C’è un giocatore che da un anno e mezzo porta “o carnaval” in ogni stadio di Premier League. Indossa spesso la dez della Seleção e Pep Guardiola lo ha voluto alla corte dei Citizens praticamente in ogni tappa della sua carriera. Il suo nome in Italia è inspiegabilmente diventato quasi una bestemmia, tra chi non lo ha voluto aspettare per poi mangiarsi le mani e chi ancora oggi si ostina a negare la luce che emana, ma Lucas Paquetá alla fine è di chi lo vuole capire.
Lucas Tolentino Coelho de Lima nasce a Rio de Janeiro nel 1997, più precisamente na Ilha de Paquetá, isola di cui porta con fierezza il nome. Cresciuto col pallone in spiaggia, a 10 anni entra a far parte delle giovanili del Flamengo. Come quasi tutti i Brasiliani deve conciliare il sogno con una serie di ostacoli, come se la loro predisposizione culturale e genetica a giocare a calcio come supereroi fosse controbilanciata da fattori esterni unici che gli fanno da kryptonite. Da difficoltà di ordine economico, a quelle di natura geografica: dall’isola fino a Rio sono quaranta minuti di barca, percorsi insieme al nonno ed al fratello maggiore Matheus (già nelle giovanili del club rubronegro e che si allena qualche ora prima di lui). Impossibile quindi fare diversi viaggi: l’infanzia di Paquetá vede come unica costante il centro di allenamento del Flamengo, da mattina a sera, tutti i giorni. Nelle storie dei talenti sudamericani, in particolar modo quelli brasiliani, nessun ostacolo sembra mai troppo grande di fronte al sogno che nutrono: neanche un problema alle ossa, una malattia che lo porta ad essere alto solamente 153 cm a quindici anni e a venir messo ai margini della squadra. Solo un trattamento sanitario gli permette di guadagnare circa 27 cm in tre anni: nel 2016 debutta in prima squadra, e da lì si aprono le porte per il paradiso.
Schierato inizialmente falso nueve, viene poi arretrato sulla linea dei centrocampisti per poter sfruttare a pieno le sue caratteristiche. A guardarlo è infatti la rappresentazione perfetta della mezz’ala moderna, che a qualità tecniche smisurate abbina una grande fisicità. Basti pensare che tra i centrocampisti dei top cinque campionati europei è nel novantesimo percentile per contrasti vinti, nell’ottantaseiesimo per passaggi progressivi completati e nell’ottantesimo per contrasti aerei vinti (dato incredibile contando i soli 180cm di altezza).
Eppure, come detto, in Italia se ne parla male. Si è cominciato a denigrarlo praticamente come è arrivato a Milano, e chi lo fa tutt’oggi probabilmente non gli ha perdonato l’hype irrealistico che non ha (legittimamente) rispettato. Con Kakà come idolo, ma anche come ingiusto metro di paragone, arriva al Milan nel gennaio 2019, con il cartellino ancora attaccato e visibile a tutti che recita “35 milioni di euro, il brasiliano più costoso mai arrivato in Italia”. Non riuscirà mai a mostrare a pieno il suo talento, e sarà ceduto ingloriosamente al Lione di Juninho Pernambucano a settembre 2020, dopo meno di una stagione e mezzo in rossonero.
Com’è possibile allora che un giocatore etichettato da noi come “scarso” sia voluto dalla squadra che ha appena vinto il Treble? Una risposta non c’è, probabilmente perché la domanda in sé è mal posta. Il fraintendimento dal quale nasce risiede nella nostra cultura sportiva tossica, che ha portato a tantissime bocciature premature. Una cultura ancorata a preconcetti e giudizi affrettati, noncurante dell’uomo dietro al giocatore e dei contesti, umani ancor prima che tecnico-tattici, in cui è chiamato ad operare. Non è un caso che in Italia il termine Saudade sia diventato un meme ante litteram, spesso ridicolizzato come un capriccio di un viziato e non un vero ostacolo che condiziona il rendimento di un professionista. Occorrerebbe considerare e rispettare la cultura brasiliana, spesso vero e proprio fattore per chi intraprende il salto dalle spiagge verdeoro all’Europa (forse il momento più critico per la carriera di ogni giovane Brasiliano). Questi per esempio quasi sempre portano con sé gli amici oltre che la famiglia, come una sorta di crew o entourage, per un migliore ambientamento. A Milano Paquetá non ci è riuscito, mentre Lione – dove ha trovato la guida tecnica e morale di Juninho Pernambucano (allora Dirigente dell’OL) e la presenza dei connazionali quali Bruno Guimaraes, Emerson Palmieri, Teté e Jean Lucas – è stato il contesto perfetto per la sua rinascita.

Un altro fattore che spesso in Italia non si considera è il contesto tecnico e tattico che Paquetá ha trovato a Milano: allenato prima da Gattuso, poi da Giampaolo ed infine da Pioli (tre allenatori che, per motivi diversi, i tifosi rossoneri non amano particolarmente) il brasiliano non ha potuto trovare una continuità a livello di modulo e di richieste in campo, con il colpo di grazia inflitto dall’’anacronistico 4-4-2 scelto allora dall’attuale tecnico rossonero, nel quale la qualità veniva necessariamente sacrificata a favore della quantità. Se già nel calcio moderno la figura del numero 10 vero è merce rara, vedendoli snaturati nel ruolo di mezz’ala o di esterno d’attacco, è quasi impossibile per un trequartista collocarsi all’interno di un centrocampo a due o largo sull’esterno a tutta fascia.
Dalla sua Paquetá non si é mai nascosto, cogliendo comunque dei lati positivi dal suo anno e mezzo in rossonero, per esempio nel gestire le critiche: “A volte guardavo chi fuori dallo spogliatoio parlava di me. Ho finito per prendere tutto a cuore. Sentivo che dovevo segnare di più ed essere maggiormente decisivo. Alla fine questo mi ha confuso un po’. Comunque è stata un’esperienza di apprendimento e ora mi sento più libero. Quello che si dice di me non mi tocca, so come comportarmi”. E in effetti oggi il centrocampista sembra essersi messo quel periodo negativo alle spalle, prima con una grande esperienza al Lione e poi con la consacrazione al West Ham dove, grazie ad una sua verticalizzazione per il gol decisivo di Bowen, ha vinto la Conference League nel 2023, riconsegnando un trofeo agli Hammers dopo quarantatre anni.

Se è vero che la cultura carioca condizioni ogni giocatore nato in Brasile, non è un caso che i calciatori della Seleçao più di tutti dipendano dalla serenità con la quale scendono in campo. Il comun denominatore di tutti i grandi brasiliani è sempre stato il sorriso, come se perdurasse il rapporto infantile che intercorre tra il bambino e il pallone, con l’oggetto che per sua natura conferisce gioia al giocatore, che poi manipolandolo ne crea di nuova per sé e per chi lo guarda. Tutto questo poi culmina nel ballo, la massima espressione di felicità per un Brasiliano nato a Rio e abituato al Carnevale, che Paquetá ha reso il suo marchio di fabbrica dopo ogni gol.
L’aver condannato una squadra italiana in una finale europea con una sua giocata rappresenta forse un disegno karmico volto a punire il nostro Paese, nel quale l’estro non è accettato, in nome di un inquadramento tattico da seguire fino alla morte. Siamo il Paese che ha sempre ridotto Neymar alla figura del pagliaccio o del giocoliere più che del fuoriclasse, mentre chi lo ha dovuto affrontare (basti vedere l’ultima intervista di Cancelo) lo ha etichettato come il più difficile avversario da marcare. Il Paese che non ha accettato i passi di samba del Brasile dopo ogni gol ai Mondiali, visti come una presa in giro agli avversari invece che come fenomeno culturale verdeoro. Il Paese della letale cultura del risultato, che critica Rafa Leao perchè troppo “svogliato”, con qualcuno che lo ha addirittura additato come responsabile dell’eliminazione del Milan in Champions League dopo che ha tentato di superare il portiere del Newcastle con un colpo di tacco. L’incoerenza la troviamo poi nell’esaltare Muriel, al quale quel medesimo colpo di tacco è riuscito proprio contro al Milan (sempre il karma?). poiché “solo un genio potrebbe pensare una giocata simile”, un complimento che a Leao non è stato di certo riconosciuto.

La narrativa sportiva italiana ha provato per anni a dire che Lucas Paquetá fosse un giocatore sbagliato, che il suo modo di giocare non potesse funzionare, che fosse troppo Brasiliano per un calcio pragmatico come il nostro. Paquetá ha sempre risposto ballando e, per quanto siano riusciti a rallentarlo, alla lunga ha avuto ragione lui, continuando a ballare nei palcoscenici più importanti d’Europa.