L’inizio della nuova stagione della Lazio è stato segnato da un susseguirsi di eventi che hanno spaccato definitivamente i rapporti tra la tifoseria biancoceleste e il presidente Lotito. Potremmo anche definirla la proverbiale goccia che ha fatto traboccare il vaso, ma il vaso in questione era stracolmo da tempo.
Da una parte il patron che in conferenza afferma di aver speso più di ogni altra squadra di Serie A, invitando i tifosi a “cacciare i soldi” invece di pretendere determinati acquisti; dall’altra i supporters che lamentano un forte ridimensionamento della squadra, complici gli addii in due stagioni di quattro pilastri come Sergej Milinkovic Savic, Luis Alberto, Ciro Immobile e Felipe Anderson: senza di loro la Lazio non solo perde 386 goal, ma anche quelli che erano gli unici senatori all’interno di uno spogliatoio con già forti problemi di coesione.
L’arrivo di Marco Baroni in panchina, seguito all’addio di Tudor dopo soli quattro mesi in carica, ha suscitato sentimenti contrastanti: se (quasi) tutti i tifosi hanno apprezzato le capacità umane del tecnico fiorentino – senza sottovalutarne la preparazione calcistica, con il miracolo compiuto con l’Hellas sotto gli occhi di tutti – allo stesso modo la scelta di Baroni ha rianimato il risentimento nei confronti di Lotito. Per molti la scelta di Baroni è stata una scelta furba, prendendo un allenatore che ha saputo lavorare in silenzio anche in situazioni disastrate. L’esperienza di un Verona con una rosa in modalità fuori tutto lo dimostra, facendoli guadagnare l’etichetta infame di “aziendalista”. Tutto ciò, unito alle motivazioni dell’addio di Tudor, ossia una battaglia a suo dire invincibile con Lotito e Fabiani sul mercato, non ha potuto che incendiare l’ambiente laziale.

Spezzando una lancia a favore di Lotito, va detto che quanto da lui affermato in merito alle somme spese risulta ad oggi vero (siamo però solamente al 22 luglio). Tuttavia non basta spendere per creare una squadra funzionale, e senza qualche ulteriore intervento la rosa della Lazio potrebbe presentarsi ai nastri di partenza con più di un problema strutturale.
La rosa ed il mercato
Il 4-2-3-1 è stato il fil rouge della carriera da allenatore di Baroni in Serie A, avendolo utilizzato anche a Lecce prima di eleggerlo come sua soluzione preferita nella seconda metà di campionato a Verona. I principi cardine sono chiari: una punta associativa in grado di svariare su tutto il fronte d’attacco, due ali rapide e forti nell’uno contro uno, un centrocampo dinamico e una linea difensiva equilibrata che sappia sia aggredire alta che scappare all’indietro.
Proprio l’attaccante è stato uno dei primi acquisti del mercato: è stato infatti preso Tijjani Noslin, classe ‘99 olandese che proprio con Baroni si è messo in mostra a Verona. Scelto anche per la sua duttilità, Noslin può essere impiegato su tutto il fronte offensivo, sia in tandem con Castellanos che a sostituirlo direttamente. È stato invece venduto Immobile, bandiera biancoceleste che negli ultimi anni aveva pagato la partenza di Inzaghi; i compiti di raccordo spalle alla porta sono sempre stati il suo limite più grande, e l’impressione è che con Baroni gli sarebbe stato chiesto un lavoro troppo associativo.
Sulle ali per sostituire il partente Felipe Anderson è arrivato Tchaouna per 10 milioni, classe 2003 molto interessante che si è messo in mostra quest’anno a Salerno. Il giovane francese rispecchia perfettamente il profilo richiesto da Baroni: un’ala esplosiva, in grado di strappare con potenza in verticale, con tanto dribbling e una discreta precisione nel tiro da fuori. A centrocampo sono stati poi comprati Dele-Bashiru, giocatore che ha fatto bene in Turchia ma ancora tutto da scoprire in Italia, e Gaetano Castrovilli, svincolatosi dalla Fiorentina dopo una serie di stagioni travagliate da continui infortuni. Infine l’arrivo di Nuno Tavares, terzino portoghese arrivato dall’Arsenal, che avrà il compito di fornire maggiore gamba in un reparto in cui i biancocelesti sono sicuramente carenti.

Analizzando i nuovi acquisti si può quindi trarre una linea comune: la Lazio ha cercato finora esclusivamente giocatori in grado di attaccare lo spazio, capaci di fornire una maggiore profondità e di far male in campo aperto. Ecco quindi quello che potrebbe diventare il primo problema della stagione biancoceleste: un’idea di gioco basata sugli spazi aperti e sulle ripartenze, che può funzionare in squadre con meno ambizioni e abituate ad avversari molto aperti e aggressivi, ma che potrebbe essere meno efficace contro formazioni dal baricentro più basso. La Lazio si troverà fisiologicamente ad affrontare squadre chiuse, con pochi metri alle spalle e che le lasciano deliberatamente il pallino del gioco; a quel punto sarà necessario trovare il modo di scardinare lo schema tattico avversario con soluzioni alternative. Per farlo, occorre avere in rosa giocatori a loro agio con la palla tra i piedi, con portatori che possano ragionare in attesa di trovare lo spazio giusto.
Vedendo il centrocampo della Lazio ad oggi è una caratteristica che manca, specialmente dopo gli addii di Luis Alberto e Kamada. Andando a vedere i numeri, Luis Alberto era al 84° percentile tra i centrocampisti dei Top 5 campionati per tocchi di palla in 90 min, salendo al 96° per tocchi nell’ultima tre quarti. Dei centrocampisti in rosa, solo Rovella ama avere il pallone tra i piedi (89°), ma ovviamente il numero crolla nell’ultimo quarto di campo, agendo il mediano lontano dalla porta. Stesso discorso per Cataldi, le cui ultime notizie però vedono fuori dal progetto tecnico in favore di Akpa Akpro (giocatore completamente opposto all’Italiano, capace a fare da filtro ma pressoché nullo palla al piede). Per il resto, Guendouzi risulta al 22°, Vecino al 69° (anche lui tuttavia con un crollo al 44° nella trequarti offensiva), Castrovilli al 15°. Per capirci Kamada, giocatore non tra i più tecnici del nostro campionato, ma in grado di abbinare qualità e quantità, risultava al 61° (73° nell’ultima tre quarti).
Restringendo il campo di indagine alle giocate che portano al tiro (SCA), i dati sono ancora più sconcertanti: con la partenza di Luis Alberto (4,6 SCA per 90 minuti, nel 97° percentile), nessun altro centrocampista biancoceleste supera il 50° percentile di SCA/90. In ordine di titolarità: Guendouzi con 1,98 SCA, Rovella con 1,50 SCA, Castrovilli con 2,25 SCA (3,8 nel 19/20, sua miglior stagione in viola) e Vecino con 2,03 SCA. A scopo di paragone, Kamada con 2,75 SCA risultava al 55° percentile ed era il secondo migliore in rosa.

A chi spetterà quindi il compito di trovare quelle soluzioni? Ad oggi è difficile capirlo, ma probabilmente è anche questo uno dei motivi che ha spinto il DS Fabiani a insistere sul mercato per arricchire la trequarti di giocatori più tecnici. È evidente quindi che alla Lazio oggi serva un playmaker: dopo un flirt con Lazar Samardzic, giocatore probabilmente perfetto per contesto e ambizioni oltre che per caratteristiche, è stato a lungo inseguito Mason Greenwood. L’inglese non è propriamente un giocatore cerebrale, ma comunque abbina un discreto bagaglio tecnico alle sue notevoli doti atletiche. Il suo possibile arrivo aveva ulteriormente diviso la tifoseria, tra chi vedeva in lui le caratteristiche carenti in rosa e chi si era drasticamente opposto al suo arrivo per via delle accuse, poi ritirate, di violenza nei confronti della fidanzata Harriet Robson. È probabile però che Fabiani insisterà sul mercato per un profilo simile, visto il bisogno fisiologico di aumentare la qualità sulla trequarti.
Non è un caso che ad oggi il nome più gettonato sia Calvin Stengs, trequartista del Feyenoord la cui migliore capacità è proprio quella di gestire il possesso tra le linee (per SCA/90’ ha un rendimento più alto addirittura di Luis Alberto, dato tuttavia da calibrare all’Eredivisie). Non è poi da escludere che, dovessero interrompersi le trattative tra Udinese e Milan, Fabiani tornerebbe prepotentemente su Samardzic.
Non sappiamo come si evolverà il mercato della Lazio e quali saranno le scelte del patron Lotito e del DS Fabiani, ma la Lazio ad oggi è una squadra che sembrerebbe costruita per avere un solo abito, ma non è detto che questo possa essere adatto ad ogni occasione.