La storia del calcio è costellata di rivoluzioni. È anche possibile – e per qualcuno doveroso – tracciare una linea di continuità che collega le prime, a cavallo tra il XIX e il XX secolo, a quelle in atto oggi. Alcune, però, hanno avuto un peso specifico maggiore di altre. Se è vero che l’imitazione è la più sincera delle adulazioni, allora nessuna rivoluzione è stata accolta come quella iniziata da Pep Guardiola ormai diciassette anni fa.
A meno di sette mesi dall’aver appeso gli scarpini al chiodo, Guardiola prendeva le redini del Barcellona B. Sarebbe superfluo raccontare quello che è venuto dopo. Per lui parlano tutti i titoli vinti dal 2007 ad oggi, insieme formano una pagina di storia che conosciamo tutti. Anche una disamina tattica sembra ridondante: le sue idee sono state tutte già sviscerate. La sua tendenza ad innovare le sue stesse innovazioni, alla ricerca costante di essere migliori di ieri e peggiori di domani, è materiale per analisti e biografi. Il passato, il presente e il futuro di Pep Guardiola sono argomenti terribilmente gettonati. Cosa rimane da raccontare?
Forse l’argomento di attualità sembra essere quello di capire cosa verrà dopo di lui. Che succederà quando si stancherà di inseguire la perfezione? Chi riempirà il vuoto che lascerà? È già nato, o nascerà mai, un allenatore così influente? Uno che riuscirà ad attirare le antipatie di una frangia del pubblico, perché la sua grandezza – che rasenta la perfezione – sembra un oltraggio al divino.
L’allenatore degli allenatori
Guardiola è l’allenatore che maggiormente ha cambiato il gioco che amiamo in mille modi diversi. Lo ha fatto rendendo il gioco di posizione lo standard al quale ambire. Ci è riuscito trasformando il neologismo onomatopeico “tiki-taka” da un termine dispregiativo a un sinonimo di eccellenza. Ha costretto il mondo ad adattarsi, ispirando controrivoluzioni come quella del gegenpressing. Si è dimostrato maturo sapendosi mettere in discussione, con l’umiltà di non arenarsi in alcune delle sue idee.
Abbiamo assistito ad una continua evoluzione calcistica, passando dall’applicazione del suo mantra “il nostro centravanti è lo spazio”, prima con il falso nueve al Barcellona poi al City con Gabriel Jesus a creare scompiglio nella trequarti avversaria, alla presenza di una punta di peso (e che peso) come Erling Haaland. Il risultato non cambia: sei delle ultime sette Premier League portate a casa. Un dato che oggi ci sembra quasi normale, ma che normale non è.
Chi ha fatto sport di un certo livello sa bene il peso che le vittorie hanno nel concetto di legacy. Provare a capire come possano esistere così tanti detrattori di Pep Guardiola al mondo equivarrebbe a tentare di rispondere ad una domanda esistenziale, un qualcosa di trascendente a cui l’uomo pensante non può ambire. La torre su cui si ergono gli haters del catalano si chiama Champions League, competizione nella quale secondo molti Pep non ha rispettato le aspettative riposte in lui.
Partendo dal presupposto che vincere tre Champions ed essere il secondo allenatore con più vittorie nella competizione (in una carriera relativamente breve) è difficilmente ignorabile; un tale odio sembrerebbe comunque derivare da un bias cognitivo secondo il quale gli stessi detrattori pretendano da Guardiola di dover vincere tutto in quanto allenatore rivoluzionario.

L’impressione è che ogni sconfitta vada ad alimentare il pensiero secondo cui di rivoluzionario non ci sia niente. Un ragionamento il cui cortocircuito appare evidente. La Champions si gioca su partite secche, nelle quali può succedere di tutto, mentre la cartina di tornasole del lavoro di una stagione è ovviamente il campionato, con le sue trentotto partite che difficilmente lasciano spazio a fortuna o episodi. E come scrive Daniele Morrone, probabilmente “Guardiola ha trovato l’algoritmo per vincere sempre la Premier League”, aggiungiamo noi il campionato più competitivo del mondo, nel suo periodo storico di massima difficoltà.
«Con quelle squadre sono bravi tutti»
L’altro lato dello scoglio a cui provano a restare attaccati i detrattori di Guardiola, nel mezzo di un mare azzurro citizens in tempesta, è il discorso sulle risorse umane ed economiche delle squadre che ha allenato.
Parlare di risorse economiche fuori scala è molto fuorviante. È innegabile che spesso abbia attinto da portafogli molto profondi, ma è evidente anche che le spese del City siano inflazionate dalle richieste assurde dei club con cui tratta, consapevoli delle disponibilità economiche di cui gode. Tutto questo senza considerare che Guardiola ha sempre sbaragliato una concorrenza con disponibilità simili se non identiche (il Real dei galacticos, il Liverpool di Klopp, o i Manchester United e Chelsea delle recenti spese folli).
Un discorso che poi si dimostra invece un ulteriore punto di forza di Guardiola, trasformando gli haters nei suoi fan più inconsapevoli: il lavoro del tecnico sui giocatori fa sì che chiunque passi sotto le mani di Pep ne esca come un giocatore rivoluzionario, acquisendo una capacità ed un’intelligenza calcistica fuori dal comune. Tendenzialmente quindi è raro assistere a giocatori che floppino.
Succede quindi che giocatori come Akanji (che molti tifosi nerazzurri scettici avevano bocciato nel periodo di accostamento all’Inter) rendano ben al di sopra delle aspettative, e che anche i grandi investimenti come Ruben Dias non deludano come altri colleghi ugualmente strapagati. Spesso i giocatori di Guardiola non si limitano a rendere secondo le aspettative, ma vanno oltre, aggiungendo dimensioni nuove al loro gioco.
Guardiola poi sembra prediligere tele bianche, giocatori con meno chilometraggio ma con più “memoria disponibile in archivio” per inculcargli i suoi principi da zero. Questa scelta si è rivelata un’arma a doppio taglio, perché l’esperienza è un fattore determinante nei tornei a eliminazione diretta, e spesso proprio questa è mancata nei momenti in cui serviva di più. Soprattutto nei confronti col Real Madrid (forse l’unico punto dolente di una carriera immacolata) la differenza l’ha sempre fatta l’esperienza dei Blancos. Il Real – che ha sempre costruito la sua rosa in ottica Champions League – nell’ultimo triennio ha potuto vantare sette dei cento giocatori con più presenze nella competizione, mentre il City solo l’ex capitano Gundogan e Bernardo Silva.
I giocatori forti li hanno molte squadre, soprattutto quelle che hanno le risorse per ambire a vincere la Champions. La differenza la fa un allenatore che riesce a giustificare quelle spese. Un concetto che possiamo vedere fortemente anche in Italia, dove l’Inter grazie al lavoro di Inzaghi ha aumentato il valore di tutta la rosa, dominando il campionato («Dove vado io aumentano i ricavi, diminuiscono le perdite e si vincono trofei»).
La guerra di successione Guardioliana
E se il compito dell’allenatore è, oltre a vincere trofei, quello di seminare, Pep Guardiola ha portato la propria legacy ad un nuovo livello, andando a creare una vera e propria scuola di allenatori. Il grandissimo rivale del Manchester City per lo scudetto è stato l’Arsenal, guidato da Mikel Arteta, in grado di far sognare tantissimi tifosi dopo troppi anni di Banter Era.
Proprio quel Mikel Arteta che, dopo aver chiuso la carriera con i Gunners, è entrato nello staff di Pep come assistente allenatore. Un background a tinte blaugrana, una visione di calcio simile e la possibilità di rubare tutti i segreti di Guardiola lavorandoci fianco a fianco. Forse sarà un caso, ma quest’anno l’Arsenal ha ottenuto quattro punti contro il City, concedendo zero gol.

Pep si è preso cura di me fin dall’inizio, dal giorno in cui ci siamo conosciuti. E da quel giorno mi sono davvero legato a lui. Mi ha portato al City perché ha visto in me un uomo pronto a dare la vita per lui. Quando l’Arsenal mi ha offerto di guidare la squadra temevo di non essere pronto. Era metà stagione e questo era il mio primo lavoro come capo allenatore. Poi Guardiola è venuto da me e mi ha detto: “Sei pronto. Se non lo fai, ti prendo a calci in culo”.
Un anno dopo la scelta di Arteta di compiere il grande salto, accettando la panchina dei Gunners, il posto di vice Guardiola è stato affidato ad Enzo Maresca, allora allenatore delle giovanili dei Citizens. Seppur Maresca abbia passato a stretto contatto con Guardiola una sola annata, l’influenza del tecnico catalano sul suo modo di vedere calcio risale addirittura agli anni da giocatore:
Ho giocato contro il Barcellona quando Pep era lì. Ho realizzato da dentro al campo che qualcosa di diverso accadeva ogni volta che li incontravamo, nel modo in cui muovevano la palla, nel modo in cui stavano in campo ed anche quando perdevano palla il modo in cui reagivano era incredibile. Mi sono innamorato di quell’idea e sin da quel momento ho provato a capirne sempre di più e a creare le mie idee.
Idee chiare e apparentemente vincenti: dopo la stagione culminata nella vittoria del triplete, il centrocampista ex Juve e Siviglia ha salutato Pep per sedersi sulla panchina del neo-retrocesso Leicester. Promozione immediata, record di vittorie in una stagione di Championship, miglior attacco e miglior difesa. Idee che gli sono valse la chiamata del Chelsea.
Anche Erik Ten Hag, fresco vincitore in FA Cup battendo proprio il City in finale, ha condiviso un passato con Pep. L’allenatore olandese era infatti l’allenatore del Bayern Monaco riserve nel biennio in cui Guardiola sedeva sulla panchina dei bavaresi. Fu proprio il catalano a volere Ten Hag in quel ruolo, poiché ritenuto bravissimo ad allenare i giovani talenti da lanciare poi in prima squadra. Figli sportivi di Cruijff, chi in blaugrana e chi in oranje, i due parlano la stessa lingua calcistica anche adesso che sono acerrimi rivali. Lo ha ammesso il tecnico olandese:
Ho seguito quasi tutti gli allenamenti. Ho imparato molto dai suoi metodi, da come ha trasferito la sua filosofia sul campo. Non voglio paragonarmi a Guardiola, la sua lista di successi non ha eguali. Ma Guardiola mi ha sicuramente ispirato.
Chi gioca per Guardiola si innamora del suo calcio
La legacy di Guardiola non si limita ai suoi collaboratori, arrivando ad influenzare tantissimi suoi ex giocatori. C’è una linea di continuità che lo collega anche al Leverkusen di Xabi Alonso per esempio. L’allenatore del Bayer in passato ha ammesso espressamente di aver lasciato il Real Madrid per il Bayern Monaco per poter conoscere i segreti dell’allenatore catalano: il continuo possesso palla, la scelta di rinunciare spesso ad una punta di peso in favore di giocatori di qualità in grado di interscambiarsi, i triangoli in impostazione tra centrali e mediano, sono tutti concetti rubati con gli occhi ed adattati alla squadra tedesca.
Pep ti dice: “Giocheremo così e succederà questo”. Ti convince delle sue idee, le spiega in sala video. Così ogni giocatore è convinto di quello che sta facendo, anche quando un terzino viene schierato a centrocampo. Se lo dice Pep ci sarà un motivo.
Il sottile filo rosso che collega Guardiola al Bayern Monaco non è destinato a spezzarsi neanche quest’anno, con i bavaresi che hanno preso la clamorosa decisione di affidare la propria panchina a Vincent Kompany, appena retrocesso con il Burnley. Lo ha confermato Rummenigge, che proprio dopo un colloquio con Pep (che ha parlato del belga come un tecnico moderno, focalizzato su un calcio propositivo e vincente) ha scelto l’ex difensore centrale del City per il posto lasciato vuoto da Tuchel.
Kompany è stato capitano del primo di City di Guardiola, contribuendo alla vittoria della Premier con il famosissimo tiro contro il Leicester, e Pep con lui ha compiuto una vera e propria rivoluzione, come da lui stesso ammesso: «Ho cambiato il mio modo di vedere il calcio non appena ho conosciuto Guardiola». Una scelta rischiosa del Bayern, che solo il tempo ci saprà dire se si rivelerà vincente. Sempre con Pep sullo sfondo, che ha già etichettato il suo ex difensore come futuro allenatore del Manchester City.
Impossibile non citare poi Xavi, uno dei tre tenori di un centrocampo considerabile unanimemente tra i più forti della storia, che come Guardiola ha iniziato la carriera da allenatore tra i grandi proprio sulla panchina blaugrana. Dopo la vittoria della Liga al primo anno le cose non sono andate così bene per Xavi, che ha pagato probabilmente anche un clamoroso disordine societario a Barcellona. Il rapporto Xavi-Guardiola è paragonabile a quello Guardiola-Cruijff, motivo per cui è impossibile scindere l’idea di calcio di Xavi da quella del suo maestro:
Il mio concetto di calcio è simile. Guardiola vuole essere dominante, vuole avere la palla, un possesso forte, molti movimenti in attacco. Ho imparato tanto con lui, dal suo modo di essere, dall’ambizione che ha, dalla voglia e dalla passione che prova.
Un allenatore che lascia sempre il segno
Il vento di cambiamento che ha portato con sé Guardiola in ogni tappa della carriera ha costretto i rivali a confrontarsi con qualcosa di inaspettato, a dover studiare delle valide contromosse che potessero scalfire il dominio di Pep. La conseguenza naturale è stata quella di un aumento di competitività dei campionati, del quale hanno beneficiato non solo i club ma anche le rispettive Nazionali.
Nel periodo in cui Pep si è seduto sulla panchina blaugrana (dal 2008 al 2012) le Furie Rosse hanno dominato il calcio mondiale, aggiudicandosi due Europei ed una Coppa del Mondo. Il Mondiale successivo è stato poi vinto dalla Germania nel 2014, quando Guardiola era alla guida del Bayern Monaco. Non è riuscita a vincere nulla invece l’Inghilterra, che tuttavia dal 2016 in poi si è sempre classificata nelle migliori otto nelle competizioni internazionali (perdendo ai rigori con l’Italia il titolo ad Euro 2020), dopo un decennio di delusioni. Per qualcuno una coincidenza, per noi la dimostrazione che il suo passaggio lascia il segno.
Sarebbe quindi da augurarsi un passaggio di Guardiola in Italia, dato il momento strano che vive il nostro calcio. L’allenatore spagnolo ha promesso che a fine carriera tornerà a Brescia, ma non è da escludere che un giorno il giusto progetto potrebbe attirarlo prima.
Il Guardiolismo in Italia
Va comunque detto che in Italia sono quantomeno arrivate ondate di radiazioni figlie del suo passaggio. Thiago Motta, che è stato la grande rivelazione del nostro campionato, ad inizio carriera ha brevemente condiviso lo spogliatoio con il tecnico catalano e non ha mai nascosto la sua ammirazione per il tecnico catalano.
Motta ha più volte dichiarato di utilizzare un approccio posizionale in maniera simile all’allenatore catalano. Molti analisti lo hanno incalzato anche sulle influenze della (nuova?) corrente del calcio relazionale sul suo Bologna. L’impressione è che abbia cercato di adattarsi, tracciando una terza via che potesse coniugare aspetti di entrambi.
Calcio posizionale o calcio relazionale? Faccio fatica a definire una cosa e l’altra, penso che il nostro gioco sia un misto di questi due aspetti.
Chi invece da Pep è stato allenato è il neo-promosso in Serie A Cesc Fabregas, alla sua prima esperienza da allenatore. Il centrocampista spagnolo ha subito affermato di «non avere alcun rapporto con Pep, abbiamo avuto problemi e non lo considero un amico», avendo però allo stesso tempo dichiarato come «Pep è stato il mio idolo fin da bambino. È da lui che ho imparato di più, forse, da quando avevo quattro anni a oggi». La legacy di Pep va quindi oltre i rapporti umani, a dimostrazione della forza delle sue idee.
Nonostante un rapporto non proprio di simpatia, il Como di Fabregas ha guadagnato la massima serie anche grazie a principi che potremmo definire guardiolani; la ricerca del terzo uomo, l’uso del portiere in impostazione per ottenere la superiorità numerica a tutto campo, l’attirare la squadra avversaria nella propria metà campo per poter poi sfruttare la qualità della ali (posizionate praticamente sulla linea laterale).
A prescindere da un suo ritorno in Italia, la classe degli allenatori italiani di domani si è sempre dimostrata molto ricettiva ai principi di Guardiola. Roberto De Zerbi, che ha ammesso di essere destinato prima o poi a ritornare in Italia, ha instaurato un rapporto di stima reciproca che ha raccontato più volte; Francesco Farioli, neo allenatore dell’Ajax, ha sempre detto di ispirarsi a lui; Daniele De Rossi non ha mai nascosto la sua ammirazione (professionale e umana) per l’allenatore del City.
È difficile capire se uno dei tanti eredi di Guardiola sfiorerà mai le vette che ha raggiunto. L’impressione è che anche se dovesse succedere, la sua influenza farà sempre parte del discorso, e che qualsiasi conversazione sul calcio moderno non potrà prescindere dal riconoscere i segni del suo passaggio.
Lo si può amare, lo si può odiare. Ma nella storia del calcio esiste un pre ed un post Guardiola. Negarlo oggi risulta impossibile.