L’elefante nella stanza è un’espressione anglofona che si usa per indicare quelle situazioni imbarazzanti o scomode che – per quanto ovvie ed evidenti e soprattutto urgenti – facciamo finta di non vedere. Sulle sponde rossonere di Milano l’elefante in questione è portoghese, porta la maglia numero dieci ed è il giocatore più pagato dal club. Rafael Leão in teoria dovrebbe essere anche il leader tecnico di questo Milan (e a ventisei anni sarebbe anche lecito aspettarselo) ma la sua stagione non è partita come ci si aspettava.
L’avvio convincente della squadra di Allegri ha comunque fatto passare in secondo piano la questione Leão, e così in molti hanno preferito ignorare tutti i punti interrogativi di natura tecnica e tattica che circondano il giocatore. Il problema di ogni elefante nella stanza, però, è sempre lo stesso: si può scegliere di far finta di niente solo finché non si finisce col rimanere schiacciati.
Finché la barca va
Leão in questa stagione è sceso in campo solo tre volte, in cui ha accumulato complessivamente 66 minuti, un gol e zero assist. Questi numeri si spiegano facilmente: Allegri sta cercando di ridisegnare la sua posizione in campo e in sua difesa il precampionato aveva dato delle buone risposte. Poi ad agosto, nella partita col Bari in cui aveva anche segnato, il portoghese si è infortunato al polpaccio, e da quel momento ha fatto più notizia per il suo canale Twitch (cresciuto del 18,4% nell’ultimo mese) che per le giocate in campo.
L’ottimo inizio di stagione del Milan come detto non ha fatto sentire la mancanza del giocatore. Una partenza arrivata anche un po’ a sorpresa, non tanto per carenze a livello di organico – il cui innegabile valore era anzi il principale capo d’imputazione che pendeva in capo a Pioli prima e Fonseca-Conceicao poi – ma più per tutte le difficoltà vissute in un’estate in cui gli imprevisti spuntavano come funghi.
Innanzitutto la neonata coppia Tare-Allegri aveva dovuto far fronte a un mercato più di reazione che di azione. Davanti non è arrivato il tanto agognato centravanti e il tecnico livornese si è dovuto accontentare di Gimenez; in un centrocampo dove regna l’abbondanza il troppo ha effettivamente stroppiato, e nonostante gli arrivi di Modric, Jashari e Ricci Allegri non è riuscito a fare a meno di un Rabiot arrivato in extremis. In difesa solo De Winter ha rinforzato un reparto di centrali che sembrava (e sembra ancora) leggermente carente – o comunque sulla carta inferiore alle altre contendenti per il titolo.
In estate sono poi arrivati una serie di infortuni (su tutti il già citato Leão e Jashari) a complicare le cose, oltre a qualche acciacco di Pulisic che lo ha costretto a partire dalla panchina nelle prime uscite. Insomma, la stagione rossonera non partiva nel migliore dei modi, e la sconfitta con la Cremonese sembrava far da testimone.
Sembrava, appunto. Poi ad Allegri è bastato abbassare il baricentro, imporre un’insperata solidità difensiva e ritrovare il miglior Pulisic, e il Milan ha cominciato a vincere e convincere. L’operato del tecnico livornese in realtà è passato relativamente sottotraccia, essendo ormai diventato più l’oggetto di sterili polemiche ideologiche che protagonista di dibattiti costruttivi. E così, mentre gli autoproclamati risultatisti e giochisti si dichiaravano guerre social per il trono del Twitter Calcio, il Milan ritrovava certezze – tecniche, tattiche e mentali – soprattutto grazie al suo allenatore.
Intanto Leão ha smaltito l’infortunio, eppure continua a partire dalla panchina e quando entra non incide. Nonostante i mille alibi in sua difesa – l’infortunio, la condizione da ritrovare, il livello delle avversarie, le situazioni in cui è entrato – nelle prime due uscite contro Napoli e Juventus ha dato l’impressione di poter fare di più. Poco male, finché il Milan vince è un non-problema. Eppure lui in campo è sembrato smarrito, quasi a disagio. Il suo solito sorriso è diventato una smorfia, il flow con cui gioca di solito sembra spezzettato. Quello che colpisce però non è tanto quanto poco si parli di questo – di tutta la dimensione “calcistica” del Leão-verse – ma di quanto si preferisca parlare di altro.
Ci piace parlare di calcio senza parlare di calcio
Come potete aver intuito il titolo di questo pezzo è volutamente ambiguo. Può essere letto come un’esortazione, come a voler affrontare di petto un problema urgente. Ma, forse, funzionerebbe anche con un punto interrogativo, come a chiedersi: ma dobbiamo sempre e per forza parlare di Leão? Ne abbiamo veramente bisogno di una conversazione – l’ennesima – su tutto quello che non riguarda la sua sfera calcistica?
Su Leão è stato già detto di tutto: Leão che non ha l’atteggiamento giusto, Leão che non si prende sul serio, Leão che pensa troppo ai capelli, Leão che gioca ai videogame su Twitch, Leão rapper e Leão modello. Su Leão è stato già detto tutto quello che c’era da dire, tranne le cose più importanti. Non sarebbe forse il caso di parlarne non dico meno, ma per le ragioni giuste?
Partiamo dall’ultima notizia che ha riguardato il portoghese: ha fatto il giro di internet l’immagine di Leão nella partita contro il Napoli in cui è circondato da sei giocatori azzurri che lo rincorrono.
Una fotografia quasi eroica, che ricorda quelle di grandi campioni ingabbiati da un esercito avversario (pensiamo a Messi contro il Liverpool, Iniesta contro l’Italia, Maradona contro il Belgio). Immagini ricche della tanto chiacchierata aura, che esaltano quei pochi giocatori che si fermano solo con la forza dei numeri lanciandogli addosso orde di accoliti. Molti portali hanno colto la palla al balzo, condividendo l’immagine. Basterebbe però rivedere l’azione per vedere quanto quest’immagine sia decontestualizzata e quanto sia artificiale la verità che racconta.
Quello che, almeno secondo me, è interessante, non risiede tanto nell’immagine in sè, ma nella differenza tra il dibattito che poteva suscitare e quello che invece ha suscitato, e cosa tutto questo ci dice su come viviamo lo sport.
Partendo da come se ne è parlato, non appena Leão ha ricondiviso l’immagine è partito un circo mediatico e social abbastanza spropositato. Da un lato c’era chi esaltava il momento con paragoni assurdi, dall’altro si prendeva in giro il giocatore per essersi “gasato troppo”. Il focus era diventato unicamente lo screenshot, la superficialità plastica dell’azione e tutto quello che poteva rappresentare.
Quello che era venuto prima e dopo è così passato in secondo piano: l’unica cosa importante era la spendibilità del momento e la narrazione che ci si poteva costruire, chi per vendere interazioni con articoletti dai toni iperbolici, chi per strappare due like con un meme. Era stato perso di vista il contesto, il campo; come se la considerazione del Leão calciatore non fosse più sufficientemente alta per parlarne prima di tutto come tale.
Nessuno però si è interrogato sugli spunti di natura tecnica e tattica – un dibattito molto più costruttivo – che potesse offrire quel fermo immagine. Nessuno, insomma, si è chiesto come fosse finito lì Leão. Eppure di dubbi, in campo, ce ne sarebbero. A partire dal ruolo in campo: Allegri ha fatto capire di voler trasformare il portoghese in un attaccante centrale, un’evoluzione non troppo diversa da quella avuta da Thierry Henry a Londra, per capirci. Ma è veramente una strada percorribile?
Un problema di fondamentali
Partendo dalla dimensione tecnica – quella in cui il portoghese dovrebbe, e in teoria potrebbe, migliorare di più – i difetti sono gli stessi da tempo, e riguardano principalmente il fondamentale del tiro. Che Leão “non sappia tirare” si dice da anni, ed è la classica affermazione esagerata da Bar Sport con un fondo di verità. Se da vicino è in realtà un discreto finalizzatore (rispetto ai pari ruolo dei principali 5 campionati fa registrare ottimi dati sotto la maggior parte delle metriche di gol e tiro), da lontano ha mostrato da subito delle carenze che ancora non è riuscito a migliorare.
Questo finisce con l’oscurare anche i suoi pregi, perché di fatto ai difensori avversari conviene concedergli lo spazio per tirare dal limite riducendo invece lo spazio alle loro spalle, piuttosto che aggredirlo e rischiare di farsi superare in velocità. Tante volte basta accompagnarlo – come fatto dal Napoli e da Gutierrez in quell’azione – visto che tanto il portoghese riuscirà sempre a incartarsi al momento del tiro, come se fosse sempre troppo vicino o troppo lontano dal pallone per calciare pulito.
Da qui arriviamo al suo altro importante limite tecnico, legato a quella che dovrebbe diventare la sua area di operatività. Leão sa dare il meglio di sé isolato sulle corsie esterne, dove il traffico è minore e ha a disposizione lo spazio necessario per sfruttare il suo atletismo dirompente. Non possiamo considerare il suo un dribbling tecnico, fatto di slalom nello stretto e tanti micro-aggiustamenti del pallone, ma più un dribbling esplosivo, dove diminuiscono i tocchi e aumenta lo spazio tra il giocatore e il pallone.
Un problema che diventa ancor più pressante quando non solo è costretto a giocare il pallone nelle corsie centrali, ma anche a riceverlo spalle alla porta. In questo il portoghese avrebbe diversi alibi – quelli della boa sono compiti relativamente nuovi per lui – ma la partita con la Juventus ha dimostrato che la strada è ancora lunga per diventare il porto sicuro nel gioco di raccordo che chiede Allegri.
Chi ha visto Leão dal vivo può certificare un atletismo al quale la televisione semplicemente non rende giustizia, e il potenziale per diventare un centravanti d’elite nei duelli c’è. Nonostante non sia irresistibile di testa, col 51,9% dei duelli aerei vinti risulta comunque nel 90° tra i suoi pari ruolo, a testimonianza di una base solida su cui lavorare. Quello che manca probabilmente è un lavoro specifico sulle scelte, ma il template atletico è di primissimo livello.
La collocazione tattica
Dai problemi di natura tecnica arriviamo inevitabilmente a quelli di natura tattica. È qui che la palla passa da Leão ad Allegri, e come il tecnico livornese immagina il suo Milan. Abbiamo infatti visto (riprendendo l’immagine tanto discussa col Napoli) che probabilmente Allegri in Leão vede il mezzo perfetto per condurre i suoi contropiedi. Il portoghese corre, lo sappiamo, ed è quasi inarrestabile in campo aperto. Sulla carta sarebbe lo strumento perfetto per una squadra che tiene un baricentro bassissimo e che cerca di colpire principalmente in contropiede.
Questo però è un lavoro che, oltre a essere difficilissimo, diventa quasi diseducativo per i propri attaccanti – e lo abbiamo visto quando vi abbiamo parlato dei problemi di Vlahovic e Chiesa con Allegri. La distanza dalla porta, il poco coinvolgimento nel gioco, i pochi palloni toccati e la scarsa lucidità dovuta alle praterie che bisogna coprire sono tutti fattori che impattano negativamente su un attaccante. Anche qui ci viene in aiuto l’azione col Napoli, e l’innegabile perdita di lucidità che arriva dopo una corsa del genere.
Se ci aggiungiamo la costrizione a giocare anche tanto spalle alla porta – che inevitabilmente toglie energie fisiche e soprattutto mentali – si rischia di snaturare uno dei giocatori più decisivi del campionato nel suo ruolo.
Fermo restando che, almeno dall’inizio, è improbabile che Allegri si allontani dal suo cauto 3-5-2, potrebbe aiutare spostare sulla linea degli attaccanti uno tra Rabiot e Loftus-Cheek in fase di possesso. Così facendo i compiti della boa sarebbero affidati alla mezz’ala, alzando Leão sulla corsia esterna, liberandolo così da tanti compiti che ad oggi rischiano di limitarlo. Se invece si continuerà lungo la strada immaginata da Allegri sul corridoio centrale, sarà invece fondamentale che il portoghese migliori sotto tutti i punti di vista, non ultima una brillantezza fisica che deve ritrovare urgentemente, come ammesso da lui stesso.
Cosa ci aspetta?
Il campionato è lungo, e le prime due uscite contro Napoli e Juventus – al rientro dall’infortunio e da subentrato – non possono bastare neanche a ipotizzare il prosieguo della la sua stagione. Certo, con i bianconeri Leão sbaglia due gol abbastanza gravi per un giocatore che conta di fare il centravanti, ma rimane comunque prestissimo anche solo per parlare di bilanci. Non è infatti detto che questo esperimento non paghi, ma, viste le difficoltà evidenti, se dovesse funzionare sarà l’ennesima grande intuizione di Allegri in questa seconda esperienza in rossonero.
Il tecnico livornese, parlando di Leão in conferenza stampa, ha detto: «Si dicono parecchie cose intorno a lui, ma è un ragazzo d’oro e ha voglia di fare. Lui ha qualità tecniche staordinarie, ma dobbiamo lasciarlo giocare.» Come detto, l’impressione è che non si stia parlando tanto del Leão calciatore, o quantomeno si sta facendo finta di niente. Il Milan però è obbligato (per motivi tecnici e finanziari) a ritrovare il miglior Rafa, e, soprattutto, far sì che tutti tornino a parlarne principalmente per quello che fa in campo.