A volte, quando incontro un ragazzo più giovane di me, gioco a misurare la sua età, considerando gli eventi storici più rilevanti che non ha potuto vivere. Io non ero nato quando in Italia circolava ancora la lira e non ho visto interrompersi la Melevisione per l’annuncio sull’11 settembre, ad esempio. Un diciannovenne non ha mai visto l’Italia campione del mondo, purtroppo, e un sedicenne non ricorderà le prime elezioni di un presidente nero negli Stati Uniti mentre il mondo veniva travolto dalla crisi dei subprime. E queste sono tutte cose che Gilberto Mora, cercando nel cassetto più remoto dei ricordi, non potrà mai trovare.
Lo so già cosa vi state chiedendo: «Chi è Gilberto Mora?». Giustamente questo nome non vi dirà nulla – nonostante se decideste di digitarne il nome su YouTube potreste incappare in un’infinità distesa di compilation, causata dagli interessamenti di mercato di questo o quell’altro top club europeo.
Potremmo definirlo, con un pizzico di esagerazione – ma forse neanche troppa – un enfant prodige di questo secondo millennio: uno di quelli che a 5 anni sa già leggere, che a 10 suona alla perfezione le composizioni di Bach, a 12 è cintura marrone di karatè e che a 15 (QUINDICI!) anni fa il suo esordio tra i professionisti in Messico. In realtà Gilberto non sa suonare il pianoforte e non ha mai imparato i kata, ma non solo ha debuttato a quindici anni, ha anche messo a referto un assist nella partita d’esordio nel calcio dei grandi – facendo segnare vari record nel mentre. Insomma: oggi che siamo abituati a prendere Yamal come metro di paragone della precocità, la storia di Gilberto Mora è ancora più incredibile.
Sul campo
Tijuana, si sa, è un luogo di confine, sia metaforico che letterale. Situata alla frontiera con gli Stati Uniti, è una città bellissima e spietata, in cui si alternano luci e ombre e dove i limiti si sfocano e gli estremi si incontrano. A Tijuana convivono il turismo di lusso e il narcotraffico più violento, dove un’ambiziosa speculazione edilizia incontra gli omicidi più efferati. E così anche Mora è un giocatore di confine, che ama farsi trovare tra le linee, che galleggia alla frontiera tra il centrocampo e l’attacco.
Ambidestro di piede e dotato di un’ottima visione di gioco, a questo aggiunge una discreta tecnica nei passaggi, e non a caso è il battitore designato dei piazzati del suo club. Il suo bagaglio tecnico è eterogeneo sia con la palla che senza, rendendolo un giocatore davvero fastidioso e difficile da marcare per gli avversari. Addirittura una leggenda messicana come Hugo Sanchez ha detto di rivedere in lui alcuni movimenti di Butragueño: un’investitura tanto importante quanto iperbolica, di quelle che arrivano solo quando la predestinazione incontra il bisogno di un popolo di creare degli eroi a cui aggrapparsi.
Alle doti in distribuzione Mora aggiunge anche degli ottimi tempi di inserimento, un grandissimo dribbling e una buona accelerazione nei primi passi, che lo rendono imprevedibile quando decide di crearsi da solo lo spazio per un tiro o per un passaggio vincente. Uno di quei calciatori simili a Pedri – ovviamente con le più che dovute proporzioni – che permea tutte le zone del centrocampo, soprattutto in fase offensiva. Di quelli che rubano subito l’occhio, anche allo spettatore più distratto, già da come ricevono il pallone.
Nonostante giochi ai confini più estremi del professionismo, Mora risulta essere uno dei migliori nel suo ruolo non solo in Liga MX, ma anche tra i suoi pari ruolo al di fuori delle cinque principali leghe del mondo.
A soli 16 anni rispetto agli altri centrocampisti Gilberto è infatti già nel 96º percentile per non-penalty goals (npG) e non-penalty xG (npxG), 88º per azioni da tiro create, 98º per progressioni, 97º per dribbling e 99º per ricezioni di passaggi progressivi. Tutto questo in un campionato minore, ma comunque affrontando i vari Sergio Ramos, James Rodriguez e Keylor Navas che popolano la lega messicana.
Se già così potremmo rischiare di sbilanciarci, è invece osservando il suo inizio di stagione che potremmo seriamente prendere in considerazione l’ipotesi di gridare al prodigio. Tre gol e un assist in Liga MX in otto partite potrebbero già ampiamente bastare e avanzare per presentarlo al calcio mondiale, ma è nel campionato mondiale U20 che Mora sta mettendo in mostra tutto il suo talento. In quattro partite con la nazionale minore ha già infatti segnato tre reti, servendo anche due assist e trascinando il suo Messico ai quarti di finale, superando ai gironi tre “big” come Brasile, Marocco e Spagna.
Non sempre le prestazioni nei tornei under sono seguite da affermazioni sui grandi palcoscenici – motivo per cui molte squadre italiane hanno spostato le loro attenzioni giovanili dalla Primavera alla Serie C – ma bisogna anche tener conto che Mora sta facendo “quello che vuole” contro avversari di quattro anni più grandi.
Queste attenzioni stanno contribuendo a un livello insensato di pressione al ragazzo, ma lui sembra rispondere bene. I presupposti per un brillante futuro ci sono tutti e gli interessamenti di Arsenal, City, Barcellona e Real Madrid non sono certo casuali. Certo, dovrà far seguito a questo ottimo inizio di carriera con una maturazione calcistica e fisica se vorrà dominare anche nei principali campi europei. Ma l’impressione è che dove non dovesse bastare il talento, ha tutto il tempo del mondo per arrivarci.