Canta y no llores, dicono da una parte. After all you’re my wonderwall, rispondono dall’altra. Il quarto ottavo di finale del Mondiale 2026 vedrà affrontarsi due culture tanto diverse tra loro, eppure legate. Popoli dall’animo focoso, estroverso, ma ai poli opposti nell’esserlo. Britannici e latini rappresentati a pieno, faccia a faccia per provare a prendersi i quarti di finale del Mondiale.
L’unico precedente mondiale tra queste due selezioni risale a 60 anni fa: un 2-0 inglese firmato Bobby Charlton e Roger Hunt, nella fase a gironi di quel Mondiale 1966 vinto proprio dai “Three Lions”. Ma quella partita si giocò a Wembley, non qui. Perché in casa del Messico gli inglesi non hanno mai vinto: tre trasferte in terra messicana, due sconfitte e un pareggio, con l’ultimo successo del Tri datato 1985, un 1-0 proprio all’Azteca.
Pensate che il Regno Unito fu tra le prime potenze europee a riconoscere gli “Stati Uniti Messicani” come nazione indipendente, nel terzo decennio del 1800.
Ed a “Mineral de Monte”, 100km a nord della capitale, solo qualche anno dopo nacque una zona soprannominata “la piccola Cornovaglia”. Il Messico, dilaniato dalla guerra d’indipendenza, accolse centinaia di ingegneri britannici per rilanciare l’industria mineraria del paese, tuttora uno dei pilastri dell’economia nazionale. La comunità creatasi in quella zona è ancora lì, nello stato di Hidalgo: gli inglesi non sono soltanto il motivo per cui il pasticcio è diventato un piatto tipico della zona, ma hanno anche fondato il CF Pachuca, il più antico club della Primera Division messicana, nonché uno dei più titolati. Sono stati proprio gli inglesi ad esportare il “football” in Messico più di 100 anni fa, dando un’organizzazione al gioco più “primitivo” praticato dagli indigeni messicani in quegli anni.
In un angolo del suo negozio, un televisore trasmette la vittoria per 2-1 dell’Inghilterra sulla Repubblica Democratica del Congo, il risultato che ha garantito ai Tre Leoni un posto agli ottavi di finale dei Mondiali e il ritorno in Messico domenica. Per Ciro, il legame va ben oltre la partita di questa settimana. I minatori inglesi che arrivarono in queste montagne nel XIX secolo non lasciarono dietro di sé solo il pasticcio della Cornovaglia. Portarono anche il calcio organizzato, contribuendo a gettare le basi di quello che sarebbe diventato lo sport nazionale del Messico. «Il legame con il calcio viene dagli inglesi», ha detto Ciro. «La tradizione calcistica va preservata, insieme alla tradizione dei pasties». (Fonte: Reuters)
Messico-Inghilterra sarà il continuo del percorso dei “Tre Leoni”, accompagnati come sempre dalla marea white. Le centinaia di bandiere crociate con cuciti negli angoli i vari loghi dei club di appartenenza dei tifosi, sono una dimostrazione pura del legame che il calcio sa creare in questo popolo. Ogni club, da ogni categoria del paese, è rappresentato dalla sua gente, che sia Premier League o la National League. In ogni caso si tifa fieramente la propria identità, accorpandola in modo naturale alla nazione per la quale si sta girando il mondo. Sugli stand ci sono bandiere inglesi contornate da loghi di club rivali che spiccano fieramente, appese una accanto all’altra sulla balaustra, senza che questo offenda o infastidisca nessuno. L’unione che raggiungono in un paese in cui il calcio si vive come in nessun altro posto sarebbe da prendere come esempio per molti.
Tuchel ed i suoi arrivano lanciati a questo ottavo, dopo una prestazione zoppicante che però ha messo ancora una volta in risalto le qualità del top player di questa selezione: gli inglesi, pur pieni di talenti, sono appesi al loro “uragano” Harry Kane, nella speranza di poter superare anche questo enorme ostacolo. L’Azteca gli è stato fatale nel Giugno 1986: quel giorno Maradona fece fuori la nazionale britannica con due dei gol più iconici nella storia del calcio, la “Mano de Dios” ed il “Gol del siglo”. Stavolta però, a frapporsi agli inglesi non ci sarà un fuoriclasse di quel calibro, ma una marea verde che sogna.
Il sogno del “Tricolor”, che sente l’odore dei quarti di finale, raggiunti solo due volte in precedenza nella storia. L’Azteca è una fortezza per i messicani: 79 vittorie, 19 pareggi ed appena 2 sconfitte in 100 partite giocate su questo rettangolo verde magico. Il Messico presenta un carapace durissimo da superare: nelle 4 gare giocate Rangel ha sempre mantenuto inviolata la propria rete, dimostrando una solidità concreta, che darà tanti grattacapi all’attacco inglese. Sperando possa continuare il rendimento di Quinones, la storia strappalacrime di Jimenez, ed il preludio di un predestinato, Gilberto Mora.
L’atmosfera nei 70mila del “Mexico City Stadium” sarà incredibile: la White Army, Mr. Brightside, le pinte di birra, i cori goliardici da una parte; Cielito Lindo, los incondicionales, le cervezas, gli olè che partono dal 1’ ogni 5 passaggi consecutivi dei propri beniamini.
Saranno 90, forse 120 minuti. Due ore abbondanti in cui il calcio smetterà di essere soltanto uno sport e tornerà ad essere quello che, in fondo, è sempre stato: identità, appartenenza, storia. E sarà magico in ogni caso, con il tabellone che a fine partita emetterà il suo verdetto. Forse rivivremo la scena da pelle d’oca di giocatori e tifosi inglesi uniti a cantare gli Oasis, azzerando ogni differenza di ruolo, con Bellingham a guardare ancora una volta, con gli occhi lucidi e pieni di orgoglio, la sua gente.
O magari a fine partita ci sarà un tripudio generale messicano, con le strade di tutto il paese inondate di tifosi in delirio, per un “Tricolor” che sta rispondendo alla grande, in questo mondiale casalingo, segnando un posto nella storia del paese.
In fondo cambia poco. Comunque vada, questa partita è già storia.
Centoquarant’anni dopo aver portato il football ai piedi della Sierra de Hidalgo, gli inglesi tornano nel luogo in cui hanno piantato uno dei suoi primi semi. E vogliono fare di tutto per continuare ad inseguire il ritorno a casa del loro sport. E il Messico li aspetta nella casa che quel gioco l’ha fatto sua, fino a renderlo parte della propria anima.
Il resto, come sempre ai Mondiali, lo deciderà il pallone.