Se si considerano solamente i freddi numeri, può sembrare inusuale lodare un allenatore che alla guida della Juventus dopo 12 giornate ha ottenuto 5 punti in meno rispetto alla stagione precedente e che, alla pausa nazionali di novembre, si trova al sesto posto in classifica. Tuttavia, è innegabile che con l’arrivo di Thiago Motta i bianconeri siano entrati in una nuova dimensione.
Se tatticamente la rivoluzione dell’allenatore italo-brasiliano sembrerebbe ancora aver bisogno del tempo necessario ad interiorizzare ed automatizzare i meccanismi di gioco, per quanto i segnali incoraggianti non manchino (la Juventus è infatti diventata una squadra ordinata e che fa del controllo del gioco e della riaggressione il suo forte, a differenza degli ultimi tre anni), sotto il punto di vista comunicativo a Thiago Motta sono bastate 16 partite per chiarire perché rappresenta l’uomo giusto per far tornare la squadra più titolata d’Italia ai successi che le competono.
Fin dalla conferenza stampa di presentazione dello scorso 18 luglio, l’ex allenatore del Bologna ha infatti sottolineato la necessità di avere una squadra “orgogliosa e felice”, evitando di cadere in inutili pettegolezzi e allusioni, e si è soffermato solo sugli aspetti relativi al gioco e al modo in cui riuscire a interpretarlo al meglio (non a caso la sua tesi per l’abilitazione a Coverciano nel 2020 si intitola “Il valore del pallone – lo strumento del mestiere nel cuore del gioco”).
Questa sua allergia alle chiacchiere si è manifestata in modo evidente nella conferenza stampa precedente a Juventus-Como, in cui ha espresso la sua volontà di divincolarsi dalle inutili voci di mercato con un sarcastico “Domani giochiamo una partita, anche se evidentemente a voi non piace parlare delle partite…”. Viaggiando abilmente nel sottile confine fra lo sbeffeggiamento e la battuta scherzosa, Thiago Motta ha quindi subito messo in chiaro che in questa nuova Juventus non si punterà a fare spettacolo o a creare scalpore in conferenza stampa, ma unicamente a lavorare e a prendersi grandi soddisfazioni sul campo, talvolta anche apparendo brutale e troppo impegnato per perdere tempo dietro a domande volutamente tendenziose.
Il secco e diretto “no” in risposta alla (non brillante) domanda in cui gli veniva chiesto se avesse mai immaginato di allenare a panchine invertite con Antonio Conte nello scorso Juventus-Napoli non va quindi inteso come un atto di arroganza o una mancanza di rispetto nei confronti dei giornalisti, ma come una presa di posizione nei confronti di una mentalità giornalistica interessata più a creare titoli da cronaca rosa che a cercare di comprendere in modo esaustivo i principi trasmessi negli allenamenti durante la settimana.
Si è molto parlato, per esempio, della decisione di svelare l’undici di partenza per Genoa-Juventus durante la conferenza stampa pre-partita. Al di là della stranezza del fatto in sé (a memoria, nessun allenatore in Serie A lo ha mai fatto negli ultimi anni, perlomeno in modo così sfacciato), più che un regalo ai giornalisti e ai fantallenatori questo gesto è parso un segnale di sfida per capire chi in sala stampa effettivamente sapesse riconoscere immediatamente i suoi calciatori (come a dire: quando dico Jonas, pensate subito a Rouhi?) e, soprattutto, per ribadire la grande serenità e la serafica franchezza con cui sta lavorando sotto la Mole l’allenatore italo-brasiliano. L’allenatore della Juventus, evidentemente, non temeva quindi né le possibili contromosse date dalla conoscenza della formazione da parte di Gilardino né aveva la necessità di tenere sulle spine fino all’ultimo momento i possibili giocatori in ballottaggio (ai quali ormai dev’essere chiaro che non esistono titolari a prescindere ma che giocano esclusivamente i giocatori più in forma, al costo di panchinare acquisti da 50 milioni di euro).
Thiago Motta, infatti, si sta dimostrando un allenatore estremamente interessante all’interno del panorama calcistico europeo anche nella gestione della rosa. Pur considerando infatti tutti titolari (anche numericamente, dati i pesanti infortuni che hanno subito i bianconeri), è consapevole che ogni giocatore vada utilizzato in base alla tipologia di partita che si vuole andare ad affrontare e che debba essere gestito in modo differente, per farlo rendere al meglio (l’ironia della sorte ha poi voluto che questo concetto venisse espresso il pomeriggio prima di Juventus-Stoccarda, unica partita davvero steccata dalla Juventus e da Motta in questo inizio di stagione).
Che il senso dell’ironia faccia parte del bagaglio comunicativo dell’allenatore italo-brasiliano è apparso evidente anche nella conferenza stampa prima di Juventus-PSV, sua partita d’esordio in Champions League. Non sarebbe infatti sorprendente, data la maniacalità che sembra contraddistinguerlo, se l’allenatore bianconero avesse deliberatamente deciso di impostare il suo discorso con uno slogan che ricorda massime livornesi (“Il calcio è semplice, ci sono 11 che attaccano e 11 che difendono”), per poi dilungarsi con una spiegazione precisa ed esauriente di ciò che si aspetta tatticamente e attitudinalmente dalla propria squadra: “Voglio che pressiamo insieme e che mettiamo una buona pressione per recuperare il pallone, pronti a ricompattarci, a essere generosi e solidali, a proteggere la nostra porta e a volere veramente avere la palla. Dobbiamo essere veloci quando bisogna attaccare e capire i momenti in cui dobbiamo avere più possesso e controllo del gioco, dando il tempo agli attaccanti e ai centrocampisti di arrivare nell’area avversaria per concludere le azioni”.
È difficile immaginare quanto questo cambio di registro in corsa sia stato effettivamente voluto, ma è impossibile non vederci un passaggio di consegne simbolico e retoricamente davvero efficace, che avvicina la Juventus a una visione e a una comunicazione del calcio più moderna. Alla Continassa è infatti finalmente stato sdoganato un dibattito che si sofferma maggiormente sul gioco in sé, facendo percepire ancora una volta la grande cultura del lavoro dell’ex allenatore del Bologna – che al momento non ammette neanche sfacciate polemiche arbitrali, come si può constatare nella velata critica a Conceiçao per l’espulsione per simulazione rimediata contro il Cagliari.
Sarebbe veramente auspicabile se questa comunicazione focalizzata sull’analisi meticolosa del gioco e dell’aspetto tattico contribuisse a far finire la stucchevole dicotomia fra prestazione e risultato e li facesse invece finalmente considerare l’uno la diretta conseguenza dell’altro. La filosofia di calcio basata sul controllo del possesso e sull’aggressività a tutto campo di Motta – dalla quale neanche il numero 9 deve esimersi, in quanto “un obbligo, non un’opzione” – sembra infatti tutt’altro che fine a se stessa, aspetto intollerabile per una società in cui la vittoria rappresenta un’ossessione. Lui stesso lo ha ribadito nella conferenza stampa prima di Juventus-Lazio dello scorso 18 ottobre (“La prestazione non è solo per estetica. (…) Le squadre che giocano bene hanno più probabilità di vincere”): non esistono i “giochisti” e i “risultatisti”, perché i risultati non si possono ottenere senza un sistema di gioco collaudato e una squadra organizzata e che si diverte ha molte più probabilità di risultare migliore di quella avversaria.
Non è chiaro se questo stile asciutto e antisensazionalistico sia proprio della diplomazia, anche falsa e cortese, necessaria per sopravvivere e per farsi amare all’interno del contesto juventino. I tifosi però dovranno dargli tempo: Thiago Motta non è un allenatore di passaggio e, se la squadra saprà seguire in campo i suoi principi, tutto fa pensare che le sue rose fioriranno.