Il capitano biancoceleste si avvia sconsolato verso la panchina, ripetendo tra sé e sé “siamo sotto 2-1, non capisco, non capisco”. Non uno sguardo ai compagni, non uno sguardo all’allenatore. In una singola scena, avvenuta al sessantesimo minuto di Lazio – Udinese, si nascondono quasi tutte le sfumature del dramma che ha portato alle dimissioni di Maurizio Sarri, ormai ex allenatore della Lazio. Ma procediamo per gradi.
La storia tra Sarri ed il club capitolino nasce i primi giorni di giugno 2021, in un contesto non tanto diverso da quello attuale. L’anno precedente la Lazio guidata da Inzaghi aveva sfiorato uno scudetto che la pandemia aveva derubricato all’ennesimo “what if?” della storia del nostro campionato, e dopo una stagione per certi versi molto simile a questa – piazzamento deludente in campionato, uscita agli ottavi di Champions contro il Bayern e i soliti attriti col presidente Lotito – il tecnico di Piacenza aveva accettato la chiamata dell’Inter. L’arrivo di Sarri accende subito l’entusiasmo della piazza, sopito con la partenza di Inzaghi: i tifosi, complice il gran gioco fatto vedere dal “comandante” a Napoli, nutrono grandi speranze.
Due anni e mezzo dopo è difficile dire che quelle speranze siano state ben riposte. Come si è arrivati ad una caduta del genere, con zero trofei alzati e pochissime soddisfazioni in Europa?
Il valore della rosa
Quando Simone Inzaghi, in seguito ad un acceso litigio telefonico con il presidente Lotito, ha lasciato la panchina biancoceleste, in pochi si sono resi conto del reale valore della rosa della Lazio. A tre anni di distanza, con il tecnico piacentino che sta finalmente ricevendo le lodi che si merita grazie a un campionato stradominato con l’Inter, è facile riconoscere l’importanza che ha avuto Inzaghi sulla panchina biancoceleste (a cui va gran parte del merito di quello scudetto sfiorato e dei tre titoli in bacheca), ma all’epoca un giudizio così benevolo non gli era stato concesso.

La scorsa stagione, la seconda con il toscano in panchina, il fenomeno si era ripresentato. Forte del secondo posto in classifica, si era riaccesa l’illusione di una rosa competitiva. Anche qui, però, è necessario vedere oltre la cortina di fumo dei risultati.
La Lazio ha infatti chiuso la stagione a quota 74 punti, la più bassa per la seconda classificata dalla stagione 2014/15, dimostrando come molto sia dipeso dalla underperformance di tutte le dirette concorrenti. Di contro gli uomini di Sarri hanno tutti goduto di un periodo di forma straripante e difficilmente ripetibile, a partire dal suo portiere. Provedel, arrivato dallo Spezia nel ruolo di vice di Luis Maximiano, si è prima ritrovato per caso in campo grazie all’espulsione del portoghese alla prima giornata, e si è poi preso i pali della porta biancoceleste a suon di prestazioni irripetibili. Oltre al premio di miglior portiere del campionato, per larghi tratti secondo le principali statistiche avanzate è risultato tra i migliori portieri d’Europa. Nonostante la Lazio concedesse diverse occasioni, il portiere di Pordenone con dei veri e propri miracoli ha permesso ai suoi compagni di reparto di passare per una difesa solidissima. Di contro anche il reparto offensivo laziale ha largamente overperformato. Gli uomini di Sarri davanti riuscivano a trasformare in oro qualsiasi occasione, segnando in ogni modo e da ogni posizione, risultando quindi tra i più cinici del campionato.
Una overperformance evidente da parte di tutta la rosa (sia chiaro, anche per meriti dell’allenatore, altrimenti sarebbe riduttivo come discorso), che è stato però preso come standard di riferimento. E proprio l’aver settato le aspettative a uno standard così alto si è rivelato fatale in questa stagione, nella quale le prestazioni di tutti i giocatori si sono normalizzate, o in alcuni casi risultando proprio in underperformance. Ci si strappa i capelli per una stagione negativa, ma la verità è che l’anno scorso non può e non deve essere lo standard al quale teniamo questa Lazio, soprattutto dopo la cessione di un giocatore che sposta gli equilibri come Sergej Milinkovic-Savic.
Il mercato
Arriviamo allora al mercato estivo, nel quale Lotito, dopo aver perso Milinkovic e dopo aver fatto tante promesse, ha messo a disposizione di Sarri Guendouzi, Isaksen, Castellanos, Kamada, Rovella e Pellegrini. Il francese si è rivelato un acquisto più che azzeccato, tra i migliori centrocampisti in Italia questa stagione, ma una rondine non fa primavera ed anche questo acquisto ha fatto storcere il naso all’allenatore.
Sarri ha chiesto a gran voce, per alzare l’asticella, l’acquisto di Berardi, Zielinski, Loftus-Cheek e Ricci, trovandosi invece un giovane (interessante, si, ma non pronto) danese, un centrocampista ex-Eintracht da dover abituare al ritmo italiano (ne parleremo più avanti) ed il giovane Rovella, anche lui molto forte ma sicuramente non pronto. La Lazio aveva poi un evidente problema sugli esterni difensivi, non può essere Luca Pellegrini la soluzione se si vuol fare un salto di qualità. Anche lo stesso Guendouzi, come detto tra i migliori in stagione, è emblematico: Sarri aveva chiesto espressamente Loftus-Cheek, giocatore che vanta un abbinamento di qualità tecniche e fisiche estremamente simili al partente Sergej. Arriva invece il centrocampista francese dal Marsiglia, che sì disputa un’ottima stagione, ma che rappresenta un archetipo di giocatore lontano anni luce distante dal serbo. Lapidario Sarri qualche settimana fa: “Ognuno si prenda le sue responsabilità. La società è stata chiara a luglio: se ti chiedo A e tu mi fai scegliere tra C e D, non ho fatto io il mercato”.

Arriviamo infine al vulnus principale della stagione biancoceleste: la mancanza di gol. Con Ciro Immobile in rosa, capitano e trascinatore, soprattutto in una stagione in cui risuona la musica della Champions League, è impossibile ipotizzare l’acquisto di una punta pesante, che marchi il tabellino con continuità e di conseguenza ne diventi il titolare inamovibile. Qualcuno potrebbe storcere il naso, ma non prendiamoci in giro: Immobile non si accomoda in panchina. Arriva così “El Taty” Castellanos, punta con caratteristiche opposte a Ciro in modo da non pestarsi i piedi: più qualità, molto meno killer-instinct. Il capitano della Lazio però nelle ultime tre sconfitte con Milan, Bayern Monaco e Udinese si è divorato l’impossibile, partecipando con i suoi errori anche all’eliminazione dalla Champions. Eppure è sempre stato titolare e addirittura, come sottolineato in apertura, si è dimostrato sconcertato al momento della sostituzione. Probabilmente l’offerta recapitata a Formello la scorsa estate direttamente dall’Arabia, che si racconta essere stata di ben ottanta milioni, forse sarebbe stato meglio non rifiutarla.
La gestione del gruppo
Guai però a scagionare completamente Sarri, che di colpe in questa caduta ne ha e non poche. Tutte sono sintetizzabili in una gestione attempata dello spogliatoio, dal punto di vista tecnico così come da quello umano. Partendo dal secondo aspetto, Sarri è un allenatore “vecchia scuola”, figlio di una corrente di allenatori che vede la vita privata del giocatore come un qualcosa di completamente scisso dalla vita professionale: se un calciatore ha un problema fuori dal campo, meglio che se lo risolva da solo, e guai a portarlo sul rettangolo verde.
In ogni azienda sono ormai fondamentali le attività di team building, finalizzate a creare un rapporto vero e diretto tra le varie figure professionali: secondo uno studio condotto da Forbes un dipendente coinvolto aumenta del 21% la propria produttività. Un concetto che vale anche e soprattutto in una società di calcio, nel quale le dinamiche aziendali si fondono con lo spogliatoio, con il concetto di famiglia all’interno dello sport. In una stupenda lettera di Kulusevski ai tifosi degli Spurs, realizzata da The Players Tribune, il giovane svedese parla così del suo allenatore Postecoglu:
Giocare per questo club è come far parte di una famiglia. Quando ci si allena, si vuole bene a tutti. Presto diventerò padre e molti dei miei compagni di squadra hanno appena avuto un figlio, quindi parliamo molto di paternità. So già che il giorno in cui lascerò gli Spurs, la parte che mi mancherà di più sarà lo spogliatoio. Credo che gran parte della nostra atmosfera familiare sia dovuta ad Ange.
Ange è coraggioso e ti rende coraggioso. Non parla molto, ma quando parla possiamo ascoltarlo per ore. Si vede che ne ha passate tante e spesso parla di ciò che ha imparato da suo padre. È diverso da tutti gli altri allenatori che ho avuto. Tutti parlano di tattica e di vittoria, e questo va bene, ma con Ange significa qualcosa di più, perché riguarda te come persona. Si tratta di te come uomo e di ciò in cui credi.
Una cosa che Maurizio Sarri invece, di proposito, ha scelto di non fare.

Mettendo da parte il lato umano, la gestione del gruppo di Sarri è stata estremamente carente anche dal punto di vista tattico: quasi come una protesta verso il mercato del suo presidente, nessuno dei nuovi, salvo Guendouzi, è stato integrato. Kamada è stato immediatamente accantonato, relegato a giocare massimo dieci minuti anche nel periodo in cui Luis Alberto era costantemente infortunato e/o forniva un rendimento pessimo. Castellanos, forse anche per i motivi di cui sopra, non ha mai goduto della piena fiducia dell’allenatore; Rovella ha giocato la prima partita da titolare oltre un mese dopo il suo arrivo, spesso lasciando il posto a Cataldi, non di certo un giocatore imprescindibile; Pellegrini solo di recente si è preso il posto di titolare; Isaksen, anche nel periodo di miglior forma, rimane relegato a riserva di Zaccagni (estremamente sotto tono) e Felipe Anderson, pronto a salutare la Lazio a parametro zero.
Da inizio stagione a molti giocatori è stato promesso un rinnovo o un adeguamento di contratto, su tutti Romagnoli, Zaccagni e Felipe Anderson. Dopo un infinito tira e molla è arrivato il rinnovo di Luis Alberto a quattro milioni annui, mentre tutto tace per gli altri giocatori, che iniziano sempre più a storcere il naso e cercare altre squadre. Immobile, dopo la partita col Cagliari, arriva addirittura a presentare il problema davanti ai microfoni dei giornalisti: “Abbiamo un po’ di festeggiamenti in sospeso. Se arriva qualche rinnovo così facciamo tutti insieme!” Pochi giorni dopo arriva il solo rinnovo di Provedel, mentre tutti gli altri rimangono in stand-by. Il gruppo è in guerra con la società e Sarri, che del gruppo non si è mai preoccupato, diventa così una pedina in una scacchiera più grande di lui: la squadra perde quattro partite su quattro, dando la sensazione di non provarci nemmeno. Il più classico dei “giocano contro”, ma il bersaglio non è l’allenatore, piuttosto il presidente.
Sarri viene scaricato ufficialmente e si dimette, pochi giocatori gli rimangono vicino, ma il braccio di ferro continua. Lotito manda tutti in ritiro e annuncia che cambierà ben poco, assumendo il vice di Sarri Martusciello il controllo dei biancocelesti. Ritiro che viene prontamente rifiutato da Romagnoli, uno dei senatori dello spogliatoio in attesa di rinnovo, con il Messaggero che riporta parole al veleno: “Non ci vado. Mandami pure via. Non mi hai dato le mille cose che mi avevi promesso”.
Finisce così l’avventura di Maurizio Sarri alla Lazio. Il tecnico toscano si dimette, forte del suo motto “non piegarti mai” e rinuncia a più di tre milioni di euro. Un uomo che ha conquistato il cuore dei tifosi più di quello dei suoi uomini e che, tirando le somme, ha raccolto ben poco.
Girano voci di un accordo già raggiunto tra Sarri e la Fiorentina per la prossima stagione. Per quanto possano sembrare i soliti chiacchiericci di mercato, se a giugno ciò dovesse avvenire, pur restando ben valide le motivazioni che hanno portato a questo crollo verticale, se ne aggiungerebbe allora una fondamentale per quanto riguarda il tempismo: muori da eroe o vivi abbastanza a lungo da diventare il cattivo.