europei), trasporti inadeguati, servizi igienici scadenti e sostenibilità energetica pressoché assente. Alla luce di questi elementi, l’addio all’attuale San Siro rappresenta quindi una decisione inevitabile, anche per aumentare i ricavi delle due società meneghine e renderle finalmente proprietarie del loro stadio. Tuttavia, alcuni risvolti di questa storica decisione fanno quantomeno storcere il naso.
In Europa, ben dodici città o aree metropolitane contengono almeno due stadi da più di 40.000 o più posti (Barcellona, Dublino, Glasgow, Istanbul, Lisbona, Liverpool, Londra, Madrid, Manchester, Monaco di Baviera, Parigi e Siviglia). Considerando che, fra queste, solo quattro hanno più abitanti di Milano, viene spontaneo chiedersi il motivo per cui non si sia spinto per una soluzione simile anche nel capoluogo lombardo: Milan e Inter rappresenteranno infatti un unicum nel panorama calcistico europeo, dal momento che solo a Milano le due squadre principali di una città così importante condivideranno lo stesso impianto (anche Roma, se il progetto per il nuovo stadio dei giallorossi andrà finalmente in porto, ne avrà più di uno) e non svilupperanno soluzioni autonome.
Se poi pensiamo che l’Inter aveva avviato l’iter per la costruzione di un nuovo impianto a Rozzano e il Milan aveva già addirittura acquistato per 40 milioni di euro l’area San Francesco a San Donato con l’intenzione di costruirvi il suo nuovo stadio (a proposito, ora cosa ne sarà di quel terreno?), l’ipotesi di ristrutturare San Siro dà l’aria di essere la soluzione più veloce e immediata, dettata più dall’ansia di rischiare di trovarsi a mani vuote in altre zone e con una casa non più conforme alle regole per ospitare eventi internazionali.
Probabilmente i 197 milioni di euro necessari per l’acquisto dell’area di San Siro (di cui 22 sborsati dal Comune di Milano per la bonifica e la rimozione dell’attuale tunnel Patroclo) e la necessità di muoversi prima di far scattare il vincolo della Soprintendenza del 10 novembre, che avrebbe posto un vincolo paesaggistico e impedito la vendita, hanno rappresentato un ostacolo economico che ha escluso in partenza ogni altra ipotesi. Tuttavia, si ha la netta sensazione che nessuno abbia davvero provato ad evitare la demolizione e a immaginare una ristrutturazione profonda, trasformando il Meazza in una sorta di Wembley italiano: cattedrale della Nazionale, ma anche sede di grandi concerti ed eventi sportivi di altre discipline come rugby o, perché no, basket, pallavolo e tennis, sul modello del nuovo Bernabeu. Inoltre, fra un anno San Siro diventerà il primo stadio “Olimpico” a non essere stato ristrutturato o costruito ex novo per i Giochi, con un certo disappunto del CIO: era proprio impossibile iniziare a pensare a un futuro alternativo già dal 2019, anno di assegnazione delle Olimpiadi invernali? Gli interrogativi restano molti, come resta l’impressione che si sia persa una grande occasione per proiettare San Siro nel futuro senza cancellarne l’anima.
Appurato, quindi, che i lavori inizieranno entro la prossima estate e che la demolizione dell’attuale Meazza – di cui rimarranno solo parte della curva sud e dell’angolo sud-est del secondo anello – partirà una volta inaugurato il nuovo impianto (indicativamente nel 2031), resta da capire come si presenterà al mondo il nuovo stadio.
Il rischio, come già accaduto altrove, è di sacrificare un simbolo sull’altare di una modernità spesso standardizzata: basti pensare ai casi di White Hart Lane o Highbury a Londra, rimpiazzati da stadi moderni e tecnicamente impeccabili ma incapaci, per molti tifosi, di eguagliare l’anima e il carisma dei vecchi impianti. O ancora, al nuovo San Mamés di Bilbao, tecnologicamente avanzato ma privo, anche dopo più di dieci anni dalla sua costruzione, della magia del suo predecessore.
Sorprende, in questo senso, che si sia votato per la demolizione del Meazza senza avere ancora una visione concreta e condivisa di cosa sorgerà al suo posto. Un impianto come San Siro, riconosciuto a livello mondiale per la sua struttura iconica – le torri cilindriche, le rampe elicoidali, la copertura sospesa – per la città di Milano e la storia di Milan e Inter non ha rappresentato solo uno stadio ma un pezzo di storia urbana, culturale e sportiva. Ecco perché il timore più grande è che si intervenga su un tale simbolo senza una prospettiva chiara, ottenendo un risultato sì funzionale, ma privo di anima.
Ci auguriamo tutti che – anche nel nome, ancora ignoto – il nuovo stadio non segua la strada, ormai fin troppo battuta, delle strutture moderne ma intercambiabili, fatte di vetro e acciaio e senza tratti distintivi. San Siro ha sempre avuto un’identità fortissima, quasi brutalista, con un’estetica immediatamente riconoscibile anche da chi non ne ha mai varcato i cancelli: pur consapevoli che non si dovrebbe ricalcare manieristicamente la struttura di un impianto concepito in altre epoche e secondo altri criteri, sarebbe un peccato se il nuovo stadio si limitasse a essere l’ennesimo impianto internazionale, anonimo e indistinguibile.
Le società, pur muovendosi in un contesto culturale come quello americano, spesso poco incline a tutelare le tracce del passato, dovrebbero quindi forse garantire che almeno qualcosa dell’anima del Meazza — la verticalità, la potenza architettonica, l’effetto ottico delle torri — non scompaia del tutto. Reinterpretare questi elementi in chiave contemporanea non significherebbe solo rendere omaggio a un monumento del calcio, ma consentire al nuovo di ereditarne davvero lo spirito: solo così, parafrasando il maestro Roberto Vecchioni, le luci su San Siro potranno accendersi ancora.