Il veleno non salverà questa Nazionale

Gennaro Gattuso è il nuovo CT degli Azzurri: una decisione tanto, troppo italiana.

“È la dose che fa il veleno!”

Nei concitati giorni della decisione del nuovo Commissario Tecnico, nei corridoi della Federazione evidentemente nessuno ha ricordato la massima di Paracelso, l’alchimista e filosofo tedesco del Cinquecento considerato il padre della tossicologia moderna.

Così, nel momento forse più delicato della nostra recente storia calcistica, si è deciso di affidare la Nazionale a Gennaro Gattuso, l’allenatore che, più di ogni altro, ha costruito una mitologia personale fondata su artigli e pozioni. Come se bastasse una scarica di adrenalina per rivitalizzare una Nazionale in perenne ricerca di se stessa e (questo siamo diventati) riportarla ai Mondiali dopo dodici anni. 

Nella sua carriera da tecnico, infatti, il nuovo CT ha dimostrato di essere tutto fuorché un placebo: affidarsi al buon Ringhio equivale a scegliere deliberatamente una cura d’urto, affidandosi all’idea che possa bastare il suo stile grezzo e da pane e salame per accendere una squadra che, forse, avrebbe più avuto bisogno di una bussola per rimettere insieme gioco e risultati.

Traspare comunque l’emozione per un traguardo importante.

La decisione di puntare su Gattuso – al quale, beninteso, vanno riservate immensa stima e gratitudine per aver accettato una sfida al buio che ha scoraggiato chiunque altro – per la confusione e il senso di impotenza con cui è arrivata forse trova paragoni solo con la nomina di Giampiero Ventura, nome che non evoca buoni ricordi in materia di qualificazioni mondiali. Oltre a non portare con sé né il palmarès né il rispetto internazionale dei Trapattoni, Lippi, Conte o Mancini (e Ranieri, nel caso in cui non avesse declinato), Gattuso non si presenta neanche come una figura emersa con forza dal nostro campionato, come fu Prandelli con la sua Fiorentina, o una scelta “di scuola federale” alla Vicini, Maldini o Donadoni.

Che la disastrosa e disastrata Nazionale di Spalletti fosse arrivata a un punto di non ritorno era chiaro a tutti, ma ridurre la scelta del CT a una somma di concetti esasperati e mitizzati come grinta, voglia e senso di appartenenza fa quantomeno storcere il naso. Se a ciò aggiungiamo slogan e idee stantie come gli “Azzurri per l’azzurro”,  con l’integrazione nello staff (per mansioni sconosciute) di Perrotta, Zambrotta, Bonucci e Prandelli, lo scetticismo rischia di trasformarsi nella cronaca di un fallimento annunciato.

Nessuno si aspettava che Gattuso si lanciasse in dissertazioni tecnico-tattiche già nella conferenza stampa di presentazione, anche perché tutto fa pensare che il suo stile sarà segnato da un netto distacco dalla forzata cerebralità degli ultimi mesi di Spalletti. Tuttavia, il fatto che non abbia offerto nemmeno un accenno sui princìpi di gioco su cui si baserà, né su quali uomini intenda costruire il progetto, alimenta i presagi sinistri che accompagnano l’inizio di questa nuova gestione.

Una dichiarazione che mette le mani avanti.

A un mese dalla sua nomina e a meno di due dal primo impegno ufficiale contro l’Estonia a Bergamo, infatti, nessuno sa come giocherà la nuova Nazionale di Gattuso: farà affidamento alla difesa a 4 o seguirà la scia degli ultimi mesi di Spalletti con la difesa a 3, per assecondare il blocco Inter (ammesso che esista ancora)? Orsolini, miglior marcatore italiano delle ultime tre stagioni, rimarrà confinato in panchina o diventerà una colonna portante del nostro attacco? Retegui verrà ancora convocato, nonostante la fuga per l’oro in Arabia? Quali e quanti nuovi giocatori verranno inseriti nelle prime convocazioni?

Analizzando lo stile di gioco delle squadre allenate in carriera dal nuovo CT, tutto lascia pensare che non abbandonerà la difesa a quattro, marchio di fabbrica nelle sue 377 panchine tra i professionisti – eccezion fatta per una breve parentesi a Marsiglia, dove fu costretto dagli infortuni a passare temporaneamente alla difesa a tre. Se l’attaccamento a questa matrice tattica riuscirà a riportare la brillantezza dei primi mesi della gestione Spalletti – prima che la lezione subita dalla Spagna mandasse l’allora CT in overthinking e lo facesse ripiegare sul 3-5-2 visto fino a Oslo – avremmo una buona base da cui ripartire: forse non sarebbe lo stile di gioco più adatto per Dimarco e Bastoni, anche se, per quanto visto nelle ultime apparenze in azzurro, verrebbe da dire che non fossero a loro agio neanche con la difesa a 3.

Passare a un altro assetto potrebbe anche aprire soluzioni tattiche interessanti, come l’impiego di Calafiori sulla sinistra di una difesa a quattro in fase di non possesso ma pronta a trasformarsi in una linea a tre in fase di costruzione, che permetterebbe a Di Lorenzo di agire con meno compiti difensivi sul lato opposto. Il tutto con un roster di centrali di assoluto livello: tralasciando Acerbi, pietra dello scandalo e simbolo della fine della gestione precedente, Buongiorno, Mancini, Gatti e i rampanti Coppola, Ghilardi e Comuzzo offrono una profondità di rosa ora disponibile forse solo in questo ruolo nella nostra selezione.

Per giocarsi l’accesso diretto ai Mondiali a San Siro a novembre con la Norvegia, Gattuso è consapevole che non basterà battere Estonia, Moldova e Israele, ma che serviranno delle goleade per ridurre il divario di differenza reti maturato con gli scandinavi (da cui ora ci separano 12 gol). Per ovviare alla cronica allergia al gol della nostra Nazionale, ci auguriamo tutti che il CT riesca a ripetere con i nostri centrocampisti lo stesso egregio lavoro fatto al Milan con Calhanoglu e Kessiè, o al Napoli con Fabian Ruiz, diventati sotto la sua guida fra i migliori centrocampisti del campionato. Sperando di recuperare i migliori Barella e Tonali e confidando nella definitiva consacrazione di Ricci e Rovella sotto la guida di Allegri e Sarri, profili come Frattesi e Casadei potranno rivelarsi elementi più che sufficienti per aumentare la presenza in area di rigore e evitare l’isolamento degli attaccanti visto nelle terrificanti prestazioni di giugno.

Gli attaccanti o, forse, l’attaccante: se il trasferimento del capocannoniere del campionato Retegui all’Al-Qadsiah ha sicuramente creato più di una preoccupazione al nuovo CT, il gran rifiuto all’Arabia di Kean avrà attenuato la paura di non avere più un attaccante capace di fare i tanti gol che serviranno per andare in America (aspettando l’esordio in Serie A e in azzurro di Francesco Pio Esposito, che si candida a grande protagonista delle prime gare del nuovo corso). 

Le prime liste di convocati contribuiranno a chiarire questi dubbi e a rendere più chiara l’impronta di gioco che Gattuso vorrà dare nelle fin dalle prime uscite. Se è vero che ha già contattato più di 35 giocatori, la speranza è che fra questi siano compresi molti dei protagonisti del buonissimo Europeo Under 21 del mese scorso: nella povertà tecnica in cui ci troviamo, molti degli ex azzurrini potrebbero rivelarsi molto utili dall’inizio o a partita in corso, come i già citati Coppola e Ghilardi, i folletti Baldanzi e Fazzini e ali come Koleosho, più che mai merce rara nel creare superiorità numerica in una squadra in cui “nessuno salta l’uomo”.

In questo senso, sarebbe stato troppo meritocratico e fuori luogo per un paese come il nostro replicare la scelta della Spagna di De La Fuente e ottimizzare l’integrazione dei nostri eccellenti giovani (tuttora vicecampioni del mondo Under 20) promuovendo in Nazionale maggiore Carmine Nunziata, uno dei migliori allenatori prodotti negli ultimi anni dalla scuola di Coverciano. Se poi pensiamo che Nunziata è stato addirittura sollevato dall’incarico in Under 21 per essere sostituito da Silvio Baldini, possiamo definitivamente rassegnarci al fatto che, mentre le altre nazionali promuovono fin dalle giovanili modelli di tattiche univoci e coerenti, noi fin dalle selezioni minori avremo un concentrato di retorica e frivolo populismo su quanto “era vera la Nazionale dell’Ottantadue”.

La speranza è che Gattuso sia davvero consapevole – e non solo a parole – che “il calcio è cambiato da quando giocava lui”. Servirà un lavoro ordinato, capace di valorizzare al massimo ogni singolo giocatore, evitando di instaurare un clima autoritario che rischierebbe solo di irrigidire ulteriormente un ambiente già teso. Finora il metodo Gattuso in ambito internazionale ha portato a un’eliminazione ai gironi (nell’Europa League 2019, in un gruppo con Olympiacos, Betis Siviglia e Dudelange) e tre sconfitte su quattro match a eliminazione diretta – gli ottavi di Europa League con il Milan contro l’Arsenal nel 2018, quelli di Champions con il Napoli contro il Barcellona nel 2020 e i sedicesimi di Europa League contro il Granada l’anno seguente – con l’unico passaggio del turno contro il non irresistibile Ludogorets. Se l’obiettivo è davvero prenotare un volo per New York, servirà saper dosare il veleno con molta più precisione.