L’Inter e i suoi vizi capitali

Epopea della recente crisi di risultati dell’Inter.

Fischia tre volte Mariani all’Allianz Stadium: il derby d’Italia lo vince la Juventus, superando un’Inter opaca. Grazie all’incredibile giocata di Kolo Muani, che manda a vuoto mezza difesa avversaria; grazie a Chico Conceição, freddo nel trovare l’angolo opposto; grazie a Thiago Motta, che legge bene i momenti della partita; grazie anche a un po’ di fortuna, che sembra frapporsi più volte tra i nerazzurri e la porta di Di Gregorio. 

Sulle tribune i tifosi bianconeri cantano il loro inno. Intanto, i giocatori dell’Inter escono dal campo a capo chino per la sconfitta, con l’amarezza di chi ha sprecato l’ennesima occasione per tornare in cima alla classifica. Per comprendere le ragioni alla base della sconfitta – e più in generale del febbraio nero dei nerazzurri – dobbiamo però tuffarci in un profondo Inferno fatto di vizi e peccati. 

L’ira

Mentre i giocatori nerazzurri si avviano verso il tunnel, le telecamere stringono su Lautaro Martinez. Il capitano nerazzurro, forse in preda ad un raptus nervoso, inizia ad inveire per la frustrazione. La reazione è talmente veemente che deve intervenire Frattesi a calmare il compagno ed evitargli una squalifica dal giudice sportivo.

Un Lautaro rosso di rabbia.

A prima vista l’evento in realtà non sembrerebbe particolarmente rilevante; quante volte è capitato di vedere calciatori inferociti al termine di un match finito male? A maggior ragione poi se la partita è una delle più sentite in Italia. Il comportamento di Lautaro però non sembra dipendere solo dall’esito della gara – d’altronde i nerazzurri hanno vinto a Torino contro la Juventus solo 5 volte negli ultimi 20 anni – ma sembrerebbe mostrare l’attimo esatto in cui i calciatori dell’Inter realizzano di essere fallibili, vulnerabili. In quei casi subentrano i dubbi, l’insicurezza: non è che forse ci siamo sopravvalutati?

La superbia

Poco più di due settimane prima infatti, dopo l’ultimo match del girone di Champions League stravinto in casa contro il Monaco, Henrikh Mkhitaryan si era presentato ai microfoni con un sorriso sornione e il petto stragonfio. Le sue dichiarazioni sono poi state all’altezza: «Ci sarà tempo di pensare contro chi giocheremo agli ottavi. Secondo me non ci interessa tanto, perché siamo l’Inter e se giochiamo il nostro gioco siamo ingiocabili»

Le parole del calciatore nerazzurro sono tutt’altro che banali (ben venga – aggiungiamo noi – un po’ di sana sincerità, in mezzo a un oceano di media training e falsa modestia), tanto da lasciare sbigottito anche l’intervistatore. Fanno poi il paio con quelle pronunciate poco tempo prima da Çalhanoglu, che in un’intervista si definiva il migliore al mondo nel suo ruolo, denotando l’incredibile fiducia nei propri mezzi che aleggia nello spogliatoio nerazzurro.

Che l’Inter sia la squadra da battere è noto ormai da tempo. Nelle ultime tre stagioni ha vinto uno scudetto, tre supercoppe italiane e due Coppe Italia, oltre ad aver raggiunto la finale di Champions nel 2023. Di solito però i calciatori, insieme ai propri allenatori, sono i primi a scacciare le responsabilità per alleggerire l’ambiente; in questo caso invece i nerazzurri non sembrano volersi nascondere. Sia chiaro: la fiducia non è un male, e il più delle volte è un valore aggiunto, ma rischia di rivelarsi un’arma a doppio taglio quando vengono meno i risultati e viene fraintesa per arroganza.

Tanto che solo diciotto giorni dopo è lo stesso centrocampista armeno a presentarsi davanti ai microfoni dei giornalisti dopo la sconfitta contro la Juventus, con un’aria decisamente più malconcia. Lì corregge il tiro, sottolineando come nessuno debba adagiarsi sull’idea di essere più forti degli avversari, perdendo concentrazione e, conseguentemente, il controllo della partita. Dichiarazioni che alcuni hanno percepito come un dito puntato nei confronti di alcuni compagni, forse colpevoli di supponenza, e che altri hanno invece visto come un dietrofront clamoroso rispetto alle parole post-Monaco. 

Sicuramente in queste due settimane l’Inter sembra aver perso, almeno parzialmente, le certezze accumulate durante la stagione, mancando in due occasioni il sorpasso sul Napoli primo in classifica. La rabbia di Lautaro e i passi indietro di Mkhitaryan sembrano un sintomo piuttosto evidente di un trend negativo. Nell’ultimo mese i nerazzurri non hanno vinto neanche una delle tre partite in trasferta disputate, ottenendo un solo punto, arrivato grazie all’unico gol segnato fuori casa – agguantato in extremis da De Vrij nel derby contro il Milan. 

Se da un lato la ragione potrebbe essere di tipo mentale e di atteggiamento, come affermato anche da Mkhitaryan, dall’altro potrebbero esserci altre motivazioni alla base della crisi.

L’accidia

Analizzando le ultime prestazioni dei nerazzurri, l’Inter quando vuole è ancora davvero ingiocabile. Prima nel campionato per possesso palla (60% del tempo di gioco col pallone tra i piedi, in media a partita) e per passaggi completati (510 ogni 90 minuti) e seconda in campionato per tocchi nell’area avversaria (26.6 ogni 90 minuti), la squadra di Inzaghi non riesce a non dominare il campo. Nonostante gli ottimi dati per possesso, i nerazzurri rimangono una squadra profondamente verticale, e ciò si riflette nel secondo posto in Serie A per passaggi progressivi effettuati (46.5 ogni 90’) e nel primato nella distanza totale dei passaggi progressivi completati. 

Quando però gli uomini di Inzaghi si trovano a giocare contro squadre molto corte e con baricentri bassi, l’egemonia interista si trasforma spesso in un possesso palla esasperato, alla disperata ricerca della profondità. Questo fenomeno viene ancor di più evidenziato anche dalla mancanza di calciatori che saltano l’uomo nella rosa di Inzaghi. L’Inter è infatti l’ultima squadra della Serie A per dribbling riusciti. Solo Barella e Thuram sfondano (a malapena) la soglia dei 2 dribbling tentati p. 90’, e l’arrivo di Zalewski sembra anche volto a portare quella caratteristica in rosa. Se da un lato questa statistica ci dà un’indicazione sul gioco corale dei campioni d’Italia, è altrettanto vero che quando gli spazi si riducono questa mancanza si palesa in maniera decisa.

Pochissimi dribbling: vizio o virtù?

Le trasferte di Torino e Firenze sono lo specchio di questo atteggiamento dei nerazzurri. Dopo un primo tempo in controllo e con alcune occasioni sprecate (con la Juve 1.71 xG nei primi 45’), in entrambi i secondi tempi finiscono per subire i gol (entrambi in transizione) che li condannano alla sconfitta. 

Quella che sembra mancata in queste due partite, forse proprio per l’interpretazione difensiva degli avversari, è proprio la componente di verticalità e di presenza nell’area di rigore avversaria, che hanno contraddistinto la stagione dell’Inter (38 passaggi progressivi a Torino e solo 20 tocchi negli ultimi 16 metri a Firenze).

Il problema, oltre che di natura tattica, sembra essere anche individuale. Thuram non trova il gol da oltre un mese, quando andò a segno nella vittoria contro l’Empoli (con quello che è ancora il suo unico gol del 2025); Lautaro e Taremi sono entrambi in underperformance, col primo che è passato da un’overperformance di +6,7 (np:G-xG) nel 2023/24 a un’underperformance di -0,8 in questa stagione. L’argentino era partito molto bene con 8 gol nel mese di gennaio, ma sembra aver risentito del calo generale della squadra.

Come per una sorta di contrappasso divino, l’Inter dell’ultimo mese sembra condannata a dominare territorialmente ogni partita (nel recupero perso 3-0 a Firenze registra addirittura il 72% di possesso palla), senza riuscire a convertire questa supremazia in una vittoria. Se queste difficoltà dell’Inter nello scardinare dei blocchi bassi sono noti da tempo, e il calo di alcuni singoli può essere fisiologico, esistono altri fattori che influiscono sul peggioramento dei risultati dell’ultimo periodo.

L’avarizia

Non è una novità che la situazione societaria interista non sia esattamente idilliaca. Nell’ultimo anno però, col passaggio della proprietà dal gruppo Suning al fondo Oaktree, le cose sembrano essere peggiorate anche sotto questo aspetto. La società di investimenti, forse per rendere più competitivo il club dal punto di vista economico, sembra aver attuato una politica di spending review, che ha fortemente condizionato il mercato dell’Inter. Con gli arrivi di Zielinski e Taremi (entrambi a parametro zero), Josep Martinez e Palacios (girato poi in prestito al Monza) in estate ed il solo Zalewski in prestito in inverno, la società nerazzurra sembra aver lasciato la rosa scoperta e vulnerabile, con diverse criticità nelle sue zone più sensibili. 

A questa mancanza di sostituti all’altezza vanno aggiunti i problemi fisici che hanno colpito molti componenti della rosa, tra cui Calhanoglu – che non sembra essere mai riuscito a recuperare la forma perduta – Acerbi, Pavard, Thuram e addirittura Sommer. Proprio nella partita contro la Juve, l’Inter è stata costretta a giocare con un Dimarco influenzato ed un Thuram malconcio, appena tornato da un infortunio e che infatti non sembrava avere i soliti strappi che lo contraddistinguono. Neanche le carenze della rosa, che hanno riguardato praticamente l’intera stagione interista, bastano però a spiegare da sole l’origine della crisi.

La gola

I problemi riguardanti la forma fisica della squadra sono sicuramente imputabili, tra le altre cose, ai numerosissimi impegni. Appuntamenti che hanno sicuramente giovato ai bilanci del club, ma hanno tolto energie e lucidità alla squadra.

Ovviamente è quasi un dovere per un top club come l’Inter cercare di arrivare in fondo a quante più competizioni possibili, ma la concorrenza con il Napoli (libero di concentrarsi sulla partita settimanale di campionato) sta iniziando a diventare sleale. In un contesto simile, con la squadra impegnata su tutti i fronti possibili, non è da escludere che i nerazzurri stiano finendo in fretta la benzina, abbassando quindi ora i giri del motore per arrivare carichi allo sprint finale della stagione. La gara col Genoa sembra un punto dove ripartire, ma la doppia sfida con la Lazio rischia di togliere energie alla squadra ed esacerbare tutti i problemi che abbiamo elencato.

Chiaramente – per citare Massimiliano Allegri – i cavalli si vedono alla fine. Al termine del campionato saremo in grado di tirare le somme sulla stagione dell’Inter: solo allora sarà possibile comprendere se la squadra di Inzaghi sarà riuscita a trasformare questi vizi in virtù, trasformando questa espiazione in redenzione.