resiliènza – /re·si·lièn·za/ s. f. In psicologia, la capacità di reagire di fronte a traumi, difficoltà, ecc.
Dall’avvento dei social la parola resilienza ha acquisito l’ulteriore significato di “tatuaggio cringe di tutte quelle ragazze che devono affrontare la prima grande rottura con il fidanzatino storico delle superiori”. Magari sul costato, quasi sempre nel font delle macchine da scrivere Olivetti. Questa volgarizzazione della parola – che ne ha diluito il significato trasformandola in merce da feed di Instagram – forse ci ha fatto dimenticare la nobiltà del suo significato. La resilienza è una qualità, e quei pochi che possono veramente dire di possederla dovrebbero esserne orgogliosi.
Uno di questi è in campo, il 9 giugno di quest’anno, al momento del fischio finale di Carrarese-Vicenza. Sono passate da poco le diciannove e Niccolò Giannetti ha le mani sul viso a nascondere mille emozioni insieme, mentre i toscani festeggiano una storica promozione in Serie B. Il pubblico attorno a lui esplode in una gioia incontenibile; chi si abbraccia, chi corre in giro per il campo, chi si butta per terra in preda a lacrime di gioia. Lui probabilmente ripensa alla sua storia, una storia fatta di resilienza, appunto.
Facciamo un salto indietro. È il 2 aprile 2023, si gioca Ancona-Carrarese e Giannetti parte dalla panchina, reduce da qualche problemino fisico. A venti minuti dalla fine arriva il suo momento, ma al primo pallone toccato si accascia a terra, urlando e toccandosi la gamba. «Mi portavo dietro una pubalgia acuta, mi allenavo e giocavo con le infiltrazioni. Avevo portato il mio corpo al limite e quando fai così succede sempre altro».
Niccolò scivola, perde l’appoggio con il piede destro ed il sinistro rimane piantato: cade con tutto il peso sul sinistro. Le immagini sono brutte, il referto anche peggiore: frattura del perone, del malleolo e del legamento deltoideo. «Sono rimasto molto lucido, il piede si vedeva non fosse in buone condizioni. Ho fatto il viaggio con il medico della squadra, che per me era come un secondo padre, ed in tutta lucidità mi son detto: cazzo, qui mi sa che è finita, a 32 anni un infortunio del genere».
Niccolò però non si butta giù, sapendo che gli infortuni fanno parte del gioco, del suo lavoro. Dieci giorni dopo si opera e da comincia un percorso nuovo, un qualcosa da lui mai affrontato sino ad allora. La differenza in quei casi la fa la testa, Giannetti lo sa e approccia la difficoltà con la mentalità giusta: «Ho iniziato a prendere quello che veniva giorno dopo giorno, mettendo da parte la componente brutta del gioco. Tutti gli “oggi non gioco”, i problemini, le volte in cui ti gestisci per paura di farti male, gli allenamenti storti che ti fanno tornare a casa che ti girano i coglioni: ho detto basta, mi lascio tutto questo alle spalle. Quello che viene viene, se torno in campo la prendo veramente come un divertimento, come un gioco».
In tutta questa storia gioca un ruolo fondamentale la Carrarese, che fa sentire al suo giocatore tutto l’appoggio possibile. A fine stagione, infatti, scade il contratto di Giannetti con la squadra toscana, ma la società lo chiama ad inizio agosto ad allenarsi, per rimettersi in sesto e vivere lo spogliatoio prima di riaffrontare le dinamiche contrattuali. «Non è scontato. Nel mondo del calcio, ma in generale ai tempi di oggi, in ogni ambito lavorativo, quando non servi più ti sostituiscono, ti riciclano». E invece Niccolò sta lì, vive la squadra, conosce bene il gruppo ed inizia a conoscere i nuovi, mettendo le basi per la nuova stagione. «Ho fatto la prima parte in palestra, poi ho ripreso a fare una corsetta, aumentare i vari carichi allenandomi a parte. Ero lì mattina e sera con il preparatore, facevo i nostri programmi. Però riassaporavo lo spogliatoio, tutte le cazzate con i compagni, quello mi ha aiutato tanto. Fino a che è arrivato ottobre, dove ho firmato il contratto e mi sono rimesso in gioco».
Giannetti rientra in campo in Lega Pro il 17 dicembre, ad otto mesi di distanza dal bruttissimo infortunio. Guardandosi indietro è fiero del proprio percorso, sà quanto ha faticato per essere di nuovo sul terreno verde. Non mollare mai mentalmente, sembra una frase fatta, eppure ha fatto la differenza ed è quello che direbbe ad un ragazzo che si trovi nella sua stessa situazione: «Ti dicono tutti di non mollare, che tornerai più forte di prima. Se non ci credi, è impossibile. Devi stare sul pezzo, appena ti danno il via iniziare ad allenarti, fare le cose graduali e per bene. Bisogna godersi anche i movimenti che nel negativo, nell’infortunio, ci sono. Io ho avuto più momenti con la famiglia, con la mia ragazza, pur allenandomi tutti i giorni ero a contatto con i miei genitori, le mie nipotine, mia sorella, i miei amici. Durante l’anno difficilmente hai la possibilità di viverti queste cose. Ecco, saper prendere il bello da un momento così brutto ha fatto la differenza. Non ti devi abbattere mentalmente, perchè se ti comporti bene il destino ti restituisce poi quello che hai seminato».
La stagione della Carrarese, culminata con la promozione, non ha però avuto solo momenti positivi, ci sono stati anche molti passaggi difficili. Tra tutti, la separazione da mister Dal Canto. La squadra si vedeva fosse forte, sia a livello qualitativo sia a livello di profondità di rosa, c’erano due giocatori potenzialmente titolari per ogni ruolo. Qualcosa però non girava per il meglio, e la società ha deciso di chiamare Antonio Calabro. «Ci ha fatto fare l’ultimo step, a livello mentale. Ci ha alzato il livello di concentrazione, di attenzione, ci stava sempre addosso, è arrivato anche allo scontro quando serviva. Ogni giorno c’era sala video, curava i minimi particolari. Tu dici “che palle anche oggi sala video”, però poi ti accorgi che sono tutte cose che fanno la differenza. Arrivati i play-off, dopo la vittoria per 2-0 sul campo del Perugia, ho scritto ai miei amici: ragazzi, qui andiamo sopra noi, andiamo in Serie B».
Nel percorso che porta la Carrarese in Serie B c’è anche lo zampino di Giannetti, che riesce a timbrare il cartellino contro la Juventus U-23 ai quarti di finale dei playoff. Lui che alla Juventus ha anche giocato, esordendo in Europa League dove trova anche il gol contro il Manchester City, schierato in coppia d’attacco con un certo Alex Del Piero. Un’esperienza che ti segna, ti rimane dentro.
«Ti accorgi che non è un caso se determinati campioni arrivano lassù in alto, sono tutti campioni dentro e fuori dal campo. Si vede proprio la differenza. Il giocatore che fa un po’ il “fenomeno” è più facile trovarlo in Serie C piuttosto che in Serie A. Sembra assurdo, ma è così. Alex aveva 36 anni, non era al top fisicamente, ma arrivava al campo prima, si faceva trattare per un’ora, aveva il suo preparatore con cui si preparava per l’allenamento. Lo rivedevi quando iniziava l’allenamento, ed era un esempio per tutti: non diceva una parola, se la palla gli arrivava un metro più avanti non si lamentava mai. Avevo davanti Alex Del Piero e si comportava con l’umiltà di un ragazzino».
La prima volta che la Carrarese ha disputato la Serie B era nel 1946, nell’immediato dopoguerra, e la promozione non avvenne sul campo. La società della città dei marmi fu infatti ammessa alla categoria cadetta per meriti sportivi, avendo sfiorato la promozione tre anni prima, quando i tornei vennero fermati per l’inizio della seconda guerra mondiale.
A 76 anni di differenza tutto è diverso, con la promozione ottenuta dopo un anno di sacrifici, grazie alle qualità umane di tutti i rappresentanti della società, dal campo alle scrivanie.
«È una società “giovane”, non ha ovviamente le strutture di altre società che hanno sempre giocato in campionati di prima fascia, quindi le difficoltà organizzative son state tante. Il nostro team manager (Nicola Bongiorni, ndr) si è fatto in quattro, i problemi ricadevano su di lui. Questo però ha creato un ambiente familiare, che ha compattato noi giocatori. Quando c’erano delle difficoltà ci lamentavamo sempre, perché al giocatore piace lamentarsi, ma poi le superavamo insieme, ci hanno fatto lavorare ancora di più. Vedere che se si rompeva la macchina del ghiaccio il fisioterapista partiva, andava al supermercato a comprarlo e tornava, ci ha fatto stringere. Abbiamo fatto una roba veramente storica».