Dentro o fuori: guida ai playoff dell’Italia

Un viaggio dentro i sistemi di gioco, i leader tecnici e le fragilità delle tre squadre che possono decidere se torneremo o no ai Mondiali dopo undici anni.

Il futuro dell’Italia si deciderà ai playoff. La nazionale di Rino Gattuso, uscita malconcia dallo scontro con la Norvegia e relegata al secondo posto finale in classifica, si giocherà l’accesso al Mondiale – che manca ormai dal 2014 – con una mini final four da disputarsi tra il 26 ed il 31 marzo. Prima gara in casa, seconda, in caso di vittoria, in trasferta. L’urna è stata tutto sommato generosa con gli azzurri, che dovranno vedersela con Irlanda del Nord in semifinale ed una tra Bosnia e Galles in finale. Certo, non uno scontro scontato, perché in questo tipo di partite spesso i tatticismi lasciano il tempo che trovano, ma comunque una sorte migliore dell’incontrare Polonia, Repubblica Ceca o Svezia. 

Noi di Rabone (un grazie, in ordine di squadra, ad Alfredo Simone, Giovanni Dotta e Tommaso Paolantonio) abbiamo analizzato le avversarie degli azzurri, al fine di prepararci a cosa ci separa dalla gioia di vedere nuovamente gli Azzurri alla competizione iridata.

IRLANDA DEL NORD

L’Irlanda del Nord è una vecchia, pessima conoscenza, capace di non farci partecipare ai Mondiali prima con una vittoria nel 1958, poi con un pareggio per 0-0 nel 2021. Nonostante tra le fila dei “green’n’white” abbia giocato il fuoriclasse George Best, la nazionale ha vissuto il suo apice nella seconda metà degli anni ‘50, arrivando fino ai quarti di finale alla Coppa Rimet del ‘58 in Svezia.

Dopo alcuni decenni di crisi, con l’arrivo sulla panchina di Michael O’Neill la nazionale nordirlandese ha vissuto una seconda generazione d’oro e si è qualificata agli Europei del 2016, arrivando addirittura agli ottavi di finale. Dopo il terzo posto nel girone nel 2021 ed il primo posto nella Lega C della Nations League, con 11 punti in 6 gare, Bradley e company puntano ora ad aggiudicarsi la quarta partecipazione al Mondiale dopo aver battuto il Lussemburgo ed esser arrivati dietro Germania e Slovacchia nel proprio girone di qualificazione.

Allenatore e stile di gioco

L’eroe di questo playoff, a suo modo già sorprendente, è un volto noto a Belfast: Michael O’Neill, infatti, è stato anche un discreto centrocampista che ha giocato tra Inghilterra, Scozia e USA, collezionando anche 31 presenze in nazionale. Allenatore prima del Brechin City, squadra della terza serie scozzese, e poi degli Shamrock Rovers, ha guidato la sua amata nazionale dal 2011 al 2020 ed è tornato nel 2022, con un intervallo di tre stagioni allo Stoke City. Classe ‘69, O’Neill schiera la sua squadra con un 3-4-2-1 basato su una difesa bassa e rocciosa: in fase di non possesso i due esterni di centrocampo si allineano ai 3 centrali, con uno dei due trequartisti che scivola sulla mediana e trasforma la squadra in un 5-3-2. È una squadra fisica, con una difesa aggressiva e pericolosa sulle palle inattive. 

La squadra

La formazione tipo ruota intorno a pochi superstiti di Euro2016: Magennis rimane l’unico vero numero 9 in squadra – iniziando, tuttavia ad accusare l’età , mentre McNair, perno del San Diego, forma la linea difensiva con Hume e Ballard. A centrocampo i titolari McCann e Charles, costretti al forfait nelle ultime gare a causa di alcuni problemi fisici, sono stati sostituiti da Lyons, classe 2004 del Barnsley, e dal veterano Saville del Luton.

Sulle fasce agiscono Devenny, giovane talentuoso del Crystal Palace, e Conor Bradley, capitano della squadra e titolare del Liverpool. Sulla trequarti Galbrith dello Swansea e Price del West Bromwich agiscono dietro all’unica punta, per cui si prospetta una staffetta tra Donley, in forza allo Stoke City, e Jamie Reid, esperto attaccante dello Stevenage. In porta, invece, il ballottaggio è tra Peacock-Farrell, ex Burnley ora in forza al Blackpool in League One, e Conor Hazard, portiere giramondo ex HJK Helsinki e Celtic ora al Plymouth Argyle. 

Fra questi, giocatori chiave per l’Irlanda del Nord sono tre: Conor Bradley, capitano della squadra e probabilmente il più talentuoso del gruppo, è diventato titolare nel Liverpool dopo la partenza di Alexander Arnold. Terzino quando gioca per il club, con l’Irlanda del Nord diventa esterno a tutta fascia o anche trequartista in caso di necessità: è il motore offensivo della squadra, pericolo numero 1 per le difese avversarie.

Un altro elemento chiave del gruppo è l’attaccante Jamie Donley, scuola Tottenham ed attualmente in prestito allo Stoke City. Anche lui è un trequartista prestato al ruolo di attaccante, un fantasista mancino in grado di saltare l’uomo e di mettere a referto gol e assist grazie alla sua dote tecnica.

Infine c’è Trai Hume, difensore bandiera e protagonista del Sunderland dal gennaio del 2022: con i Black Cats è arrivato prima in Championship e poi in Premier, mantenendo anche la titolarità. Fan favourite sia col club che in nazionale, è il principale pericolo quando vengono scodellati palloni nell’area di rigore avversaria, grazie alle sue capacità nel gioco aereo.

Ones to watch

Oltre a loro, l’Italia dovrà stare molto attenta a due possibili sorprese: il primo è il trequartista del West Bromwich Isaac Price, giocatore rapido e bravo nell’uno contro uno. Ex Standard Liegi, Price in Championship registra una media di 2,5 tiri a partita e 1,6 passaggi chiave , se isolato in un uno contro uno, potrebbe rivelarsi pericoloso. L’altro nome da tener d’occhio è Callum Marshall, classe 2004 del West Ham chiamato a dare il suo apporto alla squadra a gara in corso. In doppia cifra la scorsa stagione con l’Huddersfield, è un giocatore fisico, capace di fare da solo reparto e rendendosi pericoloso con un pressing alto.

Come possiamo batterli

Anche se la differenza di tasso tecnico tra Italia ed Irlanda del Nord è innegabile, la tendenza della squadra di O’Neill a chiudersi dietro e soffocare le manovre veloci degli avversari con una difesa bassa e compatta potrebbe vanificare la costruzione offensiva. Per questo motivo la partita si deciderà nei duelli in mezzo al campo e negli 1 contro 1. In fase offensiva sarà quindi necessario puntare il più possibile l’uomo, creando superiorità in mezzo al campo, o liberare spazio ai centrocampisti per permettergli una conclusione da fuori. In fase difensiva servirà massima attenzione sulle palle inattive, tallone d’Achille dell’Italia, che proprio da questo tipo di situazioni ha spesso sofferto, e principale arma dell’Irlanda del Nord. Limitate le distrazioni e prestate le dovute attenzioni alle torri di Hume, Ballard e McNair si riduce sensibilmente la capacità di attaccare degli avversari. 

GALLES

Se l’Italia dovesse battere, come ci auguriamo, l’Irlanda del Nord, la favorita dai bookmakers per la finale sembrerebbe essere il Galles.

Quattro anni fa, nell’ultima partita del girone dell’Europeo del 2021, alla Nazionale di Mancini bastò un turnover estremo per sconfiggere un Galles modesto, reduce però dalla storica semifinale dell’edizione precedente. Adesso, però, tutto fa pensare che il compito potrebbe non essere altrettanto agevole: se l’Italia è passata da squadra entusiasta e spensierata all’orlo del baratro del terzo mondiale consecutivo saltato, anche la squadra britannica ha cambiato volto e non andrà assolutamente sottovalutata. 

Negli ultimi cinque anni il percorso del Galles è stato segnato da una lunga serie di spareggi, con tre campagne consecutive concluse ai play-off. Nel cammino verso i Mondiali del 2022, trascinati dai cinque gol di Gareth Bale – alla sua vera e propria “last dance” con la nazionale – i gallesi hanno chiuso secondi dietro al Belgio e davanti alla più quotata Repubblica Ceca. Agli spareggi è stato ancora l’ex attaccante del Real Madrid a prendersi la scena: prima con una doppietta nel 2-1 all’Austria, poi con il piazzato propedeutico all’autogol di Yarmolenko contro l’Ucraina, che ha riportato i dragoni al Mondiale dopo 64 anni. 

Il torneo in Qatar ha segnato l’inizio di una fase più complessa. Eliminati al girone con un solo punto conquistato – con gli Stati Uniti – e due pesanti sconfitte contro Iran e Inghilterra, i gallesi hanno affrontato l’uscita di scena di Bale e Ramsey e ricostruito identità e gerarchie tecniche. Le qualificazioni a EURO 2024 hanno confermato la difficoltà del momento: inserita nel difficile gruppo D con Turchia, Croazia, Armenia e Lettonia, la squadra ha alternato picchi importanti (come il pari di Zagabria e il 2-0 in Lettonia) a blackout costati cari, chiudendo terza e accedendo agli spareggi solo grazie al ranking di Nations League. Dopo il 4-1 alla Finlandia la corsa si è però interrotta ai rigori contro la Polonia, con Szczęsny decisivo sull’ultimo tiro dal dischetto di Daniel James.

Nelle qualificazioni ai prossimi Mondiali il copione si è ripetuto: il Galles ha di nuovo chiuso alle spalle del Belgio nel gruppo J, lasciandosi dietro Kazakistan, Liechtenstein e Macedonia del Nord – travolta 7-1 nell’ultima giornata – e conquistando così l’ennesimo accesso ai play-off. La nazionale gallese arriva quindi a marzo in piena trasformazione, forse meno carismatica dell’era Bale ma sempre compatta e pragmatica. La solidità casalinga lo dimostra: nelle ultime 11 partite a Cardiff hanno perso nei 90 minuti una sola volta (il 2-4 contro il Belgio a ottobre), segno di una selezione che davanti al proprio pubblico sa diventare ruvida, organizzata e ostinata.

Allenatore e stile di gioco

Dopo l’esonero di Rob Page nell’estate del 2024, il Galles è allenato da Craig Bellamy, alla prima esperienza in panchina. Fin dal suo insediamento, l’ex attaccante di Newcastle, Liverpool e Manchester City ha impresso una filosofia chiara: una squadra audace nel palleggio, feroce nel recupero palla e capace di costruire il proprio gioco attraverso un ritmo alto ed un’intensità continua.

Dal punto di vista tattico Bellamy ha rovesciato l’immagine di un Galles solo attendista, attaccando spesso in una struttura 2-3-5 in cui due difensori rimangono a protezione, mentre uno dei terzini stringe dentro il campo per formare la linea 3 e lascia cinque uomini in proiezione offensiva. In non possesso il sistema si compatta in un 4-4-2/4-1-4-1 molto aggressivo, con linee alte e volontà di portare pressing sul primo controllo e aggredire immediatamente sulla palla persa. Non è un caso che Bellamy ripeta spesso di “non amare i blocchi bassi” e di volere una squadra che, quando non ha il pallone, “vada a riprenderselo” il prima possibile. 

I numeri raccontano bene questa svolta. Nelle qualificazioni verso il Mondiale 2026 il Galles di Bellamy viaggia su una media di circa il 67% di possesso palla, dato che lo colloca tra le prime sei nazionali europee del percorso di qualificazione – dietro solo a superpotenze come Spagna, Croazia, Portogallo, Inghilterra e Germania. Ancora più significativo è il dato relativo al pressing: per PPDA (passes per defensive action) concessi agli avversari, i dragoni sono stati la quarta nazionale europea nelle qualificazioni, segno di una pressione sistematica e organizzata sulla prima costruzione rivale. 

Il Galles si presenta quindi come una squadra che tiene palla, ma che soprattutto costringe a giocarla velocemente e spesso male: poche sequenze pulite, tanti duelli e tanta corsa. Il tutto accompagnato da una cultura interna molto rigida, con regole ferree sul comportamento, senza telefonini a tavola e con il divieto persino di scambiare le maglie a fine partita, per “preservare il valore” della casacca gallese. 

E poi c’è un ultimo dettaglio, che in Italia non passerà inosservato: Bellamy sa già come farci male. Il 16 ottobre 2002, nelle qualificazioni a Euro 2004, fu proprio un suo gol – con inserimento in profondità, dribbling su Buffon e tocco a porta vuota – a firmare il 2-1 del Galles contro l’Italia al Millennium Stadium, una delle serate più iconiche della storia recente gallese. Più di vent’anni dopo, lo stesso protagonista siede in panchina: oggi non corre più sulla fascia, ma sta provando a trasformare quella stessa ferocia competitiva in un sistema di gioco moderno, aggressivo e, sulla partita secca, estremamente pericoloso.

La squadra

Nel Galles che arriverà agli spareggi il un nucleo di titolari è ormai consolidato, con Brennan Johnson come volto più riconoscibile. L’attaccante del Tottenham è il riferimento principale in profondità, abile nell’attaccare lo spazio alle spalle della linea difensiva, e migliorato molto nella rifinitura, come dimostra la doppia cifra di gol e assist nell’ultima annata da protagonista con gli Spurs. Il giocatore che oggi incarna meglio la leadership tecnica è però forse Harry Wilson, trequartista e ala del Fulham: principale regista offensivo della squadra, specialista su palla inattiva e uomo delle serate pesanti, come dimostra la tripletta nel 7-1 alla Macedonia del Nord e il fatto di essere arrivato a 17 gol con la nazionale, di cui cinque solo nel 2025. 

A dare equilibrio ci pensa Joe Rodon, centrale dominante nel gioco aereo e nei duelli (uno dei difensori più continui del nuovo Leeds in Premier League), affiancato dalla spinta costante di Neco Williams sulla fascia destra, terzino del Nottingham Forest che garantisce gamba e aggressività. Senza dimenticare il dinamismo “da Premier League” di profili come David Brooks (Bournemouth) e Daniel James (Leeds), esterni rapidi e verticali che danno al Galles un arsenale di giocatori abituati all’intensità necessaria ai playoff: nell’ultima gara contro la Macedonia del Nord, 7 degli 11 titolari militavano nel massimo campionato inglese (Darlow, Neco Williams, Rodon, Wilson, James, Brooks e Johnson), un dato che racconta bene il livello medio del blocco di partenza gallese. 

One to watch

L’ala sinistra Sorba Thomas, arrivata la scorsa estate allo Stoke City dopo il biennio tra Huddersfield e Nantes, abbina volume e qualità: nessuno ha creato più occasioni di lui (26) nelle Qualificazioni UEFA ai Mondiali 2026, segno di un giocatore che, quando entra in ritmo, può inondare l’area di cross e rifiniture. Un profilo meno di copertina, ma perfetto per il ruolo di mina vagante: se la partita si sporcherà e il Galles avrà bisogno di una giocata sul lato di Di Lorenzo, è molto probabile che il pallone buono passi proprio dal piede destro di Thomas.

Come possiamo batterli

Nonostante i progressi del Galles e la loro solidità casalinga, in un’eventuale finale sarebbe ingeneroso non considerare l’Italia l’assoluta favorita. La chiave, però, sarà come sempre determinata dalla nostra condizione mentale, per evitare di farci sopraffare dai demoni che negli ultimi anni hanno spesso accompagnato le partite decisive della Nazionale. Cardiff non è la bolgia che spesso viene raccontata: è uno stadio sì caldo, ma raramente ostile al punto da condizionare l’avversario e storicamente molto più teatrale che intimidatorio.

Sul piano tecnico, l’Italia può e deve vincere attraverso due principi, controllo del ritmo e gestione della riaggressione. Il Galles di Bellamy vive sulle pressioni corte e sulla verticalità immediata dopo la riconquista: se la squadra di Gattuso riuscirà a manipolare la prima linea con rotazioni costanti ad alto ritmo tra centrocampisti e terzini dentro al campo, è probabile che i gallesi finiranno col rompere la struttura e lasciare spazi alle spalle dei loro mediani, come accaduto in buona parte dei gol subiti nel loro percorso di qualificazione.

In fase di non possesso, sarà fondamentale chiudere le linee interne verso Wilson e impedire a Johnson di ricevere in campo aperto: due principi semplici ma che, se eseguiti, tolgono al Galles buona parte della sua pericolosità.

Infine, servirà lucidità nella gestione dei momenti emotivi. Il Galles è una squadra che vive a fiammate, mentre l’Italia – quando non si lascia trascinare dal caos – è costruita per agire a onde lunghe e scegliere quando accelerare. Se gli Azzurri riusciranno a imporre questo tipo di partita, giocando a ritmo sostenuto e senza momenti di sbandamento, la differenza tecnica – pur non così elevata – emergerà in modo naturale. 

E a quel punto, più che una notte da incubo, Cardiff può tornare a somigliare a quello che realmente è: un campo difficile ma non proibitivo, dove l’Italia ha tutto per far valere la propria superiorità.

BOSNIA ED ERZEGOVINA

L’altra possibile finalista è la Bosnia, squadra che non vanta la storia della nostra Nazionale – anche in quanto Stato “giovane” – ma la sfrontatezza e il coraggio non le mancano. È una squadra che gioca ogni partita come se fosse l’ultima. E contro l’Italia potrebbe davvero esserlo.

I’m from Bosnia, take me to America
I really want to see Statue of Liberty
I can no longer wait, take me to United States

Cantano così i Dubioza Kolektiv, un gruppo locale. La Bosnia, di fatto, all’America è andata molto vicina, molto più dell’Italia: per 13 minuti erano dentro il Mondiale. Vincendo in casa dell’Austria, avrebbero conquistato il primo posto del girone, finché il gol di Grigoritsch per il momento ha fatto tramontare il loro sogno. La Bosnia, a livello calcistico, è sempre stata un pendolo tra grandi ambizioni e ricostruzioni continue. Il momento più luminoso lo si è visto nel Mondiale 2014, con Begovic tra i pali, Pjanic in regia e Dzeko ad incantare in attacco e, da allora, la Nazionale è rimasta in una terra di mezzo: abbastanza talento per puntare in alto, troppa poca continuità per arrivarci davvero. In mezzo tante delusioni – sia per i Mondiali che per gli Europei, mai raggiunti – e altrettanti cambi in panchina. 

Allenatore e stile di gioco

Il nuovo inizio è stato affidato a Sergej Barbarez, chiamato a ridare un’identità a un gruppo smarrito. Barbarez, difensore di buon livello in Germania con 47 presenze in nazionale, non aveva esperienze da tecnico quando è entrato in carica nell’aprile del 2024. Proprio per questo, forse, non segue uno spartito rigido, non imponendo il suo gioco per 90 minuti ma preferendo adattarsi alla partita.

Il modulo base è un 4-2-3-1, ma ibrido, che può trasformarsi all’occorrenza anche in un 4-3-3 o un 4-4-2. Dal punto di vista del gioco la Bosnia è una squadra offensiva, con 14.5 e 2.1 gol di media a partita, che tuttavia non dimentica il piano difensivo, con soli 7 gol subiti in 8 partite. Il loro obiettivo è riconoscibile: sfruttare le corsie, dove è concentrata la loro pericolosità.

La squadra

Edin Dzeko è il centro di tutto lo scacchiere bosniaco, il giocatore che rappresenta la nazionale e ne incarna l’idea: “Il Diamante”, come lo chiamano in patria, dal suo debutto nel 2007 – dove ovviamente ha timbrato il cartellino – non si è più fermato, con 72 gol in 146 partite, record di reti e presenze della storia bosniaca. Barbarez fa affidamento a un amalgama di giovani ed esperti, guidati in porta da Nikola Vasilj, estremo difensore del del St. Pauli.

In difesa comandano due volti noti: Sead Kolasinac, che agisce da braccetto sinistro o terzino, e Tarik Muharemovic, difensore centrale 22enne del Sassuolo. Sulle fasce guidano i classe 2001 e 2007 Amar Memic e Kerim Alajbegovic, mentre il ventenne del PSV Bajraktarevic agisce a centrocampo con Benjamin Tahirovic, ex Roma, mezzala dinamica e con la corsa nelle gambe. Con Dzeko in attacco c’è Ermedin Demirovic, bomber dello Stoccarda, usato come trequartista o seconda punta.

One to watch

La Bosnia ha diversi giovani interessanti, ma Kerim Alajbegovic è quello che spicca più degli altri. Il classe 2007 è diventato un elemento di punta del Red Bull Salisburgo, squadra che sta dominando il campionato austriaco e di cui, a fine ottobre, era in testa nelle classifiche per tiri effettuati, dribbling completati e duelli offensivi vinti. Un giocatore con un primo controllo spaziale che vive di fiammate, crea gioco e occupa in maniera sublime l’half-space soprattutto di sinistra, andando a rientrare per calciare con il destro. 

Come possiamo batterli

Nel caso dovessimo affrontare la Nazionale balcanica in finale, nonostante la nostra evidente superiorità tecnica, il compito sarebbe tutt’altro che semplice. Sul piano mentale nessuna delle due squadre parte favorita: la Bosnia, arrivata a un passo dalla qualificazione, rischia di compromettere tutto davanti al proprio pubblico, mentre sappiamo tutti quali ansie caratterizzeranno l’Italia, reduce dalla pesante sconfitta contro la Norvegia, nell’eventuale round decisivo.

I tifosi bosniaci vivono la Nazionale in modo viscerale: il Bilino Polje di Zenica, in passato una vera roccaforte, oggi non lo è più come un tempo, ma l’atmosfera può comunque diventare feroce, quasi mistica, al punto da trasformare una partita normale nell’ennesima potenziale debacle.

Sul piano tattico sarà fondamentale mantenere massima attenzione sulle fasce e limitare Džeko, togliendogli tempo e spazio: se sapremo evitare una gara umorale e controlleremo il ritmo, riducendo le transizioni e arginando le fiammate degli avversari, allora le possibilità di volare in America per il Mondiale cresceranno sensibilmente.