Il revisionismo storico è tra le tasse da pagare più pesanti per un allenatore che ha la fortuna di vincere in Serie A. Negli ultimi anni ha preso tutti, non si è dimenticato di nessuno. Allegri, Conte, Capello; anche Sacchi non è riuscito a sfuggirgli. Quel luogo comune dell’italiano sempre pronto a sminuire i successi del prossimo, sulla falsariga del più becero “guarda che il mio falegname con trentamila lire la fa meglio eh”, ma senza neanche la parvenza di un sottotesto ironico.
E così non è neanche iniziata la nuova avventura di Simone Inzaghi in Arabia Saudita che già si mettono in discussione i suoi quattro anni milanesi. Si parla di fallimento, mentre lui abbraccia un’esperienza lontana dai riflettori del calcio europeo, consolato dal caldo del golfo e soprattutto da un contratto intorno ai 50 milioni di euro. Una decisione che alcuni hanno criticato, ma che appare del tutto comprensibile: il suo ciclo all’Inter in fondo sembra arrivato al capolinea, in una stagione logorante che avrebbe convinto chiunque a prendersi un anno di pausa. Senza sottovalutare il fatto che, in qualsiasi lavoro, nessuno rifiuterebbe una proposta di lavoro che prevede un aumento salariale del 350%.
Se è legittimo sollevare dubbi sul trasferimento in Arabia Saudita – a partire da quelli etici, se pensiamo all’utilizzo dello sportwashing da parte della monarchia saudita per contrastare lo tsunami di scheletri che strabordano dai suoi armadi – lo è molto meno mettere in discussione il lavoro svolto da Inzaghi all’Inter. Le critiche affiorate sui giornali dopo la debacle in finale di Champions, diventate più insistenti con l’addio, sembrano ignorare totalmente quanto di buono sia stato costruito in questi anni.
«Dove alleno io, aumentano i ricavi, si dimezzano le perdite e si conquistano i trofei»
Una frase pronunciata con calma, senza enfasi, ma che racchiude con precisione l’impronta lasciata da Simone Inzaghi nei suoi quattro anni all’Inter. Un periodo in cui ha portato a casa uno scudetto, due Coppe Italia e tre Supercoppe Italiane; in cui ha disputato due finali di Champions League e una finale di Supercoppa italiana, tutte perse. Se è vero – come ha detto quello che è passato dall’essere il suo predecessore sulla panchina nerazzurra a suo grande rivale quest’anno – che «chi vince scrive la storia, gli altri la vanno a leggere», è altrettanto vero che bastava poco, pochissimo, perché Inzaghi fosse ricordato con tutt’altro sguardo. Tre partite, o forse una soltanto, avrebbero potuto consegnarlo alla leggenda del club. Quelle stesse firme che oggi ne criticano il percorso, lo avrebbero probabilmente consacrato tra i più grandi allenatori della storia interista.
Può una partita determinare un fallimento?
Per giudicare davvero il lavoro del tecnico piacentino, allora, serve uno sguardo più ampio. Serve tornare all’inizio, fare un passo indietro; confrontare ciò che ha trovato con ciò che si appresta a lasciare. E analizzare, anche alla luce delle scelte e dei vincoli societari, il valore reale dei risultati raggiunti.
Partendo dal dato più evidente, quello relativo ai risultati, il confronto tra l’Inter pre-Inzaghi e quella dei suoi quattro anni di gestione è inequivocabile. Nelle cinque stagioni precedenti al suo arrivo da Roma, i tifosi nerazzurri hanno vissuto più delusioni che soddisfazioni, tra cambi di panchina, progetti incompiuti e risultati altalenanti.
Nel 2016/17, con Frank De Boer prima, Stefano Pioli poi e infine Stefano Vecchi, l’Inter chiude settima in campionato, fuori ai gironi in Europa League e ai quarti in Coppa Italia. Segue il biennio di Luciano Spalletti: due quarti posti in campionato e due eliminazioni ai quarti di Coppa Italia, con uscite premature sia dalla Champions (due volte ai gironi) sia dall’Europa League (una agli ottavi). La svolta sembra arrivare con la firma di Antonio Conte nel 2019/20, tecnico dalla reputazione vincente: conquista un secondo posto ed uno scudetto, ma manca sempre la finale di Coppa Italia, perde una finale di Europa League e viene eliminato due volte ai gironi in Champions League.
A fronte di questi risultati, è difficile non riconoscere il salto di qualità portato da Simone Inzaghi. Non solo ha mantenuto l’Inter stabilmente ai vertici, ma l’ha riportata a vincere con continuità e, soprattutto, a competere in Europa come non accadeva da oltre un decennio. Parlare di “sprechi”, come purtroppo abbiamo dovuto leggere su uno dei maggiori quotidiani sportivi italiani, appare dunque miope: il percorso del tecnico piacentino è qualcosa che nessuno dei suoi predecessori era riuscito anche solo ad avvicinare.
E se già i risultati sportivi certificano una crescita evidente, il quadro diventa ancora più significativo se si considera il contesto societario in cui Inzaghi ha operato. Nelle cinque stagioni precedenti al suo arrivo, l’Inter aveva chiuso ogni sessione di mercato con un saldo fortemente negativo: –146,13 milioni, –58,39 milioni, –6,43 milioni, –126,18 milioni e –43,80 milioni. Con l’arrivo di Simone Inzaghi, la tendenza è invertita drasticamente, al punto che, nei suoi quattro anni di gestione, l’Inter ha registrato un saldo positivo complessivo di 114,14 milioni di euro sul mercato. Un’inversione netta, frutto di un ridimensionamento tecnico solo sulla carta, grazie alla capacità di Inzaghi di valorizzare al massimo la rosa a disposizione, anziché pretendere l’arrivo di un top player.
Parte di questo deriva anche dall’abilità di Inzaghi di fare le proverbiali nozze coi fichi secchi. Quando nel 2022 arriva in un clima funereo di ridimensionamento, deve fare i conti con le partenze di Lukaku e Hakimi, forse i due giocatori più importanti della rosa di Conte. A loro si aggiunge la risoluzione del contratto di Eriksen, che (in proporzione minore) era stato comunque importante, soprattutto nel girone di ritorno. Inzaghi si trova costretto a sostituire tre pilastri dello scudetto, nonché a cercare nuovi leader tecnici ed emotivi nello spogliatoio. E ci riesce.
Ora è facile darlo per scontato. Vedere Lautaro, Barella e Bastoni figurare spesso e volentieri tra i giocatori più forti del mondo sembra normale, e spesso è un’argomentazione sollevata a sfavore del tecnico di Piacenza. Si fa notare che Inzaghi abbia goduto di tre top-player di caratura internazionale, eppure nessuno riesce ad ammettere l’importanza del tecnico nel farli diventare tali.
E il futuro?
Questa capacità di valorizzazione della rosa da parte di Inzaghi deve far sorgere un campanello d’allarme nella testa di Marotta e dei tifosi interisti. Il tecnico piacentino, che già alla guida della Lazio aveva fatto sì che una rosa non eccellente competesse costantemente per il piazzamento Champions, allo stesso modo all’Inter ha convinto tutti che una buona rosa potesse competere al massimo livello europeo.
Ma la rosa dell’Inter è davvero adatta a competere a quel livello? Al netto di alcuni nomi indiscutibilmente di valore — Bastoni, Barella, Dumfries, Thuram e Lautaro, pur con qualche possibile dibattito sugli ultimi due — il resto della squadra difficilmente rappresenta un bacino di desiderio per i top club europei. Eppure, sotto la guida di Simone Inzaghi, la squadra ha giocato da top club, dominando spesso per idee e organizzazione più che per qualità assoluta dei singoli.
Prendiamo ad esempio Federico Dimarco, spesso inserito nei ranking internazionali tra i migliori esterni difensivi, ma molto meno efficace lontano dal sistema inzaghiano. Basti pensare alle sue prestazioni in Nazionale, spesso opache. Inzaghi ha costruito attorno a lui un sistema su misura: liberandolo dai compiti difensivi, sfruttando le sue qualità come rifinitore avanzato, più incline a ricevere palla già nella trequarti offensiva piuttosto che in fase di costruzione.
Lontano dal ruolo di regista difensivo che qualcuno sembrava volergli cucire addosso, i suoi numeri parlano da soli: all’11° percentile tra i difensori dei top cinque campionati per tocchi nel proprio terzo difensivo, al 22° nel terzo centrale, ma al 96° percentile nel terzo offensivo. Passaggi completati? Solo nel 38° percentile, ma 99° percentile per azioni da gol create. Inzaghi non gli ha chiesto di essere ciò che non era: gli ha chiesto di fare solo ciò che sapeva fare meglio. E su quel dettaglio, ha costruito un’arma tattica.
Dimarco fa bene, anzi benissimo, uno specifico compito: quello di ricevere dietro la linea avversaria e di crossare per l’attaccante dopo 1 o 2 tocchi. Il piede rimane unico, l’Inter attacca bene l’area con tanti giocatori, e quindi spesso gli si spalancano sempre tante opzioni: in cutback per il rimorchio della mezzala (quella preferita), anticipato sul primo palo o il traversone sul secondo. Inzaghi lo ha capito e ci ha costruito una squadra intorno.

Situazione simile per i difensori centrali. Francesco Acerbi, prima del suo passaggio alla Lazio, sembrava vicino alla fase calante della carriera. Le ottime stagioni con Inzaghi lo hanno in qualche modo riabilitato, ma sembrava comunque arrivato all’apice delle sue possibilità. Quanto di più poteva dare al calcio, Acerbi? Eppure Inzaghi lo vuole con sé a Milano, e lo trasforma in un baluardo capace di annullare alcuni dei migliori attaccanti del mondo.
Anche Stefan De Vrij, dato per perso dopo un periodo difficile, è tornato a offrire prestazioni di alto livello ogni volta che è stato chiamato in causa. Il merito? Sempre di un sistema che protegge i limiti e valorizza i punti di forza, nasconde i difetti ed esalta i pregi. Con una difesa a tre ben oliata, coperture preventive e distanze controllate, entrambi hanno potuto rendere al meglio.
Un altro esempio lampante è Henrikh Mkhitaryan: a quasi 37 anni, è stato uno degli elementi più continui e determinanti della rosa, grazie a un’intelligenza tattica e a una condizione atletica sorprendente. E poi c’è Hakan Çalhanoğlu: arrivato dall’altra sponda dei Navigli come un trequartista discontinuo, spesso accusato di mancanza di cattiveria agonistica, è stato trasformato in uno dei registi più completi d’Europa. Inzaghi lo ha reinventato davanti alla difesa, ne ha affinato la disciplina tattica e lo ha responsabilizzato nella gestione dei tempi e degli spazi. Il risultato è un calciatore radicalmente diverso, oggi punto di riferimento tecnico e caratteriale della squadra.
La domanda, allora, è più che lecita: riusciranno questi giocatori a confermarsi anche sotto una nuova guida, in un contesto tattico potenzialmente diverso — magari con una difesa a quattro, maggiori responsabilità individuali e meno automatismi consolidati? È una delle grandi incognite che accompagneranno la prossima gestione tecnica dell’Inter. Perché finora, molti dei protagonisti di questa squadra hanno reso oltre le aspettative proprio grazie al lavoro silenzioso, ma minuzioso, di Simone Inzaghi.
Alla luce di tutto questo – se è pur vero che una sconfitta in finale per 5-0 brucia, così come la campagna nella serie A 2024/25 in cui ogni tifoso interista sente di aver buttato qualcosa – ridurre il triennio di Simone Inzaghi all’Inter a qualche sconfitta pesante o a presunti “sprechi” appare ingeneroso, se non del tutto fuorviante. L’allenatore piacentino ha infatti raccolto una squadra che veniva dalla sua banter era a cui era seguito il mini-ciclo contiano, trasformandola in una macchina da trofei e da finali europee, il tutto in un contesto economico segnato da vincoli severissimi, dove altri allenatori avrebbero chiesto rinforzi o alzato bandiera bianca (così come fatto proprio da Antonio Conte).
Inzaghi ha scelto invece la via più difficile: costruire un’identità forte, valorizzare ogni singolo elemento della rosa, competere ad altissimo livello facendo rendere il gruppo più della somma dei suoi singoli. Che poi sia finito nel mirino di parte della critica nel momento della sua uscita di scena non stupisce: è il destino, spesso ingiusto, di chi lavora senza proclami.
Ma chi guarda il calcio con lucidità sa che l’Inter degli ultimi quattro anni è stata modellata in modo quasi artigianale da Simone Inzaghi. Il rischio, ora, è che con un altro allenatore e con una politica societaria che dovesse rimanere invariata — fatta di plusvalenze, restrizioni e scelte mirate più al bilancio che al campo — tutto questo equilibrio si spezzi. Perché non basta chiedere “continuità tecnica”: bisogna anche riconoscere che Inzaghi ha mascherato i limiti strutturali con idee, gestione e coraggio. Senza un progetto altrettanto chiaro, il rischio di tornare a stagioni deludenti non è affatto remoto.