«E’ il destino di chi a volte fa la differenza. Purtroppo sarai sempre discusso, nel bene e nel male»: è con queste parole che si è espresso Roberto Baggio, sulle critiche a Rafael Leão. Un endorsement importante, considerando che arriva da uno dei giocatori più acclamati e al contempo più discussi della storia italiana recente.
È tra le critiche – tanto per cambiare – che è iniziata la stagione 2024/25 di Leão. Il portoghese non è di certo il primo fuoriclasse costretto a pagare a caro prezzo il talento strabordante che possiede; quel prezzo però come sappiamo è puntualmente più caro per i giocatori afro-discendenti, i cui comportamenti dentro e fuori dal campo godono sempre di attenzioni particolari.
Nemmeno un inizio in cui ha fatto registrare tre assist e un gol nelle prime sei partite è bastato a esonerarlo dal prevedibile bersagliamento mediatico. La partenza a singhiozzo del Milan ha fatto la sua parte, ma nessuno si è visto mettere in discussione come il portoghese. Le sue colpe, a quanto pare, sono di non aver fornito prestazioni all’altezza e di avere, spesso e volentieri, la testa lontano dal campo nei momenti decisivi. Ma quanto è vera questa cosa?
Why always me?
Da un lato le critiche alle sue prestazioni in campo sono sembrate pretestuose. I numeri rimangono dalla sua parte (ci torneremo), e anche una buona fetta della critica è rimasta sul suo proverbiale carro. Alcune scelte di Fonseca sembrano aver almeno in parte legittimato qualche dubbio nei confronti di Leão, ma l’allenatore portoghese è noto per le sue scelte forti e controverse. Fonseca punta tantissimo sull’impatto del dieci, ma ci tiene a rimarcare che in nome dello spogliatoio tutti i suoi giocatori sono uguali. Quello delle esclusioni importanti è un leitmotiv della sua carriera da allenatore, ed è un trend che ha attirato non poche critiche.
Dall’altro lato chi ha puntato il dito contro gli impegni di Leão fuori dal campo ha generato più consensi. Anche i suoi più strenui sostenitori hanno concesso che il portoghese sembra trattare il calcio come un lavoro per finanziare i suoi tanti hobby. Non si può neanche tanto parlare di vita privata e di media invadenti, quando è lui stesso a mettere in vetrina queste passioni. Questo però sembra più un problema culturale con il nostro approccio allo sport che un problema di Leão. In fondo, sui 10080 minuti che compongono la settimana, la vita di un calciatore non si può limitare a 90 di questi alla volta.
Anche per questo, forse per un discorso di connazionalità, una delle colpe di Leão sembra quella di non essere Cristiano Ronaldo. Non tanto di non possedere il suo immenso talento, ma di non vantare la stessa pulsione ossessivo-competitiva che divora il capitano della nazionale portoghese. Leão non è il tipo che arriva al campo d’allenamento due ore prima e se ne va due ore dopo, non leva le bottigliette di Coca-Cola dalle conferenze stampa e forse non ha nemmeno mai visto una vasca criogenica. Rafa ama la musica, l’arte e la moda; Ronaldo probabilmente possiede solo tute della Nike e smoking per i galà di premiazione.
È quindi difficile non vedere la natura pretestuosa di queste critiche. Le colpe di Leão non sono quasi mai veramente sue, ma sono figlie delle aspettative tossiche e distorte dei suoi tifosi. Spesso gli vengono proiettate addosso le ambizioni di altri, quando lui sembra perfettamente a suo agio senza l’angustia di essere il migliore. Viene criticato il giocatore, ma quasi nessuno sembra conoscere l’uomo, e soprattutto nessuno conosce veramente le passioni per cui viene puntualmente messo sulla graticola.
La musica
Uno degli interessi più conosciuti di Rafa è sicuramente quello per la musica. Con gli anni abbiamo imparato a conoscere Way 45, lo pseudonimo con cui scrive e pubblica tracce urban. Una passione che ha nel sangue: il padre era infatti un cantante, mentre lo zio faceva il DJ. È proprio quest’ultimo che lo ha avvicinato all’Hip-Hop, facendo nascere un amore che per il Leão bambino è stato vitale. Ha infatti raccontato che è tramite la musica che riusciva ad esorcizzare l’infanzia difficile nei sobborghi di Lisbona. Venuto su nei palazzoni del Bairro da Jamaica, ad Amora, suddivisione di Almada, Rafa ha dovuto fare i conti fin da subito con una periferia difficile e cruda, il cui codice postale è appunto il 45.
La biografia del suo profilo Instagram recita: “my life in each verse”. Al centro di questi versi tratta temi molto forti, come la povertà, il riscatto sociale e la determinazione che lo ha portato a diventare calciatore. Una storia travagliata, fatta di rincorse e di sacrifici, sfuggendo alle ombre della criminalità e alle perdizioni della periferia.
Il legame con le origini per Leão è indissolubile: non ha mai rinnegato le sue origini, e ha più volte ribadito che ad Amora deve tutto. Spinto dal sostegno della famiglia, è lì che inizia a giocare a calcio, trovando anche un modo per evadere, almeno con la testa, dai palazzi fatiscenti della periferia di Almada. Quella della musica è una dimensione fondamentale della sua vita, che lo ha accompagnato fuori dal disagio e che oggi gli permette di rimanere in contatto con le sue radici. Un qualcosa di profondo, più di un semplice hobby, e che difficilmente si può derubricare a semplice distrazione.
La moda
Un’altra delle sue passioni, trasmessa da papà António sin da bambino, è quella per la moda, lo stile e la cura della sua immagine. Questo lo ha portato, tra le varie cose, a fondare nel 2020 Son is Son, il suo brand di streetwear. Anche stavolta però è centrale il rapporto con le radici, in quanto il marchio è nato con l’obiettivo di celebrare la propria storia familiare e personale attraverso l’abbigliamento. Il nome deriva proprio dal concetto che un figlio è sempre un figlio, che sia di un quartiere o di una famiglia.
È poi inutile negare che la storia d’amore tra Leão e la città di Milano si sia consolidata anche attraverso la moda. Le Fashion Week meneghine lo hanno spesso visto in prima fila alle sfilate, e, oltre al suo brand, il portoghese ha collaborato direttamente col Milan per una capsule collection ideata a quattro mani con i designer del club.
Fargli una colpa dell’attenzione allo stile sembra gratuito. Leão non è l’unico sportivo con un occhio molto attento alle mode, e qui viene in aiuto la storica citazione del giocatore di football e baseball Deion Sanders: «Look good, feel good. Feel good, play good. Play good, they pay good». Un mantra che molti atleti hanno rivendicato negli anni, e che nel mondo della psicologia dello sport sembra avere dei riscontri tangibili sulle performance.
È comunque facile risalire all’origine delle critiche. Tra chi vede questi impegni come motivo di un presunto scarso impegno in campo, e chi invece rimane ancorato a stereotipi misogini o omofobi sul rapporto tra uomini e moda, Leão non si è sicuramente scelto delle passioni “facili”. Già solo l’idea di un ragazzo nero, molto ricco e ugualmente sicuro di sè, mette a disagio la pancia del conservatore medio. L’attenzione al guardaroba è solo la ciliegina sulla proverbiale torta dell’intolleranza. Il messaggio che poi passa – quello del giocatore indolente e distratto – ha un’eco trasversalmente condivisa a prescindere dallo schieramento politico. Nasconde però una forte retorica reazionaria, che molto spesso è totalmente slegata dalle sue prestazioni in campo.
L’attivismo
Leão è anche quello dei tweet caustici, dei video con gli YouTuber, o quello delle apparizioni con Capo Plaza e Lazza. Ma è anche lo stesso ragazzo che usa il suo seguito per la sensibilizzazione sulla lotta al razzismo, per strappare un sorriso ai bambini dell’Istituto Tumori di Milano o quello che indossa ogni partita un polsino regalatogli da un giovanissimo tifoso rossonero.
Sul tema del razzismo, in particolare, il calciatore ha sempre cercato di responsabilizzare i suoi fan. Attraverso i suoi canali social, ma anche nella sua biografia, si è schierato apertamente a sostegno di alcuni suoi colleghi – compagni e non – come Lukaku, Ibrahimovic, Kean, Balotelli e Maignan. Leão ha anche criticato apertamente le istituzioni sportive italiane ed europee, ritenendole troppo indietro sul tema e spesso corresponsabili. In “Smile”, il suo libro, ha scritto: «Spostare continuamente la responsabilità sul soggetto, chiedersi: ‘Lui cosa ha fatto per provocare?’ è il miglior assist possibile che si possa fare a un razzista».
Neanche Leão ha deciso quale maschera indossare davanti al suo pubblico. Un momento è il Dottor Jekyll che combatte contro le disuguaglianze e quello dopo è Mr. Hyde che si mette a litigare su X a colpi di tweet velenosi e like galeotti. Questo lo rende estremamente divisivo e polarizzante, con critiche ed elogi che si rincorrono come Tom e Jerry. In questo è inutile negare che debba crescere, ma è altrettanto vero che è un discorso che si applicherebbe, almeno in teoria, alla stragrande maggioranza dei calciatori.
Guardando al campo
Come anticipato, la stagione di Rafa non è partita male, ma ha subito il contraccolpo delle difficoltà del Milan. Le polemiche, che si sono accese con le ripetute esclusioni contro Napoli e Monza, sono poi in parte rientrate con le grandi prestazioni a Madrid e a Cagliari. I tifosi milanisti rimangono dalla sua parte, seppur divisi: da un lato chi è convinto che il vero Leão sia quello visto contro il Real, dall’altro chi invece sta imparando ad accettare la doppia natura del portoghese.
In termini di produzione offensiva, in questo campionato, i suoi numeri risultano in linea con le sue migliori stagioni con i rossoneri. Con una media di 0.83 tra gol e assist ogni 90 minuti ha fatto registrare il secondo dato più importante della sua carriera. Sta dimostrando di essere un’arma funzionale nelle mani di Fonseca, risultando il migliore del campionato per progressioni in area di rigore ed il migliore in Champions League per dribbling riusciti. Proprio tra i suoi compagni è il migliore per npxG (gol attesi esclusi i rigori) e secondo per gol+assist e azioni da gol create, dietro solo ad un Pulisic in grandissima forma. Numeri tutt’altro che negativi, e che riletti tenendo a mente le iniziali incomprensioni con il tecnico portoghese diventano addirittura sbalorditivi.
E l’uomo?
Va anche detto che sostenere Leão non è facile. La perenne serenità lo fa sembrare quasi innaturale, come se fosse consapevole della sua superiorità rispetto al contesto. Quando però non si traduce in campo, questa viene inevitabilmente percepita come arroganza. La sua sicurezza è disarmante, al punto da flirtare con la superbia. Anche solo il fatto che giochi col sorriso stampato in faccia sembra essere diventato un problema mediatico.
Il suo stile di gioco non lo aiuta; dove gli altri devono incaponirsi in giocate controintuitive per spezzare un raddoppio, a lui basta allungarsi la palla e mettere l’erba sotto i tacchetti. Vanta indubbiamente di un atletismo fuori dal comune, ma questo non gode di molti estimatori. Qualche anno fa un per niente rancoroso James Harden disse una cosa simile del neo-MVP della NBA Giannis Antetokounmpo: «Vorrei essere alto 2.15, correre e schiacciare come fa lui; quello non richiede skill. Io ho dovuto imparare a giocare a basket, ho dovuto sviluppare le mie abilità». Poco dopo Giannis vinse il suo primo anello con annesso premio di miglior giocatore delle Finals.
In un certo senso Leão si porta dietro la stessa croce. Il suo essere un freak atletico finisce con l’eclissare le sue qualità con la palla, che sono comunque notevoli. Sicuramente molto del suo gioco fa ancora affidamento al suo strapotere fisico – ed è altrettanto vero che continua ad avere enormi margini di miglioramento in alcuni fondamentali come il tiro – ma il suo bagaglio tecnico rimane tremendamente eterogeneo. Anche questo fa parte delle sue peculiarità, così come l’impegno sociale e la passione per le arti. Leão sembra aver fatto suo il mantra “More than an athlete”, che accomuna tutti gli sportivi che non vogliono essere confinati esclusivamente a quello che sono in grado di fare con un pallone.
Rafa non solo non è Cristiano Ronaldo, ma forse è la sua antitesi. Probabilmente non avrà mai la costanza per vincere un Pallone d’Oro, non diventerà il miglior marcatore della nazionale portoghese e non segnerà mai sessanta gol in un anno solare. Avrà le sue serate no, quelle in cui si intestardisce e le cose non vanno, quando si incupisce e sembra sull’orlo di perdere il sorriso. Non sarà sempre il giocatore elettrizzante visto al Bernabeu; l’importante però è sapere che sia in grado di diventarlo in qualsiasi momento. Solo questo vale il prezzo del biglietto.