La Serie A non è un campionato per vecchi

Un’analisi delle tendenze più recenti del calciomercato, seguita da uno sguardo ai giovani più interessanti che sono arrivati finora.

Non si può dire con certezza quanto tempo debba passare prima che si possa provare nostalgia di qualcosa. Probabilmente è soggettivo, ma sarebbe comunque opportuno immaginare dei paletti temporali – quantomeno per evitare l’esaltazione frettolosa di eventi o episodi o figure che rischiano di invecchiare male. Non è di certo una riflessione originale la mia, ma mi è sembrata necessaria dal momento in cui la Serie A – o almeno la sua parte più autoreferenziale – al calare di giugno è stata pervasa da un reflusso nostalgico di metà anni dieci, riaccogliendo Dzeko, Immobile e Bernardeschi, e corteggiando a lungo anche Insigne e Morata. 

E così la Serie A attuale – quella che eravamo pronti a giurare fosse ormai più competitiva di quella che questi campioni avevano lasciato – li ha riabbracciati ormai sul viale del tramonto delle rispettive carriere. Ma allora che campionato vogliamo essere? Quello che mette alla porta i giocatori con i migliori anni ormai alle spalle, o un cimitero degli elefanti?

Se però questa parte del nostro campionato non vuole – o non riesce – a liberarsi del suo retaggio più reazionario, non si può dire che qualcosa non si sia mosso anche sul fronte giovani. Dove infatti da un lato, almeno finora, i riflettori sono stati rubati da giocatori over-30 (ai già citati andrebbero aggiunti due monumenti come Modric e De Bruyne), dall’altro la Serie A ha fatto scelte forti anche per quanto riguarda la sua storicamente debole linea verde.

Stando ai dati di transfermarkt.com, i club di Serie A hanno infatti speso oltre 250 milioni di euro per giocatori nati dopo il 2002. Tra questi: Francisco Conceição (32M) alla Juventus, Ange-Yoan Bonny (23M) e Petar Sucic (14M) all’Inter, Honest Ahanor (17M) all’Atalanta, Wesley França (25M) e Daniele Ghilardi (10,5M) alla Roma, Martin Vitik (11M) al Bologna, Martin Baturina (18M), Maximo Perrone (13M), Jesus Rodriguez (22,5M) e Jayden Addai (14M) al Como e Jacopo Fazzini (10M) alla Fiorentina.

Il grosso lo ha comunque fatto il Como, con i soliti grandi investimenti nella sua linea verde.

Anche le trattative più calde del momento sembrano concentrarsi sui giovani. Il Parma è ormai da settimane sulle tracce di Giovanni Reyna (22 anni) del Dortmund, mentre il tira e molla tra Milan e Brugges per Ardon Jashari (23 appena compiuti) va avanti da mesi. La Roma intanto sembra interessata al ‘Diablito’ Echeverri (19) del Manchester City, mentre il Napoli campione in carica ha messo gli occhi sul ventunenne Juanlu Sanchez del Siviglia.

Possiamo quindi già certificare un ringiovanimento? Questo è impossibile da dire ora. Il mercato è sempre in costante movimento, e manca ancora un mese – e con lui le sue settimane più calde – per ribaltare tutto. Bisognerebbe anche aggiungere che, solo in questa sessione, la Serie A ha salutato Matteo Ruggeri (22 anni), Alberto Costa (21), Samuel Mbangula (21), Loum Tchaouna (21) e Diego Coppola (21). A gennaio invece sono partiti Patrick Dorgu e Michael Kayode (entrambi 20 anni). Sacrifici tutt’altro che sofferti, ma che comunque ci dicono che il campionato non sembra orientato in maniera univoca a salvaguardare il suo patrimonio di giovani. 

Dobbiamo poi far notare che, per la prima volta nella storia, la Serie A partirà con tre panchine presiedute da allenatori con meno di quarant’anni. A Cesc Fabregas si aggiungono Fabio Pisacane a Cagliari e, soprattutto, Carlos Cuesta sulla panchina del Parma. Lo spagnolo, con i suoi 30 anni, ha sfiorato il record di allenatore più giovane della storia del campionato. Anche in questo caso non possiamo definirlo un trend, visto che la maggior parte dei club che hanno cambiato in panchina si sono rifugiati in scelte conservatrici – e che così l’età media dei tecnici nel nostro campionato nell’ultimo anno non è cambiata. Tuttavia anche qui possiamo vederli come dei timidi segnali che un rinnovamento – anche ideologico – sia possibile.

Non parliamo comunque di una missione “ringiovanimento” a livello trasversale, o almeno non una volontaria e pianificata. Piuttosto, sembra di trovarsi davanti a un cambio di priorità: se non è aumentato il numero di giovani nel nostro campionato, quantomeno è aumentato quanto siamo disposti a investire su di loro. 

Le cifre

Stando sempre ai dati transfermarkt.com, mai come quest’anno la Serie A ha investito sui giovani. Alla data di redazione di questo articolo, quasi il 50% della spesa totale del campionato è stata investita per giocatori non ancora ventitreenni. Un dato in controtendenza con gli ultimi cinque anni, dove il picco era stato raggiunto nell’estate del 2022 con il 35%. Allo stesso modo, per la prima volta in questi cinque anni, la Serie A ha visto diminuire la porzione dei suoi investimenti riservata ai giocatori che potremmo definire nel loro prime (tra i 23 e i 29 anni). Se nell’estate del 2021 si aggirava attorno al 60% della spesa complessiva, crescendo fino al 75% dell’estate 2024, quest’anno il dato è sceso sensibilmente, attorno al 50%.

Qui indicate le somme investite sul mercato per stagione, con un focus su come sono state divise per fascia d’età e la percentuale che quella spesa ha corrisposto rispetto al totale.

Il nostro è un campionato che negli ultimi anni era sembrato ossessionato dal concetto intangibile dell’esperienza, ma i dati ci suggeriscono che ci troviamo davanti a un cambio di prospettiva. L’estate del 2022 mantiene il primato per i maggiori investimenti per giocatori under-22, con 298 milioni spesi, ma con tutta probabilità verrà superata alla fine di questa estate, visto che al momento siamo già a 274. È anche cambiato il tipo di investimento, con la distanza tra spesa media per gli under-22 e quella per i giocatori nel prime che non è mai stata così ridotta. Allo stesso modo, il divario non è mai stato così ampio tra i giovani e i giocatori over-30 come in questo calciomercato.  

Per quanto riguarda invece gli over-30, l’impressione è che mai come quest’anno ci si è affidati a giocatori svincolati.

Come detto però questi dati rimangono in evoluzione, e già solo i probabili trasferimenti di Lookman e Jashari (che in questa analisi non verrebbe considerato “giovane” solo per un paio di settimane) potrebbero riassestare notevolmente i grafici. Sappiamo poi che le ultime settimane di agosto sono imprevedibili, soprattutto per i giocatori più maturi e alla ricerca di nuovi stimoli.

Cartellini e non costi annui: perché?

Bisogna poi sottolineare che questa ricerca tiene solo in considerazione il costo dei cartellini dei giocatori, che hanno un peso marginale nel bilancio di un club rispetto a stipendi, bonus e commissioni varie. 

Per capirci; se, ai fini di questo studio, alla voce ‘De Bruyne’ corrisponde un costo del cartellino pari a 0 in quanto svincolato, non si può ignorare che sul bilancio del Napoli graveranno i circa 11 milioni lordi di stipendio del belga. A questi andrebbero poi aggiunti gli almeno 20 milioni di commissioni e bonus. Allo stesso modo, alla voce ‘Marianucci’ risulteranno i 9 milioni di euro pagati dal Napoli all’Empoli per il cartellino del giocatore, ma, considerando il contratto di cinque anni da circa 1 più bonus, il costo annuo del giovane difensore toscano non supererà i 3 milioni di euro: una differenza quindi enorme.

Questa analisi però ha scelto di ignorare consapevolmente questi dati – che come detto sono voci determinanti all’interno del bilancio di un club – soprattutto per la loro difficile reperibilità. Mentre le cifre dei trasferimenti sono tendenzialmente affidabili, e comunque raccolte e pubblicate da un singolo portale, quelle sugli stipendi e soprattutto sulle commissioni sono spesso oggetto di grande fantasia giornalistica, con versioni contrastanti e fonti inconciliabili tra di loro. È probabile che uno studio più completo avrebbe dato risposte diverse, anche se alcuni dati sorprendenti – come ad esempio l’oggettivo aumento di spesa per gli under-22 – rimarrebbero invariati. 

Aggiungo che i parametri zero, con stipendi e commissioni esorbitanti, non sono una novità di quest’estate, ma una soluzione a cui molti dirigenti del nostro campionato si sono dimostrati storicamente affezionati. Sarebbe quindi più che ragionevole considerarla una costante trascurabile, senza troppe remore.

I nostri preferiti

Un capitolo di questo studio va poi dedicato ad analizzare alcuni degli ultimi giovani che sono arrivati nel nostro campionato. Se molti di questi nomi non dicono niente ai più, questo non significa che non siano in realtà molto quotati nella cerchia degli addetti ai lavori, o quantomeno tra i ‘capiscer’ di Twitter e i nerd di Football Manager.

Di due di questi – Martin Vitik e Semih Kilicsoy – ve ne ho parlato un anno fa in questo articolo. Se il difensore arrivato a Bologna sembra seguire una traiettoria lineare rispetto alle previsioni, il discorso è diverso per il turco. L’allora diciottenne aveva fatto vedere ottime cose nella Süper Lig 2023/24, attirando le attenzioni anche di Arsenal e Bayern Monaco oltre a guadagnarsi la convocazione per gli Europei. In Germania l’attaccante del Besiktas avrebbe formato insieme a Guler e Yildiz il miglior trittico classe 2005 d’Europa, ma i soli due minuti disputati nella competizione, seguiti da una stagione negativa nell’ombra di Immobile, sono bastati a far deragliare il carro del suo hype.

Le sue quote sono quindi crollate, e il Besiktas ha scelto di capitalizzare adesso per evitare che l’ingombrante presenza di Abraham ne compromettesse ulteriormente l’appetibilità, cedendolo un po’ a sorpresa al Cagliari in prestito con diritto di riscatto. 

Bild solo un anno fa parlava degli occhi di mezza Europa sul giocatore.

Se dovesse convincere – cosa tutt’altro che scontata – servirebbero più di 14 milioni per tenerlo in terra sarda. Una cifra importante, sia per il Cagliari (diventerebbe il secondo acquisto più oneroso della sua storia) che per il giocatore, tanto promettente quanto acerbo e con un curriculum tutto da riempire. Il Besiktas si è eventualmente riservato il diritto al 20% sulla futura rivendita, a dimostrazione che forse a Istanbul qualcuno ci crede ancora.

Il campionato italiano è storicamente poco clemente con i centravanti tecnici e dinamici come Kilicsoy, e questo lo obbligherà a trovare delle risposte alla fisicità delle nostre difese. Dalla sua ha una gran tecnica nello stretto – oltre che un ottimo calcio con entrambi i piedi – che potrebbero permettergli di adattarsi in poco tempo. Ama defilarsi, svuotare l’area e svariare su tutto il fronte d’attacco, e questo potrebbe mettere in difficoltà le difese statiche della Serie A. Nonostante i pochi centimetri poi nei duelli riesce comunque a farsi valere, grazie a una furbizia notevole e a un’ottima padronanza del suo centro di gravità. 

È impossibile capire cosa sia andato storto in questa stagione. Lo score è stato impietoso: quattro gol e tre assist, nonostante un minutaggio identico alla stagione precedente in cui i gol sono stati invece 11. Se però in quella stagione era partito titolare in 20 delle 26 presenze col Besiktas, in questa ha giocato dall’inizio solo 14 partite su 40. La minor costanza, dettata dalla concorrenza di Immobile, probabilmente ha giocato un ruolo chiave. 

A vedere la qualità dei – pochissimi – gol e assist che ha messo a segno in questa stagione, il fatto che abbia deluso diventa ancora più inspiegabile. Alla seconda giornata contro il Samsunspor serve questo assist per Rafa Silva, e mentre lo guardate vi invito a trovarmi un attaccante in Serie A che dà questa palla al volo con il piede debole. Alla terza giornata contro l’Antalyaspor serve Immobile dopo una percussione sulla sinistra in cui gli basta una finta per superare con eleganza e potenza il diretto marcatore.

Poi arriva il primo gol stagionale in Europa League contro il Malmo. Nel proteggere il pallone spalle alla porta prova a resistere alla carica del difensore: sembra che cada, poi con una piroetta di 180° a metà fra il balletto e il taekwondo mantiene l’equilibrio eseguendo un controllo orientato verso la porta. Con un paio di finte manda in confusione i due difensori che lo affrontano al limite dell’area quel che basta per aprirsi il corridoio necessario a scaricare il pallone in rete, con un diagonale lento che bacia il palo e si infila in porta. Poi segna questa mezza rovesciata contro il Goztepe, che tra queste giocate sembra quasi banale, e infine contro l’Eyupspor segna questo gol, come a dirmi che in fondo non facevo male a scrivere che mi ricordava Aguero.

La scuola di Fabregas

Se il Cagliari sembra aver preso Kilicsoy un po’ a caso – senza un’idea chiara di cosa ci farà e senza un’apparente coerenza col resto del suo parco attaccanti, ma più semplicemente perché si era presentata l’occasione – il Como ha concluso la sua solita serie di operazioni strategiche atte alla conquista del calcio mondiale a forza di VIP sugli spalti e ragazzini dribblomani. I Lariani si stanno confermando la società meno italiana del nostro campionato, e, in linea con le scelte della stagione scorsa, hanno puntato su tre giovani in rampa di lancio: Jayden Addai dall’AZ Alkmaar, Jesus Rodriguez dal Betis Siviglia e Martin Baturina dalla Dinamo Zagabria. 

Il primo gol di Baturina, in amichevole contro l’Ajax, con la complicità di Jesus Rodriguez.

L’ultimo di questi è quello che ha meno bisogno di presentazioni. Di Baturina se ne parla ormai da un paio d’anni come la next big thing del calcio croato e l’erede al trono di Luka Modric. È una mezz’ala offensiva che sposta gli equilibri, di quelle che provano a colmare il grande vuoto a forma di trequartista che il calcio moderno ci ha lasciato. È strano che a prenderlo sia stato il Como, che in Nico Paz ha già un giocatore complessivamente simile e forse il miglior interprete del nostro campionato di quel particolare archetipo di calciatore. 

Non velocissimo sul lungo ma con un ottimo cambio di passo, Baturina è un fine interprete del dribbling lezioso alla Riquelme, fatto di accelerazioni e frenate continue che disorientano anche i cameraman. Il suo non è un dribbling articolato: ai barocchismi preferisce l’istinto, alternando interno ed esterno per spostare rapidamente il pallone. Non si perde in finte complesse o skill: Baturina parte, si ferma, riparte, si riferma. Questo controllo innaturale dell’inerzia suo corpo diventa spesso insostenibile per i difensori, che devono fare lo stesso correndo all’indietro. Quest’impressione è confermata dai dati dei dribbling tentati e riusciti (5.67 e 2.97 p/90’ rispettivamente); numeri di élite tra i pariruolo in Europa.

Il suo bagaglio tecnico è completato da un calcio pulito con entrambi i piedi, sia dentro che fuori dall’area, grazie al quale segna tanto per una mezz’ala (7 gol la scorsa stagione). Spicca poi in praticamente tutte le metriche di possesso (assist, tiri, conduzioni), tranne che in quelle in costruzione, visto che tende a calpestare zolle più avanzate di una mezz’ala tradizionale – e infatti i suoi tocchi si concentrano nell’ultimo terzo di campo. Il suo impatto difensivo è praticamente nullo, a dimostrazione del fatto che probabilmente la mezz’ala sia solo una collocazione forzata, figlia dei tempi e dell’estinzione del trequartista.

Baturina comunque non è una scommessa. Il suo talento si è tradotto positivamente anche nelle notti europee, così come con la maglia della nazionale croata. Il discorso è però diverso per gli altri due nuovi arrivati.

Jayden Addai e Jesus Rodriguez sono due ali con pochissima esperienza, ma che sembrano nutrirsi dell’anima dei difensori che superano in dribbling. Per quanto ci sarebbe tantissimo altro da dire su di loro, non mi sorprenderebbe se Fabregas si fosse fermato a questo. L’allenatore spagnolo in fin dei conti ha fatto capire che se potesse vorrebbe una formazione di undici dribblatori, portiere incluso. Il suo Como è stata la quarta squadra del campionato per dribbling tentati, e così tutti i suoi giocatori hanno spiccato tra i rispettivi pariruolo nel fondamentale. 

In un’intervista alla BBC con Gary Lineker il tecnico spagnolo parlava delle difficoltà nel comprare dribblatori, e fa sorridere il modo in cui a un certo punto dice che Lamine Yamal e Nico Williams fossero “troppo costosi”. Nonostante abbia dovuto abbassare il tiro, il club lo ha comunque accontentato con dei funamboli eccezionali. 

Nei 324’ in cui Addai ha giocato con la prima squadra dell’AZ ha tentato 40 dribbling. Numeri insostenibili e figli di un impiego quasi sempre dalla panchina, ma che certificano comunque una propensione importante. Jesus Rodriguez invece – con i suoi 6,8 dribbling tentati/90’ – ha avuto un minutaggio più costante, in cui ha comunque fatto registrare dati eccezionali. Si andranno ad aggiungere ai già imprevedibili Maxence Caqueret, Assane Diao e soprattutto Nico Paz, completando una squadra per i palati più raffinati di questo sport. 

La facilità con cui Jayden Addai punta l’uomo è elettrizzante.

I dubbi, comunque, persistono. Su tutti: quale cornice tattica riuscirà ad ospitarli tutti? A questi realisticamente dovremmo aggiungere Maximo Perrone e, con tutta probabilità, Alvaro Morata, senza scordarci di Lucas Da Cunha. Questa sovrabbondanza di giocatori sembra aver già infastidito molti tifosi avversari, ma è innegabile che la qualità dei calciatori scelti, il coraggio di prenderli così giovani con la missione di formarli, e la ricercatezza nel trovarli con caratteristiche coerenti con il progetto, siano tutti fattori inusuali per la Serie A, e quindi meritevoli di un occhio di riguardo per la stagione che verrà.

Un nuovo esterno per Gasperini

Se restringiamo lo sguardo ai giocatori nati dopo il 2003, però, nessuno è costato quanto Wesley França. Il brasiliano è arrivato alla Roma dal Flamengo con un investimento importante, a metà fra lo scetticismo rumoroso del pubblico e la fiducia incontrastata degli addetti ai lavori. In queste settimane è stato detto di tutto: Gasperini che vuole solo lui, Gasperini che lo voleva già a Bergamo, Gasperini che ha giurato che non si può giocare al gioco del calcio senza di Wesley, Gasperini pronto a incatenarsi ai cancelli di Trigoria fino all’here we go! di Fabrizio Romano. A vedere il giocatore nelle prime amichevoli dei giallorossi, però, potrebbe essere la prima volta in cui il sensazionalismo dei giornali non sia stato poi così esagerato.

Con i suoi 175 centimetri scarsi Wesley non è il tipico corazziere che siamo abituati a vedere sulle fasce di Gasperini. Un’altra differenza con l’archetipo gasperiniano è che ama venire dentro al campo, interpretando lo spazio in maniera molto più creativa e meno rigida. E poi ancora; punta spesso il suo diretto marcatore, completando 1,54 dribbling/90’, laddove di media i suoi pariruolo dell’Atalanta non arrivano neanche alla metà. Ma allora, cosa ha visto in lui Gasperini? E perché lo ha voluto così tanto?

Per cominciare le doti atletiche di Wesley sono eccezionali, con un motore impressionante e una tanica di benzina che sembra interminabile. Questi gli permettono di coprire tutto il campo in poco tempo, e di farlo molte volte all’interno della stessa partita. Non vi devo certo dire io quanto sia preziosa questa qualità nel calcio di Gasperini. 

A queste abbina una tecnica nei contrasti non proprio ortodossa, ma comunque molto efficace, grazie alla quale vince 1,96 contrasti/90’ su 2,71 tentati. È irruento, e nei tackle mette una foga a tratti goffa, ma senza essere sporco (in termini di fallosità siamo nella media). Wesley sembra andare sempre troppo veloce sul pallone, come i cani che rincorrono una pallina e sono concentrati unicamente sul raggiungerla il prima possibile, deferendo il cosa ci faranno a un secondo momento. E così, quando arriva sul pallone, lo fa con una postura innaturale, forse perché ci arriva prima del previsto. Questo lo costringe a piegare il suo corpo e le sue articolazioni in maniere creative per vincere i contrasti.

Se serve entra anche in scivolata, all’apparenza con la solita filosofia del “come va, va”. Il fisico longilineo in questo è croce e delizia: da un lato gli concede centimetri preziosi nei duelli, dall’altro lo fa sembrare più sgraziato di quanto non lo sia realmente.

I numeri di Wesley col Lens.

Nonostante una tecnica che deve urgentemente migliorare per questi livelli, l’interpretazione dello spazio è ciò che lo rende imprevedibile in fase di possesso. Non offre punti di riferimento agli avversari, attaccando nello stesso modo le vie centrali e il corridoio esterno, a seconda della situazione. Questo lo rende un giocatore pericolosamente verticale, sia con la palla che senza, che spicca infatti tra i pariruolo per conduzioni progressive (3,3/90’) e per passaggi progressivi ricevuti (10,2/90’) . 

Se l’interpretazione di entrambe le fasi è stata determinante nel portarlo a Roma, non possiamo non sottolineare che – almeno nelle prime amichevoli dei giallorossi – la cosa più impressionante è stato il fit naturale con le peculiarità di Soulé. Conosciamo bene l’allergia dell’argentino al centro del campo, con la sua tendenza a cercare la corsia esterna come porto sicuro. Un rifiuto a tratti esasperante per Juric e Ranieri, che – a differenza di De Rossi – preferivano moduli in cui a dettare l’ampiezza sarebbero stati gli esterni difensivi. Soulé da trequartista ha faticato, e di fatto le sue migliori partite della passata stagione sono arrivate quando Ranieri si è arreso a schierarlo da quinto di centrocampo.

La tendenza di Wesley a sovrapporsi per vie interne e liberare la fascia potrebbe rivelarsi una chiave interessante per far adattare Soulé al calcio di Gasperini. I due sono in teoria complementari per caratteristiche, e già l’amichevole col Lens ha confermato questa sensazione: i tagli centrali del brasiliano infatti hanno spesso svuotato la corsia esterna, concedendo all’argentino la licenza di allargarsi sulla linea laterale indisturbato e isolarsi nell’uno contro uno con il terzino avversario. Se è innegabile che Soulé debba comunque migliorare nei mezzi spazi se vuole diventare un top, è altrettanto vero che le soluzioni offerte dalla mobilità di Wesley potrebbero ammortizzare l’urto di questa transizione sulla trequarti.

La heatmap di Wesley ci conferma che ama venire dentro al campo rispetto ai terzini tradizionali.

Non sappiamo quanto sia stata deliberata questa complementarità tra i due, e ad oggi non è nemmeno chiaro chi giocherà davanti tra Soulé e Dybala. Siamo però sicuri che le combinazioni che potrebbero nascere sull’asse sudamericano tra i due 2003 hanno tutto il potenziale per farci divertire.

Una cambio di prospettiva?

Il fatto che il nostro campionato si sia dimostrato insolitamente disposto a investire sui giovani di per sè non certifica niente. Acquistare un giovane e non un giocatore nel prime, o un veterano, è semplicemente un’operazione diversa, non più virtuosa nè più irresponsabile. 

I benefici sono comunque numerosi. Innanzitutto dal punto di vista finanziario: un giocatore giovane firma contratti solitamente più lunghi, che permettono al club di ammortare il costo del cartellino su più stagioni. Sono poi spesso più moderate le richieste in termini di stipendio, vuoi per curriculum o per tradizione. 

Di contro, i rischi di natura tecnica non sono pochi. Un giovane talentuoso ma acerbo è spesso un acquisto a scatola chiusa; dove un veterano porta con sé un bagaglio di esperienza importante, un giovane sarà sempre più propenso all’errore, un concetto che nel nostro campionato mal digeriamo. Capita quindi che i cartellini dei giovani siano inflazionati da promesse di miglioramento che però non sempre vengono attese. È altrettanto vero che i passaggi a vuoto capitano anche ai veterani, con la differenza che la loro appetibilità a quel punto tende ad esaurirsi, mentre un giovane troverà sempre un club pronto a scommetterci anche dopo una stagione negativa. 

Quante di queste scelte recenti sono state dettate dalle contingenze? Quante invece testimoniano un cambio di prospettiva? Realisticamente lo capiremo tra un anno. Per quanto probabilmente la Serie A non sarà mai il palcoscenico migliore per mettersi in mostra, possiamo però dire che negli ultimi due anni ci siamo arricchiti di tanti giovani interessanti, alcuni dei quali di prospettiva mondiale. Nonostante una retorica autolesionista che ama descrivere l’Italia come un campionato conservatore e chiuso ai giovani, tutto ci dice che questo sia un luogo comune. Non è vero che in Serie A non ci sono giovani forti, come non è vero che i club non investano in giovani o che non li facciano giocare.

Per la prima volta in tanto tempo è difficile anche solo elencare tutti i giovani promettenti che l’anno prossimo avremo il compito di tenere d’occhio, e, nonostante il lavoro da fare rimanga ancora enorme, questo possiamo considerarlo un grande segnale di salute del nostro campionato.