Antonio Conte, amore tossico

La sconfitta contro il Verona all’esordio, le conferenze al veleno e il primo posto in solitaria ad inizio maggio. Come Antonio Conte ha trovato, tra luci ed ombre, il modo per portare il Napoli ad un passo dal secondo Scudetto in 3 anni.

È opinione comune fra gli storici che, con il passare del tempo, ogni ideologia tenda a diventare più radicale e ancorata ai suoi principi più eversivi, risultando più estrema e meno incline a smussamenti. Per quanto sia forse esagerato definire lo stile da allenatore di Antonio Conte una vera e propria ideologia, al momento il Napoli 2024-25 sta tuttavia rappresentando, con i suoi pregi e i suoi difetti, un distillato purissimo dello stile ruvido, polemico e maledettamente vincente dell’allenatore salentino.

Mai come quest’anno, Conte sembra essere arrivato a una sublimazione totale del suo credo, in una squadra a sua totale immagine e somiglianza. Il Napoli si è infatti trasformato in una macchina difensiva pressoché impeccabile, al punto da non subire neanche un gol di testa in tutto il campionato, in un meccanismo ulteriormente ripulito dell’estetismo che aveva caratterizzato le prime squadre dell’ex ct della Nazionale. La conversione dallo spregiudicato 4-2-4 di Siena e Bari alla contianissima difesa a 3 (avvenuta, secondo la leggenda, proprio prima di una partita al San Paolo per mettersi a specchio del Napoli di Mazzarri) ha subìto sotto il Vesuvio un’attenuazione che però ha permesso, indipendentemente dal modulo usato, di trovare una stabilità impensabile nelle macerie del Napoli dello scorso anno. Rrahmani, Buongiorno, Juan Jesus, Olivera e Di Lorenzo, sia con una difesa a 3 sia a 4, si sono infatti rivelati la falange oplitica necessaria per attuare il calcio aggressivo e mentalmente estenuante voluto dal suo allenatore, che fa quasi immaginare che il Napoli goda nel difendere e nel vivere in sofferenza: basti pensare che in tutta questa Serie A il Napoli ha solo vinto 9 partite su 35 con più di un gol di scarto, di cui appena 3 nelle ultime 16.

Il mercato voluto e preteso da Conte in estate ha dato l’impressione dell’attuazione di una formula vincente già applicata ai tempi dell’Inter, con l’innesto di giocatori immediatamente funzionali al credo dell’allenatore. Se McTominay (unico centrocampista dell’era De Laurentiis insieme ad Hamsik a superare i 10 gol in una Serie A in una singola stagione) è emerso come il nuovo Vidal, sotto la sua guida Lukaku è tornato Lukaku, anche se neanche nelle prospettive più rosee, probabilmente, l’ariete belga si sarebbe rivelato il miglior assistman della Serie A a quattro giornate dalla fine. Se a ciò aggiungiamo la rinascita di Zambo Anguissa e Lobotka, forse meno appariscenti dell’anno dello scudetto spallettiano ma incursori e metronomi formidabili, e la rivitalizzazione di Politano e Spinazzola, trasformati in veri e propri soldatini alla Di Livio, il Napoli sembra davvero essersi incarnato nell’educazione siberiana e stile marines di Conte, che trasforma i gregari in perfetti soldati e porta, spesso, a vincere i campionati. 

Durante questo campionato, il Napoli è man mano diventato una squadra che ha seguito e interiorizzato in modo quasi codificato e robotico i dettami del suo allenatore, al punto che Conte non passa un attimo in panchina senza guidare come un direttore d’orchestra ogni singolo movimento dei suoi calciatori. Non è quindi un caso che nessun giocatore partenopeo figuri fra i primi venti in Serie A per dribbling riusciti (il primo azzurro è il solito McTominay, papabile MVP del campionato, 21esimo con 33) e che il Napoli abbia segnato appena 55 gol in 35 partite, con una media di appena 1,57 a gara, dato peggiore per una squadra prima in classifica a inizio maggio nell’era dei tre punti: Conte ha quasi fatto intendere che la giocata imprevedibile fosse vista come un fastidio, quasi una deviazione su un tema prestabilito, in cui anche un fuoriclasse come Kvaratskhelia non riusciva più a esprimere se stesso come sta facendo ora sotto la Tour Eiffel.

Ogni minimo aspetto della stagione sembra esser stato pianificato ed eseguito alla perfezione dal suo allenatore, come una strategia finalizzata a un solo obiettivo. Vivendo la stagione partita per partita, il Napoli ha sempre dato l’impressione di voler rimanere attaccato al treno di testa ponendosi obiettivi a minimo termine, per aspettare i primi veri passi falsi e colpire nel momento decisivo. Tirando fuori il suo animo combattivo e da “contro tutto e tutti”, Conte si è dimostrato ancora una volta uno straordinario allenatore da tempo di guerra, che ha creato una squadra che ha fatto della solidità e della ferocia il suo forte.

Appurato che Conte resti una scelta quasi garantita se si vuole risorgere dalle ceneri e vincere nell’immediato, resta però da chiedersi quanto questo modello possa essere efficace anche in tempo di pace. La carriera e la stagione attuale dell’allenatore di Lecce fanno infatti pensare che questa ricetta perfetta che porta subito alla vittoria sia applicabile solo concentrandosi esclusivamente sul campionato (al punto che quest’anno si è addirittura consegnato alla Lazio agli ottavi di Coppa Italia, competizione mai vinta da Conte), come se i suoi giocatori non fossero in grado di gestire la pressione fisica e mentale del suo regime con più di una partita a settimana. Data l’eccezionale qualità del lavoro di Conte, che sta per diventare, scaramanzie a parte, il primo allenatore a vincere tre scudetti con tre squadre diverse senza asterischi (che invece macchiano la fedina di Capello), sorprende in modo particolare che nella sua carriera non abbia mai vinto più di una competizione “lunga” all’anno, dato che conferma ancora di più che tutto ciò che sta al fuori del campionato viene evidentemente visto come un intoppo per il suo piano quasi scientifico di vittoria. 

Anche sotto il punto di vista comunicativo Conte sembra star ripetendo il pattern che l’ha sempre caratterizzato. Come per i ristoranti con 10 euro della Juventus e la passivo-aggressività degli ultimi mesi all’Inter, lo sfogo pre e post Monza («Ho capito che qui tante cose non si possono fare»), è contismo in purezza. Verrebbe da definirlo inspiegabile e incomprensibile per una squadra che di lì a una settimana avrebbe raggiunto e superato la stanca Inter di Inzaghi, ma non rappresenta altro che uno dei punti del suo solito piano vincente: accentrare tutta l’attenzione su di sé per far lavorare i giocatori nell’ombra e lasciare messaggi quasi di sfida alla società, per cui o si fanno altri investimenti o si è pronti ad andarsene da vincente per andare a risollevare un altro porto in difficoltà (strizzando probabilmente l’occhio alla sponda bianconera del Po). In questo senso, il silenzio del vulcanico De Laurentiis, che lo scorso anno rilasciava dichiarazioni con cadenza quasi quotidiana, lascia quasi spiazzati. Con l’operazione Conte, il presidente azzurro sembra aver scelto, al momento con enorme profitto, una via antitetica alla passionalità napoletana ma di enorme efficacia: capendo che le paturnie primaverili di Conte non vanno intaccate ma assecondate in silenzio e poi eventualmente discusse a campionato finito, De Laurentiis sembra essersi adattato al piano da tutto e subito che sta portando il quarto tricolore a Napoli. 

Solo il destino sa se Conte proseguirà il suo percorso a Napoli o se deciderà di ripetere questo schema da qualche altra parte (magari alla Juventus, l’unica squadra che ha pubblicamente rimpianto di aver lasciato e mai come ora avrebbe bisogno di ritrovare il suo spirito). Quest’anno ha però senza dubbio dimostrato ancora una volta che assumere Conte è garanzia di successo: in un calcio che sempre di più ha idee di progetti a lungo termine (anche fantasiosi, citando l’ex juventino Danilo), chiunque deciderà di affidarsi a lui sa che vivrà tutte le fasi di un amore totalizzante, mentalmente assolutistico e difficilmente sostenibile con il tempo, ma che probabilmente gli permetterà di cucirsi lo scudetto sul petto.