Tra Ranieri e Gasperini ci ha perso la Roma

Il conflitto tra il mister e il senior advisor ha lasciato degli strascichi importanti.

Tra i crimini ricorrenti della cultura umana, nessuno ha raggiunto l’impatto narrativo del tradimento. Poetico e spietato, è il filo rosso che ci accompagna, dalla storia alla letteratura. Da quello di Elena scaturisce la guerra sullo stretto dei Dardanelli e la fine della civiltà troiana; con quello di Giuda arriva la crocifissione; dal tradimento della fiducia di Dio termina la beata esistenza degli uomini sul paradiso terrestre. Forse, in fin dei conti, il racconto della Genesi ha proprio questo scopo: farci aprire gli occhi sul fatto che chiunque può tradire, e che questo forse è l’aspetto più ancestrale della natura umana. 

Se dovessimo ripercorrere gli ultimi tre anni di narrazione sulla sponda giallorossa del Tevere, la parola che più di tutte ha riempito i nostri feed è proprio “tradimento”. Prima il famoso anello restituito da Mourinho a Pellegrini, poi il presunto tradimento patito da De Rossi per mano di Lina Soulokou. I corridoi di Trigoria hanno preso le sembianze del Senato Romano, con tutti gli attori pronti a vestire i panni chi di Giulio Cesare, chi di Bruto e Cassio.

Non sempre è chiaro chi sarebbe chi. Basti pensare alle ultime dichiarazioni di Claudio Ranieri nel prepartita di Roma-Pisa, che hanno fatto esplodere un caso finito poi con il “dimissionamento” del senior advisor. Per alcuni traditore, per altri tradito: è caduto l’ultimo baluardo del romanismo, o è caduta solo la maschera?

Roma-Pisa, il casus belli

«Abbiamo proposto cinque-sei allenatori, tre non sono venuti, poi la società ha scelto Gasperini».

L’agitazione di Ranieri è palpabile.

Molti tifosi si sono sentiti traditi. Quelle dichiarazioni, totalmente contrapposte a quelle pronunciate da luglio a febbraio – in cui rivendicava la scelta del mister e la fiducia nei suoi confronti – finiscono per sembrare un colpo basso. Così è scoppiato un vero e proprio conflitto, la degenerazione della guerra fredda di cui si vociferava da mesi a Trigoria. E come in ogni guerra che si rispetti nel tifo giallorosso e nei media ha inizio la corsa agli armamenti e allo schierarsi degli eserciti. 

A proposito di tradimenti; in questo caso l’attore indossa nuovamente i panni del Dandi e invoca l’immaginario maglianesco.

Più che partecipare a questa esasperante rappresentazione bellica – dovendo scegliere una fazione o l’altra, analizzando torti e ragioni delle parti, ammesso che ci sia stata effettivamente una vittima e un carnefice – vorremmo piuttosto osservare come, ancora una volta, in mezzo a queste guerre intestine che si ripetono a Trigoria da diversi anni, ci rimettano sempre i soliti noti: la squadra ed i tifosi. 

È sicuramente anche per queste frizioni che la Roma oggi si trova sesta in classifica, lontana dalla zona Champions che aveva accarezzato e inseguito per gran parte della sua stagione. 

Ci meritavamo un gran finale
Sul più bello ha preso a grandinare

Ma la questione è che i risultati sportivi di quest’anno sono solamente la punta dell’iceberg di problemi generati da questa crisi e che sembrano destinati a propagarsi anche per le stagioni successive. Nonostante l’addio del senior advisor, la Roma rischia di dare inizio alla prossima stagione partendo già in ritardo ai nastri di partenza. Nel momento dell’anno in cui le sue rivali già programmano la stagione successiva, i giallorossi sono impegnati a mettere in atto un rimpasto societario che coinvolge l’intera area sportiva.

Ma tra tutti i futuri possibili
Il destino ha scelto quello in cui dividerci

Gli scenari futuri

Verbi al passato, continui ringraziamenti alla squadra e risposte a dribblare le domande sul suo futuro. Questo è il leitmotiv delle ultime interviste di Gasperini alla Roma, che non lascia presagire nulla di positivo per i tifosi giallorossi. Se anche dovesse decidere di abbandonare la nave, infatti, la società giallorossa si ritroverebbe, ancora una volta, a dover ricominciare un nuovo progetto sportivo dopo solo una stagione, salutando il quinto allenatore nel giro di soli cinque anni.

Cambiare la guida tecnica, scegliendo magari un allenatore con principi di gioco differenti dal tecnico piemontese, creerebbe l’ennesima stagione di rifondazione in cui i tifosi romanisti sembrano condannati a vivere ciclicamente come Tom Cruise in Edge of Tomorrow. Farlo poi rinunciando ad uno dei migliori allenatori italiani, che ha dimostrato, persino nel corso di questa stagione, di poter ambire, anche con una rosa inferiore a quella delle sue competitors, a far tornare la Roma nella cosiddetta Europa che conta, sarebbe un suicidio calcistico in piena regola. 

L’impressione però è che questo sia lo scenario meno probabile. Con l’allontanamento di Ranieri, e quello probabile di Massara, i Friedkin hanno rinnovato la fiducia a Gasperini, che ha ricambiato con parole al miele per gli americani. 

Questa però significherebbe conferirgli carta bianca sulla scelta dello staff e sul mercato, ossia su quelli che sono stati i principali punti di scontro con l’attuale dirigenza. Gasperini si assumerebbe il rischio di individuare i calciatori preferiti (vedi Malen o Wesley, arrivati su sua precisa indicazione) ma anche di rischiare di fare all-in sui vari Sancho. Sono poi da tempo chiacchierate i rapporti tra il tecnico piemontese e Pietro Leonardi, e quanto questi abbiano influito nella delegittimazione di Massara e, di conseguenza, nell’inasprire la relazione con Ranieri.

Insomma, per trattenerlo servirebbe conferirgli poteri eccezionali, quasi da allenatore totale da Football Manager. Bisognerebbe affiancargli nuove figure apicali con cui possa non entrare in conflitto – e non è per niente una missione scontata. Gasperini poi, per quanto una figura di “campo” gigantesca, pecca delle qualità diplomatiche che servirebbero a qualsiasi dirigente, e a Roma in particolare. Ranieri e Massara in questo avevano rappresentato una novità importante, garantendo una protezione alla squadra che negli ultimi anni era mancata.

L’addio di Ranieri (e conseguentemente anche Massara) conferma infatti l’incredibile record segnato dalla Roma: sei figure apicali, tra direttori sportivi e amministratori delegati, sollevati dall’incarico in meno di tre anni. 

Il comunicato della Roma è ormai diventato un meme.

Osservando poi i risultati ottenuti da Ghisolfi e Tiago Pinto in Inghilterra, sorge anche il dubbio sulla sensatezza della scelta di allontanarli. Questo cataclisma poi non fa altro che acuire i già ben noti problemi della Roma, con la società giallorossa che di tutto ha bisogno attualmente fuorché di un ulteriore vuoto di potere dirigenziale, le cui mancate decisioni rischiano di compromettere ancora di più i risultati e la gestione della squadra in vista del futuro. Non è un segreto che un po’ tutto l’ambiente – dall’area tecnica, ai giocatori, ai tifosi – lamentasse da tempo l’assenza di una figura di rappresentanza.

Tenere Ranieri e Massara però avrebbe significato un sicuro cambio in panchina, frutto di una frattura ormai insanabile tra la dirigenza e l’area sportiva, oltre all’addio di molti dei pilastri della rosa, ormai in scadenza di contratto, ma fedelissimi di Gasperini, oltre che un’inevitabile crisi di identità per la squadra. 

La presenza poi di una personalità rivelatasi ingombrante – per usare un eufemismo – come Sir Claudio, avrebbe rischiato di disincentivare eventuali nuovi candidati alla panchina della Roma e non avrebbe potuto garantire che si generassero nuove dinamiche come quelle che hanno portato al voltafaccia a cui abbiamo assistito recentemente. La panchina della Roma – per quanto comunque prestigiosa – poggia su un terreno instabile ormai da tempo, rivelandosi ostile e poco invitante per chiunque. 

L’impressione quindi è che la Roma rischiasse, alla luce delle ultime notizie, sostanzialmente di finire dalla proverbiale padella alla brace. Forse anche per questo la proprietà si è sentita chiamata a sostenere Gasperini, sia per motivi ambientali che – soprattutto – economici. In un club dove la mentalità societaria è apparsa spesso e volentieri disfattista, la decisione di puntare sul tecnico di Grugliasco può sembrare una scelta orientata a conservare, e magari anche a costruire. In realtà i Friedkin si sono trovati davanti a un bivio illusorio, nel dover scegliere tra il tecnico e Ranieri. 

Questo nuovo progetto, fin dalla sua genesi, ha visto una pianificazione condotta su due binari separati e in direzioni opposte. È quindi evidente che continuare in una direzione avrebbe sacrificato tutta la strada fatta nell’altra – in parte quello che era già successo nell’affidare una squadra costruita per il calcio posizionalista di De Rossi a Gasperini. La Roma sembra incastrata in un loop infernale in cui le scelte sbagliate si rincorrono, e la tendenza è quella di ricominciare puntualmente da zero invece di provare a salvare il poco di buono che è stato ottenuto nella gestione precedente. 

Non avrai altro Dio all’infuori di me

La Roma ha scelto, almeno per il momento, Gasperini. Questo però, conoscendo il modus operandi della proprietà americana, significa poco e niente, vista la tendenza della società a dipendere molto dall’umore della piazza. 

Le (non) scelte “ruffiane” della proprietà non sono altro però che conseguenze di quello che potremmo definire un brutto vizio dell’ambiente calcistico romanista. La sensazione infatti è che il tifoso della Roma abbia la tendenza, ma forse anche la necessità, di dover necessariamente scegliere un eroe, una sorta di leader maximo, che prima o poi finirà con il sentirsi legittimato a prendere decisioni fuori da ogni logica e spesso quasi tiranniche. Senza scomodare Totti e De Rossi infatti, prima è stato il turno di Mourinho, il cui culto della personalità viene praticato ancora oggi da alcuni tifosi romanisti; poi è arrivato il turno di Ranieri, ed ora quello di Gasperini, eletto adesso con un plebiscito di voti a salvatore della patria. I Friedkin hanno colto questa tendenza, nominando di volta in volta un “Cesare” da consegnare al suo popolo.

A Roma quindi sopravvive chi riesce a vendersi meglio, a prescindere dai risultati sportivi, e a non inimicarsi nessuno. In una città che ha assistito alla corruzione di pontefici e imperatori ricchi e potentissimi, l’ubriachezza del potere e della fama rischia di inebriare tutti, spingendoli a prendere decisioni apparentemente insensate ed egocentriche. 

E se, sempre per citare un proverbio, Maometto non va alla montagna, è arrivato il momento in cui sia la montagna ad andare dal profeta, e che quindi per superare questa impasse siano anche i tifosi a dover cambiare il proprio modo di interagire con la squadra, magari giudicando con occhio critico, senza idoli o santi. Evitando quindi ai Friedkin la comodità di poter amministrare una squadra di Serie A senza aver mai scelto davvero nulla nel concreto.

Un’inversione di tendenza che, a onor del vero, nelle ultime settimane si è vista.

Non è ben chiaro se Roma riuscirà ad ottenere una struttura gerarchica definita e coerente, e l’ennesimo rimpasto societario avrà esiti imprevedibili, ma una stabilità societaria rappresenta sicuramente il presupposto fondamentale e necessario per ritornare ad occupare quei posti in classifica che ormai mancano da più di otto anni.