Quale futuro per il Manchester City?

Tutti i motivi dietro il periodo di crisi dei citizens, nel tentativo di capire cosa li aspetta adesso.

La torre dell’orologio della Town Hall di Manchester segna le 22:32 di martedì quando, a quasi quattro chilometri di distanza, va in scena all’Etihad Stadium l’ennesimo dramma della stagione del Manchester City. L’avversario è il Feyenoord, orfano di Arne Slot e lontano parente della squadra che ha illuminato i giovedì sera europei degli ultimi tre anni. 

I citizens sono in vantaggio per 3-0, con gli olandesi che fino a quel momento – forse per la prossimità geografica con Liverpool ad acuire la sindrome dell’abbandono nei confronti del loro ex allenatore – avevano fatto poco. È veramente impossibile sottolineare quanto, fino a quel momento, il Feyenoord si fosse rivelato impalpabile (un tiro in porta, 0,16 xG, 36% di possesso palla), ma è altrettanto necessario per capire la portata autolesionista dell’impresa del City. In un certo senso basterebbe rivedere l’azione del primo gol degli olandesi: sequela di scambi terrificanti sull’asse Akanji – Simpson-Pusey – Gvardiol, retropassaggio di quest’ultimo corto per Ederson e anticipo di Hadj-Moussa che segna a porta vuota.

In tre passaggi sbagliati (uno più goffamente dell’altro) la frittata è fatta e la partita è riaperta.

A quel punto il linguaggio del corpo di Guardiola in panchina diventa tutto un programma: le mani si stringono sulla testa, lo sguardo è rivolto a terra e l’espressione che si intravede – ma che si può immaginare – è di disperazione distillata, purissima. Il tabellino segna pur sempre un vantaggio di due gol per il City, ma il tecnico spagnolo sembra conoscere già la piega funesta che prenderà la partita. Nessuno intorno a lui pare rendersene conto, ma le sorti degli inglesi sono già scritte. Come Cassandra di fronte ai suoi fratelli troiani, anche Pep Guardiola è destinato a scrutare nelle intricate trame del destino. Potere – un po’ dono e un po’ maledizione – di cui è costretto a sostenere il peso da solo.

Quello che Guardiola presagiva mentre era intento a fissare il nulla comincia a manifestarsi sui nostri schermi. Il 3-2 lo segna Gimenez all’82’ dopo un assist del palo, mentre all’89’ arriva il pareggio di Hancko dopo un’uscita – sempre autolesionista – di Ederson. I citizens farebbero in tempo a sfiorare il 4-3, ma in quel caso i legni si dimostrano meno benevoli e la traversa nega il gol a Grealish. Il City diventa così la prima squadra nella storia della Champions League a farsi rimontare tre gol dopo il 75’ – forse il primo record negativo fatto registrare da Guardiola in carriera. Col fischio finale l’arbitro mette fine al dramma, ma solo per far sì che possa iniziare la farsa. 

Autolesionismo, letterale e metaforico

Quando inizia il solito giro di interviste post-partita, Guardiola si presenta ai microfoni a testa bassa. Col capo martoriato di graffi e il naso sanguinante, uscito sconfitto da una rissa con sé stesso (o almeno così ha detto), le risposte ai giornalisti sono una montagna russa emotiva. Non è il Guardiola a cui siamo abituati, quello sempre ottimista, allegro, quello che si prodiga in complimenti perché tanto alla fine vince sempre lui. È un Guardiola che deve dar conto della sua mortalità, e della mortalità della sua squadra, cosa che non gli riesce molto bene. Intanto le immagini delle sue ferite cominciano a fare il giro del mondo, e in maniera al confine tra l’assurdo e il grottesco lo spagnolo si ritrova a parlare sui suoi profili social di autolesionismo e salute mentale.

Una spiegazione necessaria?

La partita col Feyenoord per certi versi rappresenta lo specchio perfetto della stagione del City. Una squadra perfettamente in controllo, e padrona del suo destino, che si è andata ad impelagare in un vortice di dubbi e insicurezze. La squadra di Guardiola si è in buona sostanza scavata la proverbiale fossa da sola: nonostante ci siano stati vari momenti in cui si sarebbero potuti risollevare, puntualmente i citizens hanno scelto di continuare a scavare, forse attratti dal potere magnetico del peggio a cui non c’è mai fine.

Così facendo hanno fatto registrare uno dei peggiori inizi della loro storia recente, con gli 11 punti di distacco dal Liverpool capolista in Premier League e la diciassettesima posizione in Champions League ad aver forse compromesso la stagione. Lo stesso Etihad, da sempre un fortino per i padroni di casa, è diventato tutto ad un tratto un’accogliente locanda alla mercé di qualsiasi avventuriero, a partire dallo 0-4 subito ai danni del Tottenham (la prima sconfitta in casa da novembre 2022). 

Ma quindi, quali possono essere le cause del periodo nero degli sky blues?

Si sta come d’autunno…

Storicamente Guardiola non ha mai avuto un buon rapporto con l’autunno. Quando le foglie degli alberi ingialliscono, il clima si irrigidisce e le giornate iniziano ad accorciarsi, le squadre di Pep abbassano i giri del motore e perdono terreno sulle avversarie. Nel 2023, a cavallo tra settembre e ottobre, sono arrivate tre sconfitte su quattro partite che hanno segnato il periodo peggiore della stagione. Ha poi fatto seguito un filotto di cinque vittorie, interrotto da una nuova flessione autunnale con tre pareggi e una sconfitta su quattro partite. 

Un quadro abbastanza chiaro dei cali del City in autunno.

Il rapporto travagliato tra Guardiola e la stagione delle castagne, però, non può bastare per giustificare questa partenza in retromarcia. La stessa media punti di questo autunno (1,42) è di gran lunga la peggiore degli ultimi cinque anni, facendo registrare anche il personale record di sconfitte consecutive di Guardiola (5). Anche la partenza estiva non è stata delle più brillanti, segnando la seconda peggior partenza dell’ultimo lustro. 

L’autunno si è rivelato puntualmente una trappola per il City, ma dove prima il suo arrivo rallentava una squadra indistruttibile, ora ha reso fragilissima una squadra che aveva comunque già dato segni di vulnerabilità. E, soprattutto, dove prima era comunque evidente la natura transitoria di questi periodi, oggi sembra più difficile capire quanto durerà. Ma allora, quali sono le altre cause di questa riscoperta mortalità?

In ‘n out

Uno dei punti di partenza è sicuramente la rosa. In estate il club si è limitato a puntellare la squadra con un paio di calciatori, privandosi comunque di un Julian Alvarez fresco campione d’America. L’argentino, come preventivabile, sta brillando anche lontano dal Regno Unito, ma il suo innegabile talento non era comunque da solo sufficiente a spostare l’ago della bilancia. Di contro il City aveva bisogno di un’iniezione di contanti per sopperire alle spese faraoniche degli ultimi anni, e l’ultimo mercato è stato (anche) in nome di una riscoperta e insolita austerity.

Mentre le dirette concorrenti si sono rinforzate concretamente, il City forse è riuscito addirittura ad indebolirsi. Non è arrivata la tanto agognata alternativa a Rodri, e come lui anche Haaland è rimasto senza un cambio naturale a sobbarcarsi da solo il peso dell’attacco intero. È arrivato Savinho dal controllato Girona, che ha avuto un impatto mediamente positivo, ma in un reparto in cui il City aveva già diverse alternative di livello. Il ritorno di Gundogan dal Barcellona poi non ha rispettato completamente le aspettative, col tedesco che ha accusato principalmente un ritardo di condizione.

In realtà la questione atletica non si è limitata solo all’ex Dortmund e Barcellona. Un generale stato di forma deludente ha portato, tra le varie cose, anche a una situazione di overbooking in infermeria. Da inizio stagione la squadra di Guardiola ha dovuto rinunciare sovente a tre dei suoi pilastri: De Bruyne, Rubén Dias e Rodri. Il primo, tornato a novembre da un infortunio muscolare, ha giocato solo 378’ da inizio stagione. Il portoghese invece è ai box dal 30 ottobre – l’inizio del loro crollo verticale – e la sua assenza ha minato le certezze difensive del City, che nelle ultime quattro partite senza di lui ha subito 13 gol.

Di Rodri invece si potrebbe parlare per ore. L’infortunio al legamento crociato rimediato a fine settembre contro l’Arsenal – una sorta di contrappasso per le sue dichiarazioni uscite poco prima contro i ritmi serratissimi del professionismo – ha privato il City del suo miglior equilibratore. Qualcuno era arrivato anche a mettere in discussione la visione del calcio come gioco di squadra, visto che con Rodri in campo i citizens erano arrivati a non perdere in Premier per 52 partite consecutive. Banalizzando forse un po’, è innegabile che perdere il miglior calciatore del mondo, se così possiamo definire chi vince il Pallone d’Oro, sia un fattore non da poco. 

Una mancanza enorme da entrambi i lati del campo.

Anche questo, però, è un discorso che giustifica solo in parte i guai del City. Subito dopo l’infortunio di Rodri sono arrivati comunque una serie di risultati confortanti, con sei vittorie e un pareggio in sette partite. Un filotto che era anche bastato a ricacciare indietro le voci di una sorta di “Rodri-dipendenza”. Gli avversari di quelle sette gare non erano esattamente irresistibili, ma la squadra di Guardiola non aveva dimostrato la stessa fragilità degli ultimi tempi. È quindi lecito credere che, per quanto anche l’assenza dello spagnolo abbia pesato enormemente, sia stata solo una delle concause di questa crisi.

La fiducia che move il pallone con le stelle

Il Guardiola malconcio post-Feyenoord aveva detto: «Problema mentale? Sicuramente è anche un problema tecnico… Non riusciamo più a gestire la partita». Se, in assoluto, il tema della tenuta mentale dei calciatori è uno dei più delicati e intangibili, la situazione del City passa anche attraverso la dimensione del morale della squadra.

In primis, se vincere aiuta a vincere, potremmo dire che perdere aiuta a perdere. Davanti ai microfoni Guardiola ha insistito su questo concetto: «Avevo la percezione che potesse sfuggirci la partita. Ora siamo fragili e avevamo bisogno di vincere e di fiducia». Qualcuno, caldeggiando la teoria pseudoscientifica della legge di Murphy, vi direbbe che se c’è la possibilità che una cosa possa andare male, allora andrà male. Esprimersi in un contesto in cui questa non sembra una possibilità, ma un’assoluta certezza, sembra solo peggiorare le cose; giocare con la paura di sbagliare è già pericoloso, giocare con la certezza di farlo è ancora peggio.

In tutto ciò il City deve anche convivere con lo spettro del processo, iniziato a settembre, sulle infrazioni del club negli ultimi anni. Sulla società pesano 115 capi di imputazione, che variano dallo sforamento dei limiti di spesa della Premier League alla violazione del fair play finanziario imposto dall’UEFA. Il rischio, con la sentenza che ipoteticamente verrà pronunciata in primavera, è di una pesante penalizzazione, o, nel peggiore dei casi, la retrocessione. Se questo sembra più un pensiero per la proprietà, è comunque possibile che abbia contribuito al clima di incertezza che ha inglobato la sponda celeste Manchester.

Guardiola ha dichiarato a più riprese che a lui il provvedimento non spaventa, così come ha ribadito che rimarrebbe alla guida della squadra anche in Championship. Ma quanto c’è di vero? E, soprattutto, quanti giocatori lo seguirebbero? 

E se il problema fosse Guardiola?

Nella conferenza dopo il Feyenoord, il tecnico ha escluso di dover cambiare qualcosa: «Cosa dovrei cambiare? Se avessi cambiato qualcosa dopo la prima stagione, quando tutti chiedevano un cambiamento, non avremmo vinto 6 Premier League». Dichiarazioni che cozzano terribilmente con quelle rilasciate nel 2021 in un’intervista con Rio Ferdinand, in cui aveva detto: «Perdi o vinci, è necessario cambiare. I giocatori, le rose, io stesso; il cambiamento fa bene». Per la prima volta la maschera cade, e lascia trasparire un Guardiola diverso. Da quando Pep è diventato reazionario? O forse lo è sempre stato?

Il tutto, poi, detto col fiatone.

Tutto ciò sembra ancor più assurdo se consideriamo che gran parte dei successi di Guardiola siano arrivati grazie a cambiamenti, anche coraggiosi e radicali. L’avvicendamento Ronaldinho-Messi, il falso nove, i terzini invertiti, la scelta di un nove come Haaland: nessuno ha saputo mettersi costantemente in discussione come Pep. Nessuno ha portato questo concetto allo stremo, fino a cambiare anche troppo, guadagnandosi così la fama di overthinker.

L’evoluzione di Guardiola in quello che fino a qualche anno fa sarebbe stata la sua antitesi non finisce solo davanti ai microfoni. Al termine della gara persa col Liverpool infatti, con un gesto di mourinhana memoria, si è girato verso i tifosi di casa e con le dita ha indicato i sei campionati vinti col City. Il cambio di strategia comunicativa, con annessi siparietti egoriferiti, lascia trasparire l’immagine di un allenatore alla ricerca di certezze, ma che oggi sembra trovarle solo nel suo palmarès. 

L’improvviso irrigidimento di Pep si è poi esteso anche sul fronte manageriale. L’anno scorso, per esempio, ha ruotato pochissimo, con i titolari costretti a fare gli straordinari e dando poca fiducia alle seconde linee. Su questo potrebbe aver pesato anche il parere del suo storico preparatore atletico, Lorenzo Buenaventura, che da anni si fa propugnatore dell’idea che il turnover serva a poco. I loro successi parlano da soli, anche se il reparto infermeria del City avrebbe qualcosa da ridire a riguardo.

Anche la scelta di insistere con una linea difensiva formata da quattro difensori centrali è stata vista come eccessivamente prudente, se non proprio conservativa. In un momento così delicato della stagione è anche comprensibile la scelta di favorire l’equilibrio a scapito del potenziale offensivo. Questo però non giustifica totalmente questo processo di Mourinhizzazione, tra una comunicazione insolitamente antagonizzante e vittimista e una radicalizzazione conservativa dei propri dettami tattici. Quantomeno sembra confermare il detto: “O muori da eroe, o vivi tanto a lungo da diventare il cattivo”.

Foto che sembrano fatte con l’IA.

È la fine di un ciclo?

Forse, e più semplicemente, il City è arrivato alla fine di un ciclo. A quel punto la serie di sciagure che si è abbattuta sull’Etihad non avrebbe fatto altro che accelerare un processo che sarebbe avvenuto comunque, ma forse in maniera meno drammatica. Se l’ipotesi della fine del percorso fosse vera, tutto il resto sarebbe semplicemente di contorno, e avrebbe solo contribuito ad esacerbare una situazione già compromessa. Il tecnico spagnolo però ha appena rinnovato per altri due anni, e a quel punto le difficoltà per rimanere competitivi sarebbero, in questo caso, ben più grandi rispetto al solito.

Non possiamo però determinare con certezza che sia arrivata la fine. Forse rientreranno gli infortunati, il freddo invernale riporterà le certezze perse. Magari il City verrà assolto dai 115 capi d’imputazione, Guardiola ritroverà la sua solita brillantezza e i giocatori riscopriranno il sorriso. In fondo il tecnico spagnolo si è meritato abbastanza fiducia in passato da portarci ancora a credere in lui, e lui stesso ci ha tenuto a ribadirlo. Ciò che appare però evidente è che, come in tutte le cose complesse, non esista una singola grande causa scatenante, e questo può essere tanto di conforto quanto preoccupante. La crepa nel Wonderwall si sta espandendo velocemente, e rischia di finire con una fragorosa Supernova priva di champagne. La lista di problemi da risolvere infatti è lunghissima, e non è detto che ci sia il tempo materiale per venirne a capo. 

Al City forse servirebbe – con una certa urgenza – un Mr. Wolf. Qualcuno che bussi alla porta dell’Etihad Campus e pronunci le celebri sei parole: “Sono il Signor X, risolvo problemi”. L’unico, in grado di ricoprire quel ruolo, martedì sera era intento a leggere le pagine invisibili del suo destino, incise nel vuoto imperscrutabile sotto di sé. Chissà se si è spoilerato il finale.