“I bambini per strada non giocano più” e altri miti da sfatare sul dribbling

I fallimenti recenti del nostro movimento calcistico hanno promosso una narrazione che mette al centro di tutti i problemi il fondamentale del dribbling: ma quanto c’é di vero?

Quante volte avete sentito qualcuno parlare con tono paternalistico del calcio di una volta, con la nostalgia dei bei tempi andati, quando gli allenatori erano soprattutto dei motivatori, la tattica era considerata alla stregua di artificio retorico per giornalisti, e i giocatori erano liberi di esprimersi sul prato come meglio credevano? 

Ecco, di solito in questo variegato calderone rientrano diverse teorie strampalate sul più affascinante – e colpevolmente sopravvalutato – tra  i fondamentali di questo sport: il dribbling.

“Lo specialista del dribbling è un giocatore di poker che bluffa con tutto il corpo e si gioca il pallone faccia a faccia con il suo avversario: chi vince se lo porta via.”

L’essenza del dribbling sta tutta in questa frase di Jorge Valdano (uno che di dribbling storici ne ha visto qualcuno): nella capacità di rimanere fermi in quegli istanti che sembrano sospesi, aspettando che l’avversario compia la prima, impercettibile, mossa.

Se da un lato questa appare come la skill più poetica e ammaliante del gioco, dall’altro è anche accompagnata da alcuni grandi falsi miti. Cerchiamo quindi di analizzarli e confutarli.

Premessa sull’aspetto statistico dell’analisi

Uno dei primi obiettivi di questa analisi era di valutare con strumenti statistici l’incidenza – positiva o negativa – del dribbling sulle prestazioni di una squadra. Essendo una disamina abbastanza importante e ugualmente ambiziosa, le difficoltà erano numerose.

Il primo ostacolo era ovviamente capire quale dato riguardante il dribbling meglio valutasse la qualità di una squadra nel fondamentale. Da un lato il numero di dribbling tentati ha come vantaggio quello di quantificare la propensione di una squadra al dribbling, non solo ignora l’esito dell’impegno e quindi rischia di trascurare quanto effettivamente quel dribbling sia stato utile e non dannoso, ma corre anche il rischio di essere troppo influenzato dai dati sul possesso. Dall’altro invece, la percentuale di dribbling riusciti misura l’efficacia nel fondamentale, ma non tiene conto del numero totale di dribbling tentati, e quindi, per esempio, una squadra con una percentuale alta potrebbe tranquillamente provarne un numero trascurabile in termini di incidenza sulla prestazione. Abbiamo quindi deciso di includerli entrambi, con lo scopo di trovare eventuali correlazioni e ipotizzarne le cause.

Il secondo ostacolo era trovare un metro della prestazione valido e affidabile. Se inizialmente l’idea era quella di affidarsi unicamente alla produzione offensiva – e quindi gli xG, rigori inclusi – presto ci siamo resi conto che il dribbling in quanto tale è un gesto ad alto rischio che può portare dei risvolti negativi sul lato difensivo. Abbiamo quindi deciso di utilizzare i punti in classifica, consapevoli che il campione di una stagione intera, per quanto non soddisfacente a pieno e comunque soggetto a variabilità, era il metro migliore da usare come confronto. 

Fatte le doverose premesse, ecco cosa abbiamo scoperto.

“In Serie A si dribbla meno e si dribbla peggio rispetto agli altri campionati”

Uno degli stereotipi più ricorrenti nel dibattito calcistico nazionale riguarda proprio i dribbling che (non) verrebbero effettuati nel nostro campionato. In realtà, però, la Serie A è terza tra i cinque maggiori campionati europei per numero di dribbling tentati e riusciti: rispettivamente 11.397 e 4.831.

Se il confronto diretto con gli altri campionati non risulta particolarmente sbilanciato, l’analisi dei dati della fase a gironi dell’ultima Champions League restituisce risultati leggermente differenti. La prima italiana per dribbling tentati e riusciti è il Milan, al settimo posto della classifica, seguita dalla Juventus all’ottavo.

Possiamo quindi affermare che, mediamente, nel nostro campionato venga effettuato un buon numero di dribbling, ma che le nostre big non riescano a tenere il passo delle più grandi squadre europee, che possono contare su alcuni dei migliori calciatori al mondo in questo fondamentale (i primi che vengono in mente sono Raphinha, Doué o Vinícius).

Ma quanto incide davvero questa tecnica sul gioco?

“È il più importante tra i gesti tecnici”

Per molti spettatori il dribbling è considerato il gesto tecnico più bello e importante del calcio, non solo per la sua valenza estetica, ma anche per la sua efficacia. È vero che un buon dribbling può essere una giocata clutch, in grado di cambiare completamente l’esito di un’azione in momenti decisivi, ma rimane pur sempre una forma di conduzione della palla come molte altre. È evidente quindi che il giudizio sull’importanza del dribbling sia fortemente condizionato dalla sua spettacolarità, più che da una reale utilità in sé.

Se a prima impressione sembra che una correlazione possa esserci, isolando le due metà della classifica è evidente che il dato non incida granché.
Anche il dato sulla precisione incide poco nel nostro campionato.

Lo stesso lavoro per quanto riguarda la classifica della League Phase della scorsa Champions League ci dà le stesse risposte: le prime quattro sono simmetricamente distribuite lungo entrambi i poli per efficacia nel dribbling. In altre parole, per quanto il dribbling va considerato uno dei tanti strumenti utili del calcio, non è certo l’unica risposta vincente e imprescindibile di questo sport, come vorrebbe una certa narrazione. 

“L’Italia non ha più grandi dribblatori”

Oltre alla polemica sui dribbling nel nostro campionato, entrando in un bar o scrollando un qualunque social network dopo una cocente delusione della Nazionale, è facile imbattersi nei soliti luoghi comuni. Il più noto – quello che tutti abbiamo sentito o pronunciato almeno una volta – è che i bambini italiani non giochino più in strada, che non abbiano più l’indole di “saltare l’uomo” e che il loro estro individuale si sia ormai esaurito.

Se da un lato è vero che gli Azzurri sono stati tra i peggiori dribblatori dello scorso Campionato Europeo, sia per dribbling tentati che riusciti, dall’altro lato più che un problema generazionale sembra trattarsi di una scelta tattica. Solo tre anni prima, infatti, sotto la guida di Roberto Mancini, l’Italia era seconda per numero di dribbling effettuati nel torneo poi vinto nella finale di Wembley, trascinata dai duelli individuali vinti dai brillanti Chiesa e Spinazzola.

Guardando poi alla Serie A, raccogliendo tutti i dati riguardanti i dribbling, vediamo che molti giocatori italiani – Zaccagni, Orsolini, Oristanio – hanno numeri relativamente simili, seppur marginalmente peggiori, dei migliori dribblatori del campionato, e cioè Nico Paz, Leão e Yildiz. La nazionale, in via puramente teorica, avrebbe un bel bacino di dribblatori da cui attingere; se poi questi non hanno trovato spazio, anche qui le ragioni sono state anche tattiche, ancor prima che numeriche.

Bisognerebbe infine chiedersi quando, in realtà, l’Italia abbia mai avuto una grande generazione di dribblatori. Anche ripercorrendo le varie epoche d’oro della Nazionale, appare evidente che, salvo rare eccezioni, non vi siano mai stati grandissimi interpreti di questa specialità, almeno rispetto alle altre nazionali. Ipotizzando un archetipo di calciatore italiano, il dribbling sarebbe probabilmente il fondamentale meno pronunciato. Uno dei più grandi, in questo senso, è stato Bruno Conti che, per la sua natura calcistica quasi sudamericana – ma certamente poco italiana – veniva soprannominato, con una crasi dalla scarsa originalità, “Mara-Zico”.

“Il dribbling (non) è solo un gesto tecnico”

A questo punto dovremmo porci una domanda fondamentale: «Che cosa possiamo davvero definire dribbling e cosa no?».

Secondo la Treccani: “Nel gioco del calcio, (il dribbling è la) manovra individuale dell’atleta che consiste in leggeri tocchi del piede, dati rapidamente al pallone, per portarlo da destra a sinistra o viceversa, così da ingannare l’avversario e scartarlo velocemente.”

Se però provassimo a riflettere, potremmo individuare diverse tipologie di questo gesto. È evidente quindi che questa definizione sia ormai obsoleta, o quantomeno superficiale, poiché si riferisce solo ad alcune categorie di dribbling. Non possiamo limitarci a considerare come dribbling solo quelli eseguiti con movenze spettacolari o skill funamboliche: nel calcio moderno è necessario ampliare la nostra concezione, includendo nuove forme di dribbling che possano riflettere le nuove evoluzioni del gioco.

Oltre alle tipologie di dribbling a cui ci hanno abituato giocatori come Ronaldinho o Neymar – quelli che ci fermiamo a guardare ipnotizzati in una compilation accompagnata da una canzone funk brasiliana – esiste un’altra tipologia, meno spettacolare ma altrettanto efficace. Potremmo definirli “dribbling atletici”: conduzioni di palla che permettono a un calciatore di superare l’avversario quasi esclusivamente grazie alla propria velocità, senza dover spostare più volte il pallone.

Pensiamo, per esempio, a Leão o Mbappé: probabilmente ricordiamo pochi loro dribbling “canonici”, poche finte e doppi passi, ma moltissimi dribbling in velocità, in cui si lanciano il pallone in avanti, sverniciando gli avversari come fossero alla guida di una monoposto. L’assenza di un vero e proprio inganno non rende questo tipo di dribbling meno pericoloso; anzi, dimostra come, oggi, con calciatori sempre più simili a centometristi, il dribbling non possa più essere considerato un gesto esclusivamente tecnico.