La terra di mezzo granata

Il Torino smarrisce la sua anima granata mentre la piazza è in rivolta contro la società: con Baroni al timone e l’organico a disposizione, il rischio è restare intrappolati ancora nella terra di mezzo.

Qualche giorno fa mi sono imbattuto in questo aforisma: l’illusione concepisce speranza e partorisce delusione. Non vado matto per gli aforismi così – li vedo meglio ad abbracciare un cioccolatino o ricondivisi da qualche vecchia zia che non sentiamo da un po’ – ma ho pensato che riassuma in breve l’esperienza del tifoso di calcio. O meglio, un momento particolare della sua vita: quello in cui la nostra squadra del cuore sfiora un’impresa per poi fallire miseramente. Quell’attimo in cui la gioia diventa tragedia e il sogno diventa incubo. Quasi un sacramento: quel rito obbligatorio in cui il cuore di ogni bambino ingenuo si apre a del gelido cinismo. 

Ogni tifoso adulto che ci sta leggendo ora starà ripensando al suo. Per quanto le entità saranno ovviamente diverse – c’é chi ha sfiorato la Champions League e chi una promozione in Serie A – il dolore poi non è così dissimile. I tifosi del Torino, o almeno quelli più giovani, probabilmente staranno ripensando al minuto o poco più che è intercorso tra il pareggio di Belotti al 57’ e il vantaggio di Dendoncker al 58’ di Wolverhampton-Torino, del 29 agosto 2019. Sessanta-qualcosa secondi in cui la fase a gironi non è più sembrata impossobile, in cui la mediocrità non è sembrata più obbligatoria, in cui un miglioramento si era dimostato possibile. 

Sembra passato un secolo da quel preliminare di Europa League, proprio perché da quella palude di mestizia il Toro sembra non esserne mai uscito. Era la stagione 2019-20, quella che il Covid-19 avrebbe poi stravolto. Da allora, i Granata non hanno più alzato lo sguardo oltre il nono posto in Serie A, cavalcando la sella tra le due colonne della classifica. Una mediocrità diventata, suo malgrado, la nuova normalità.

E da lì per le vie di Torino aleggia un’aria strana, quasi amara. Il calcio sembra aver perso il suo fascino. Se i bianconeri presenti in città, poco avvezzi a vedere la Vecchia Signora lontana dal trono, sembrano in preda ad una crisi isterica che a giro si imbatte (anche a ragione) su allenatori, giocatori e dirigenza, il versante opposto a tinte granata – colore che poi veste la maggioranza della città – sembra ormai rassegnata a una “terra di mezzo” senza ambizioni. Un limbo dove il Toro smarrisce, stagione dopo stagione, quella grinta e quella identità che ne hanno scritto la storia.

La stagione 2024/2025

La scorsa stagione sembrava poter essere quella della svolta. L’arrivo del “reazionario” Paolo Vanoli aveva riacceso le speranze granata: per molti, l’uomo giusto per guidare la ribellione, capace di opporsi al lassismo cronico della dirigenza. Ma così non è stato, e non certo per colpa sua.

Prima, la surreale gestione medica di Perr Schuurs lo ha costretto a fare a meno, per tutta la stagione, del suo miglior centrale difensivo. Un tema che il Toro si porterà dietro anche quest’anno, nella speranza di rivedere il pilastro olandese soltanto a ottobre.

Già nell’agosto 2024, la tifoseria era insorta – con Vanoli a fare da sponda – per la cessione di Raoul Bellanova senza un vero sostituto: partiva uno dei migliori esterni della stagione precedente e arrivava Marcus Pedersen, reduce da un’esperienza a Sassuolo tutt’altro che memorabile.
Il fuoco granata è però esploso a gennaio. Ad ottobre, il grave infortunio di Duván Zapata aveva privato la squadra del proprio terminale offensivo – e che terminale – costringendola a puntare su Che Adams, giocatore dalle caratteristiche diametralmente opposte. E quando, nella sessione invernale, sarebbe servito un innesto vero, ecco spuntare Amine Salama: cinque gol in carriera tra i professionisti, e stagione chiusa con zero presenze in granata.

La colpa è ricaduta sull’allenatore, sostituito a fine stagione con Marco Baroni.

Il Toro di Baroni

L’approdo di Marco Baroni nella “terra di mezzo” è quasi la naturale evoluzione della sua parabola professionale: prima il miracolo con un Hellas Verona sull’orlo della liquidazione, poi il salto nella Lazio, capace di imporsi a lungo in Europa salvo poi smarrirsi davanti a ogni traguardo. Adesso, il passo intermedio: Torino.

Un allenatore scelto anche per il suo proverbiale “aziendalismo”. Nessuna polemica quando a Verona gli smontarono la squadra a gennaio, nessun attacco frontale durante la parentesi biancoceleste. Un profilo silenzioso, allineato, perfetto per una dirigenza granata che sembra temere più le voci fuori dal coro che le sconfitte sul campo.

Sul campo, però, Baroni promette una rivoluzione vera. Addio alla “difesa a tre e mezzo” di Vanoli, spazio a un integrale 4-2-3-1. Il problema? Se la fase difensiva era stata uno dei grandi vulnus della sua Lazio, il Toro sembra aver ereditato la stessa fragilità già nelle prime uscite del precampionato. Undici gol subiti in cinque partite sono un dato che fa storcere più di un naso, ma è guardando nel dettaglio la retroguardia che scatta l’allarme.

Via Vanja Milinković-Savić per 15 milioni – mai davvero amato dalla piazza – sostituito con Franco Israel, riserva dello Sporting Lisbona e profilo ancora tutto da decifrare. A destra, Pedersen prosegue la sua preoccupante parabola discendente. Al centro, la società ha sparato 18 milioni per Coco, bloccando così le trattative con Spartak Mosca e club qatarioti, ma le prestazioni del difensore sono state finora tutto fuorché convincenti.

L’arrivo di Ardian Ismajli, tra i migliori della scorsa stagione, porta una speranza di solidità. Anche qui c’è un “ma”: l’albanese si era esaltato come perno di una difesa a tre, con compiti ben diversi da quelli che Baroni gli chiederà nel nuovo assetto.

Spostandoci a centrocampo, lo scenario non cambia. Già al suo arrivo a Roma avevamo evidenziato le problematiche che Baroni avrebbe potuto trovarsi ad affrontare: a Torino, la musica è la stessa.
Prendendo come riferimento uno dei parametri utilizzati allora – il posizionamento percentile per tocchi di palla ogni 90 minuti tra i giocatori dei top 5 campionati europei negli ultimi 365 giorni – il quadro dei centrocampisti granata è impietoso: Gineitis 12%, Vlašić 22%, Tameze 22%, Casadei 11%, Anjorin 22%, Ilić 57% (dati Fbref).

Anche volendo considerare “drogato” il dato di Vlašić, complice una stagione scorsa da dimenticare, va ricordato che il croato agirà prevalentemente da trequartista, quindi lontano dalla prima costruzione. Ed è proprio qui che si apre la ferita: con la cessione di Samuele Ricci al Milan, il Toro ha perso l’unico vero regista basso in grado di dare tempi e linee di passaggio alla manovra.

Oggi, il centrocampo granata è popolato quasi esclusivamente da incursori e frangiflutti, con il solo Ilić – peraltro parzialmente fuori ruolo – e, forse, il giovane e intrigante Ilkhan (dati assenti per minutaggio nullo) a poter portare un minimo di geometria e creatività.

In attacco, il Torino sembra finalmente aver colmato alcune lacune ignorate lo scorso gennaio. Dalla Napoli arrivano Giovanni Simeone, pronto a facilitare il recupero di Duvan Zapata e poi a contendersi il posto da titolare, e Cyril Ngonge, vecchia conoscenza di Baroni. Dal Tolosa è poi sbarcato Zakaria Aboukhal, in grado di agire da esterno sia a sinistra – dove potrebbe sostituire Elmas, il cui ritorno sembra sempre più complicato – sia a destra.

Sulla trequarti agirà con ogni probabilità, come detto, Vlašić, mentre Che Adams si sdoppierà tra questo ruolo e quello di punta centrale a seconda delle partite, mettendo a disposizione di Baroni le capacità di incursione e riempimento d’area che il tecnico apprezza tanto.

Uno dei colpi più interessanti è senza dubbio Cyril Ngonge. Dopo un anno e mezzo a Napoli, con lo Scudetto conquistato senza però imporsi come protagonista, il belga torna sotto la guida di Marco Baroni, tecnico che lo aveva valorizzato ai tempi dell’Hellas Verona. In gialloblù, tra la stagione 2022‑23 e la prima metà della 2023‑24, Ngonge aveva messo a referto 11 gol e 3 assist in 36 presenze, confermandosi come elemento affidabile e dinamico. Al Torino porterà caratteristiche del tutto nuove in rosa, come la ricerca ossessiva dell’ 1vs1, una grande rapidità e capacità di accentrarsi dal lato destro, pronto a dipingere traiettorie precise col mancino.

Cosa aspettarci dai Granata?

Alla luce di quanto emerso, la stagione del Torino rischia di essere l’ennesimo anno senza infamia e senza lode. I granata difficilmente potranno puntare a un piazzamento europeo, a meno di un vero exploit offensivo, ma la rosa sembra comunque in grado di garantire una salvezza senza patemi.

Gli esperti sembrano allineati su un verdetto simile: consultando le quote Serie A per la prossima stagione, il Toro appare destinato a chiudere intorno all’11° posto, senza drammi ma senza sogni di gloria. La vera sfida, più che i numeri, sarà riportare lo spirito granata in campo: costruire una squadra in cui i tifosi possano riconoscersi, in grado di lottare fino all’ultimo minuto. Solo così il Toro potrà provare a invertire quel trend drammatico che lo ha visto uscire vittorioso una sola volta nelle ultime 40 partite contro la Juventus, restituendo orgoglio e identità a un popolo che aspetta da troppo tempo di tornare a tifare con il cuore.