Che qualcosa non tornasse lo si poteva intuire già quando, a meno di un mese dal suo arrivo, dopo il gol in Champions League contro il Villarreal Dusan Vlahovic esultò in modo polemico, quasi rabbioso, più contro qualcuno che per qualcosa. In un contesto in cui avrebbe potuto semplicemente godersi il momento — il primo gol europeo, nella prima partita in Champions, al primo pallone toccato — il serbo lasciava invece intravedere una tensione sotterranea e una frattura latente, il segnale che fin dalle primissime settimane il rapporto con l’ambiente non sarebbe stato così idilliaco come si sperava.
Sbarcato a Torino con l’etichetta di salvatore della patria, Vlahovic era stato accolto con l’idea che bastasse il capocannoniere del campionato per risolvere i problemi della macchinosa prima Juventus dell’Allegri bis. Sulle sue spalle gravavano aspettative enormi, alimentate da un investimento economico mai più visto in Serie A, e da una narrazione che lo dipingeva come il centravanti destinato per natura a riportare i bianconeri ai vertici.
Con il passare dei mesi, però, quelle promesse e l’aura di onnipotenza — che sembrava escludere persino l’idea di una partita senza gol — hanno iniziato a svanire. Prestazioni altalenanti, troppi infortuni e una chiara difficoltà ad adattarsi pienamente ai sistemi di gioco dei vari allenatori della sua esperienza juventina hanno progressivamente fatto sì che il grande colpo di mercato, il simbolo della gestione Arrivabene, a poco a poco si rivelasse forse il più fallimentare acquisto della storia recente della Vecchia Signora per aspettative, resa e modalità d’addio.
E dire che tutti eravamo rimasti affascinati dal Vlahovic visto con la maglia della Fiorentina; dominante, affamato, capace di segnare in tutti i modi e con una personalità da veterano nonostante la giovane età. Se si ricorda l’attaccante implacabile sotto la corte di Vincenzo Italiano, l’involuzione avuta in bianconero appare quasi inspiegabile: quel mix di potenza, tecnica e freddezza che lo aveva reso uno dei talenti più luminosi del panorama mondiale e che gli aveva permesso di segnare 38 gol in 58 partite in Viola si è progressivamente offuscato, lasciando spazio a un giocatore spesso insicuro, scollegato dal gioco e a tratti irriconoscibile.
I numeri
Guardando la sua parabola discendente, si ha la netta sensazione che Vlahovic abbia perso quasi tre anni del suo sviluppo, perdendo definitivamente il treno nel momento in cui avrebbe dovuto compiere il salto decisivo verso l’élite europea e competere, non solo a parole, con i migliori numeri 9 d’Europa.
Non solo il serbo non è migliorato in nessun aspetto del gioco, ma in molti è addirittura regredito. Mentre nel 2021, con la maglia della Fiorentina, vinceva il 46,6% dei duelli totali, nell’ultima Serie A si è fermato al 37,8%: un peggioramento visibile anche nei duelli aerei, altro fondamentale cruciale per un attaccante fisico come lui, in cui è passato dal 52,2% al 47,6%. Come se non bastasse, nonostante il passaggio in una squadra che, in teoria, avrebbe dovuto produrre più occasioni da gol della Fiorentina, nel corso di tre anni Vlahovic ha toccato meno palloni in area (da 7,56 a 6,71 a partita), è calato nella precisione dei passaggi (dal 73,3% al 71,6%) e, anche se tenta più conclusioni (da 3,65 a 3,89 tiri a partita), lo fa con meno efficacia. La conversione sottoporta, infatti, rispecchia forse il dato più inquietante della trasformazione in negativo dell’attaccante della Juventus.
Mentre alla Fiorentina Vlahovic aveva segnato un numero di gol superiore a quelli attesi, mostrando una capacità di finalizzazione strepitosa – con quattro gol in più degli xG cumulati -, progressivamente la sua capacità di conversione delle occasioni da gol è precipitata, al punto che in questa stagione su azione ha segnato cinque gol in meno rispetto agli expected goals previsti (10 gol a fronte di 15,10 xG). Se poi pensiamo alla quasi goffa comicità con cui sono arrivati tanti di questi errori davanti alla porta, al punto che si diventerebbe prolissi e quasi crudeli nel ricordarli (il gol mangiato a porta vuota contro il Cagliari, il tap-in mancato contro il Parma con Suzuki a terra…), il Vlahovic che incantava per fame, potenza e cinismo dà la sensazione di non essere quasi mai esistito, sostituito da un giocatore che fatica a trovare certezze anche nei suoi punti di forza.
Un attaccante sull’orlo di una crisi di nervi
Al di là dei numeri, il declino e l’indisposizione di Vlahovic appaiono evidente anche solo osservando il suo linguaggio del corpo e il modo di stare in campo, costantemente insofferente, nervoso, con espressioni tese e gesti che raccontano più del tabellino: braccia allargate, sguardi di disappunto verso i compagni, testa bassa. Quella che un tempo era grinta e voglia di spaccare il mondo – perfin esagerata, come già si poteva intravedere due stagioni fa – oggi somiglia più a frustrazione perenne che emerge ed esplode nelle sue esultanze polemiche e francamente esagerate, come se dovesse sempre dimostrare al mondo e a se stesso di poter ancora competere ai livelli che tutti immaginavano.
In questo senso, colpisce in modo particolare la sua incapacità di reagire agli episodi negativi. Ormai basta un’occasione fallita, o un pallone toccato male, per vederlo spegnersi e uscire emotivamente dalla partita senza più trovare la forza di rientrarci. Un aspetto che più di ogni altro lo allontana dai grandi numeri nove bianconeri alla Trezeguet o alla Inzaghi, capaci di essere decisivi anche al primo pallone toccato dopo un’intera partita in ombra. L’energia che una volta metteva in ogni azione ora sembra consumata da un malessere più profondo, da un’insicurezza che lo blocca proprio dove dovrebbe essere più lucido.
12 milioni di motivi
A rendere tutto ancora più complicato rimane anche e soprattutto il nodo dell’ingaggio, che pesa come un macigno sulle casse bianconere. I 12 milioni di euro percepiti annualmente da Vlahovic – l’ingaggio più alto dell’intera Serie A – non solo verranno ricordati come una delle mosse finanziarie più fallimentari della storia della Juventus, ma hanno contribuito ad alzare fin da subito le aspettative nei suoi confronti e oggi rappresentano una vera e propria spada di Damocle sia per l’attaccante che per la società.
Un contratto di quella portata – il riconoscimento del suo status da fuoriclasse, di leader tecnico e mentale – oggi si è trasformato in una gabbia dorata, nella quale il rischio di rimanere intrappolati in un cortocircuito in cui né il club né il giocatore riusciranno a liberarsi è davvero alto: da un lato, l’ingaggio lo rende poco appetibile sul mercato, dal momento che forse nessun club sarebbe disposto a investire cifre simili per un giocatore in evidente fase involutiva; dall’altro, costringe la Juve a trovare una soluzione in tempi brevi, per evitare lo spettro di perderlo a zero con relativo terremoto sui bilanci bianconeri. Una tempesta perfetta, che Comolli e il nuovo corso della dirigenza bianconera dovranno saper domare.
Le colpe dei giocatori e quelle degli allenatori?
Persino Igor Tudor, uno dei pochi ad averlo pubblicamente elogiato con forza, sembra ormai essersi allineato a quella lunga lista di allenatori che da Vlahovic si aspettavano molto e si sono ritrovati a gestirne più le difficoltà che le potenzialità. “È il miglior numero 9 della Serie A”, aveva detto convinto ai tempi in cui allenava l’Hellas Verona e Vlahovic sembrava destinato a dominare il calcio europeo. Quelle parole oggi suonano quasi stonate, alla luce di un rapporto che non è mai davvero sbocciato.
Come già accaduto con Allegri e Motta, anche Tudor sembra aver scoperto quanto sia complesso costruire attorno al serbo un sistema che funzioni davvero, per quanto i tre gol segnati contro Reggiana, Juventus Next Gen e Atalanta lo rendano il miglior marcatore del precampionato bianconero. L’atteggiamento discontinuo, le reazioni nervose, i lunghi momenti di disconnessione dalla partita: tutti segnali che finiscono per pesare più della qualità tecnica, anch’essa visibilmente peggiorata negli ultimi due anni.
E dire che – pur improbabile – l’ipotesi più concreta sul tavolo ad oggi sembra quella di un ritorno proprio da Allegri, stavolta al Milan, in uno scenario che ha quasi del grottesco. L’allenatore più accusato (col senno di poi, in modo forse ingiusto) di averne ostacolato la carriera, chiamato ora a rilanciarlo in un progetto totalmente diverso.
Ma anche questa possibilità si scontra con un’altra, più cruda verità: non si intravede all’orizzonte una squadra realmente disposta a fidarsi delle sue prestazioni e, di naturale conseguenza, garantirgli lo stipendio che chiede. Il Manchester United, una delle destinazioni più logiche, ha virato su Sesko; il Newcastle, che pure ha sondato il terreno e a cui è stato proposto come merce di scambio per sperare di arrivare a Tonali, lo considera solo un’alternativa di lusso, non una priorità; e il calcio turco, che potrebbe permettersi certe cifre, non sembra affascinarlo affatto.
L’unica via d’uscita potrebbe essere un ridimensionamento delle sue pretese economiche e la scelta di rimettersi in gioco in un contesto più leggero, simile a quello della Fiorentina, dove possa ritrovare libertà mentale e fame agonistica. In un’estate segnata dal valzer dei grandi centravanti, da Gyökeres a Isak, lo spazio per riemergere ci sarebbe eccome: sta a lui decidere se coglierlo e tornare quel bomber totale che, tre anni fa, sembrava destinato a prendersi l’Europa e a “giocarsela con Haaland, ma un po’ meno veloce”.