Shomurodov sta giocando meglio di Dovbyk?

Il ballottaggio sempre più aperto tra i due ci ha portato a rivalutare anche le poche certezze della stagione romanista.

L’ottimo terzo capitolo della stagione della Roma ha indubbiamente riportato entusiasmo nella tifoseria, ma ha anche sollevato grossi interrogativi nell’universo giallorosso, principalmente sul valore dei giocatori e sulle reali ambizioni e potenzialità della rosa. Quello forse più emblematico – quantomeno della natura farsesca della stagione romanista – è rappresentato dall’avvicendamento tra Dovbyk e Shomurodov. Una frase che se l’avessimo pronunciata a luglio sarebbe stata accolta da non poche risate.

Come immagino il dualismo Dovbyk-Shomurodov.

Le recenti ottime prestazioni dell’uzbeko, parallelamente a un Dovbyk non esattamente in grande spolvero, hanno portato molti tifosi a chiedersi chi dovrebbe giocare titolare. Per meglio analizzare la situazione attuale, però, dobbiamo tornare indietro ad agosto, a un periodo così lontano, e con premesse così diverse, che a molti tifosi giallorossi non sembra neanche la stagione corrente.

Capitolo I: Eldor

Mentre Dovbyk atterrava a Ciampino, invocato a furor di popolo e accolto con il solito entusiasmo dei supporter giallorossi, Shomurodov veniva accompagnato alla porta da una parte di tifoseria chi pretendeva una riserva “all’altezza” delle puntuali grandi ambizioni estive. La Roma però non è riuscita a piazzarlo, lasciandolo a disposizione di De Rossi come soluzione un po’ raffazzonata. Lo scetticismo in realtà è durato poco. Già alla seconda uscita stagionale, nella sconfitta casalinga contro l’Empoli, il suo ingresso aveva cambiato l’inerzia della partita, segnando il gol del 1-2 (il primo della stagione romanista) e subendo quello che molti tifosi ritenevano fosse un fallo da rigore. Da quel momento è cominciata a covare un’idea, una sorta di moto collettivo, all’insegna del “chi si accontenta gode”. Quello che fino a un secondo prima era considerato un ingombro, veniva presto acclamato come una mascotte slash dodicesimo uomo di tutto rispetto. 

Prima il gol, poi un’altra ottima occasione e poi il contatto discusso.

Poi è arrivato l’esonero inspiegabile di De Rossi, seguito dalla parentesi plumbea con Juric in cui l’uzbeko ha giocato poco, fino all’arrivo di Ranieri (ritrovato dopo la parentesi a Cagliari della scorsa stagione). L’intenzione era comunque di sostituirlo nella finestra invernale, e a fine gennaio era praticamente fatta per il prestito al Venezia; la Roma però non ha trovato un sostituto in tempo, e quindi si è ritrovata nuovamente “costretta” a fare affidamento su di lui. Ranieri comunque ne ha lodato le qualità tecniche e umane, e dopo il gol del 2-0 contro l’Eintracht ai microfoni di Sky ha detto: «Gli ho chiesto di restare con noi. I ragazzi gli vogliono bene, il pubblico lo ama. E poi mi incavolo sempre con lui. Sa che gli voglio bene».

Da quel momento Shomurodov si è guadagnato sempre più minuti, anche per via di qualche acciacco di Dovbyk. Hanno fatto seguito le ottime prestazioni con il Porto e con il Monza, e infine il gol contro il Bilbao allo scadere che ha certificato l’ottimo momento di forma dell’uzbeko.

Capitolo II: Artem

Dall’altro lato della linea laterale che separa il campo dalla panchina, invece, Dovbyk ha preso una parabola differente. De Rossi contava di sfruttare le sue qualità nell’attacco della profondità, ma non ha avuto il tempo materiale per vedere concretizzate le sue idee. Juric, invece, col suo gioco di lanci lunghi e riaggressioni sperava di trasformarlo in un pressatore instancabile e dominatore dei cieli; caratteristiche che però si sono presto rivelate fuori dalle corde dell’undici romanista.

Nonostante ciò Dovbyk ha comunque continuato a segnare con continuità, ma le sue prestazioni hanno sempre comunque lasciato qualcosa a desiderare. Anche Ranieri, che è riuscito ad esaltare quasi tutti i suoi compagni di squadra, con Dovbyk non è riuscito a sfondare. Il suo calcio diretto e verticale ha anzi continuato a puntare la lente d’ingrandimento sulle lacune dell’ucraino, a volte anche in maniera eclatante. È poi subentrata qualche noia fisica, mentre qualcuno vociferava di un presunto malcontento.

Quelle cose che praticamente senti solo nelle radio romane.

I numeri di Dovbyk 

Gli avvicendamenti in panchina hanno sicuramente richiesto a Dovbyk di adeguarsi a uno stravolgimento continuo dei compiti in campo, ma è comunque sempre sembrato pronto ad adattarsi. In funzione di questo è interessante vedere come sia cambiato il suo impiego con i vari allenatori, anche solo per meglio capire i suoi pregi e i suoi difetti.

Nonostante un campione ristretto di partite, da quel poco che si è visto possiamo in astratto dire che De Rossi ne avesse provato a nascondere i limiti tecnici. Probabilmente, essendo quello che lo ha richiesto specificamente, il tecnico di Ostia è anche quello che aveva le idee più chiare sul come utilizzarlo. Dai dati raccolti si evince come lo coinvolgesse di meno nella manovra, con un numero di giocate complessivamente inferiore rispetto ai colleghi che lo avrebbero succeduto. 

Probabilmente la costruzione più ragionata e paziente di De Rossi era anche intesa a lasciarlo libero di trovare la posizione e studiare i movimenti, ma il tempo ridotto ci ha impedito di capire se avrebbe fruttato o meno. Il campione di partite rimane esiguo e poco affidabile, ed è utile non tanto a tracciare una conclusione quanto a supporto di un’ipotesi comunque corroborata da ciò che si è visto in campo.

Juric lo ha coinvolto di più, chiedendogli un lavoro molto più intenso sia sui palloni alti che nell’associarsi coi compagni, ma è spalle alla porta che l’ucraino mostra tutti i suoi difetti. Come vi avevamo già raccontato, Dovbyk difetta delle qualità di raccordo che spesso associamo agli attaccanti della sua stazza, e i piani del tecnico croato si sono presto rivelati fallimentari. 

Anche il numero di tocchi e di palloni persi (controlli sbagliati + spossessamenti della palla) ci dice che la squadra passava attraverso Dovbyk di più con Juric e di meno con De Rossi, con Ranieri che si colloca sempre nel mezzo (e comunque sempre sotto ai suoi colleghi in Serie A).

Con Ranieri si è invece creato una sorta compromesso, caratterizzato da un approccio comunque diretto ma meno casuale. Una maggior qualità nel giocare la palla dal basso – soprattutto grazie alla ritrovata centralità di Paredes e Hummels – ha permesso alla manovra giallorossa di respirare. Questo però ha pagato solo in parte. Nonostante un numero minore di giocate, nelle volte in cui è stato chiamato in causa si è comunque rivelato impreciso. L’impressione è che lo stile elettrico dell’attacco romanista viva di fiammate estemporanee e di giocate controintuitive, ma queste richiedono comunque una pulizia tecnica che all’ucraino manca.

Esistono davvero le categorie?

Il fatto che oggi Dovbyk venga messo in discussione non dovrebbe sorprenderci. All’interno di questa interminabile e assurda stagione giallorossa abbiamo visto giocatori passare da opachi a brillanti; altri hanno preso la stessa strada al contrario; altri ancora hanno fatto il giro intero. Il dubbio sul valore della rosa romanista quindi persiste, o quantomeno ci conferma l’enormità del peso che ha il contesto (tattico e umano) sul rendimento dei giocatori. Un giudizio assoluto sul valore di un giocatore spesso ignora le infinite contingenze che possono condizionarne il rendimento, e quindi può succedere – come in questa stagione – che dei giocatori riescano a rendere, anche drammaticamente, al di sotto o al di sopra delle proprie potenzialità. 

Detto questo, anche il più grande sostenitore della tesi del contesto non si sarebbe mai immaginato un avvicendamento tra Dovbyk e Shomurodov. Se veramente esistono le categorie, come qualcuno cerca di convincerci da tempo, il capocannoniere in carica della Liga non dovrebbe neanche convivere nella stessa conversazione con quello che negli ultimi anni è stato un umile nomade della bassa classifica di Serie A. Per capirci, sarebbe come se l’anno prossimo Christian Kouamé – con tutto il rispetto per Christian Kouamé – finisse in ballottaggio con Robert Lewandowski per una maglia da titolare. Chi ci crederebbe? 

E quindi è meglio la toppa del buco?

Se siamo quindi finiti a paragonarli, e se parte della tifoseria ha cominciato a nutrire un dubbio – legittimo – su chi debba giocare tra i due, i motivi sono diversi. Inizialmente Dovbyk segnava di più, nonostante una serie di prestazioni negative. I gol, uniti alla mancanza di un’alternativa valida, erano sufficienti a schermarlo dalle critiche. Dal momento in cui Shomurodov ha cominciato a timbrare il cartellino, con gol anche pesanti come quello contro l’Athletic, si è andato a sfumare il confine tra i due. Ad oggi hanno una media-gol praticamente identica (0,5 Dovbyk e 0,51 Shomurodov), e quindi il piano di paragone sul quale metterli a confronto diventa di più difficile inquadratura.

Da un lato i dati ci confermano che sul fronte gol la situazione sia simile; dall’altro ci aiutano anche a capire che le prestazioni sono molto diverse. 

Tutti i tipici misuratori della produzione offensiva ci dicono che Shomurodov crea di più. Produce più gol previsti (0,53 npxG/90 contro i 0,36 dell’ucraino), tira di più in porta (1,31 TiP/90 contro 0,96) e di media si crea occasioni più pulite (i suoi tiri in media sono di un metro più vicini alla porta). Anche nel relazionarsi con i compagni è più presente: completa quasi il doppio dei passaggi (21 passaggi completati/90 a 11,7), con un rapporto quasi identico di passaggi che portano al tiro (1,52 KP/90 a 0,86). 

È poi più coinvolto in fase di possesso, vantando un numero maggiore di tocchi, di conduzioni e di dribbling tentati. Anche le metriche che misurano la partecipazione ad azioni che si concludono in un tiro (SCA) o in gol (GCA) ci dicono che produce di più (rispettivamente 3,04 SCA/90 contro 1,68 e 0,76 GCA/90 contro 0,19). In fase di non possesso pressa di più, tenta più tackle in tutti e tre i terzi del campo e riconquista più palloni.

Il grande disclaimer sui dati è ovviamente legato al tipo di minutaggio differente dei due. Gran parte delle presenze di Shomurodov sono arrivate a partita in corso – 9 da titolare e ben 17 da subentrato – contro avversari stanchi e difese sfilacciate, e questo finisce inevitabilmente col drogare le statistiche in suo favore. Dovbyk invece si è dovuto battere il più delle volte senza il vantaggio della freschezza, spesso contro strutture organizzate e piani gara che lo vedevano come osservato speciale. Shomurodov ha poi tratto un ulteriore vantaggio dalla competitività delle seconde linee giallorosse (al momento la Roma vanta 19 marcatori differenti), che permettono alla squadra di tenere un livello alto anche dopo la solita girandola dei cambi (e infatti è la terza squadra in Serie A per gol dopo il 60’).

Qualità o quantità

A primo impatto comunque questi dati ci porterebbero a confermare – banalizzando forse troppo – che Shomurodov “giochi meglio”, come vuole qualche tifoso. Se però la quantità è indubbiamente in suo favore, la qualità delle giocate ci racconta un’altra storia.

Se infatti abbiamo detto che Shomurodov produce più gol previsti, tira di più in porta e lo fa da più vicino, abbiamo anche visto come la media gol sia la stessa. Viene quindi da sé che Dovbyk sia più preciso nel finalizzare. Il capitolo sui passaggi è simile: l’uzbeko ne tenta e ne completa di più, ma lo fa con una percentuale di precisione praticamente identica all’ucraino (76% a 74%), il ché equivale indubbiamente a una partecipazione più attiva, ma anche a un numero maggiore di passaggi sbagliati e quindi di palloni persi. La scarsa precisione di Shomurodov si evince anche dal numero di palloni persi per mancato controllo (3.13 p/90 rispetto agli 1.8/90 dell’ucraino), a dimostrazione che quei tanti tocchi sono potenzialmente tantissimi possessi regalati. 

Questi dati ci confermano una sensazione evidente anche dal campo, e cioè che Shomurodov non sia né particolarmente pulito tecnicamente né così associativo come sembra. Il suo unico, vero ed evidente vantaggio sta in un dinamismo che gli permette di generare più microeventi rispetto a Dovbyk. L’uzbeko riesce a coprire più campo in meno tempo, è più rapido nel girarsi e nello smarcarsi, e quindi riesce ad aumentare di tanto il volume di giocate. I suoi movimenti continui e imprevedibili aprono spazi molto interessanti per i compagni, mettono i suoi diretti marcatori davanti a scelte difficili e permettono alla trequarti giallorossa di sfruttare tutta la sua creatività.

La sua mobilità e la rapidità con cui si gira costringe prima un difensore navigato come Yeray al secondo giallo, poi sorprende tutta la difesa sull’azione del gol con il suo continuo entrare-uscire dall’area di rigore.

Dovbyk, al contrario, gioca su un binario immaginario diretto fra lui e la porta. Il suo bagaglio abbastanza ristretto di giocate, che si limitano alla sponda, a qualche colpo di tacco e all’attacco della profondità, è meno confusionario ma anche meno eterogeneo. Questo costringe i compagni a cercarlo in modi molto specifici e codificati, ma che non sempre sono possibili. 

Anche sul piano tecnico la differenza tra i due è netta in teoria e molto labile in pratica. L’ex Cagliari forse ha un piede forte meno educato del sinistro di Dovbyk, ma ha un piede debole più o meno dello stesso livello, a differenza del destro dell’ucraino che praticamente non esiste. Questo gli permette di usarli entrambi con la stessa efficacia, di fatto quasi raddoppiando il numero di soluzioni a sua disposizione.

… o identità?

L’impressione è che Shomurodov sia più coerente con l’identità della Roma di Ranieri. Il suo stile frenetico, anche se disordinato, sprigiona un caos creativo che si sposa meglio con le qualità dei suoi compagni. Probabilmente, in relazione ai rispettivi archetipi in cui li potremmo provare a inquadrare entrambi, Dovbyk è un giocatore migliore, ma questa Roma è un vestito che – per caratteristiche – sembra stare meglio all’uzbeko. Questo ha poi contribuito anche a una fiducia nei suoi confronti che probabilmente lo sta aiutando a overperformare; allo stesso modo, è possibile che sia l’esistenza stessa di questo dibattito il motivo per cui Dovbyk è sembrato sfiduciato. 

Sembra quindi quasi che nel grande puzzle dell’infinita stagione romanista manchi un pezzo al vertice del suo attacco. Da un lato Dovbyk rappresenta la tessera col disegno giusto, ma con una sagoma sbagliata; dall’altro Shomurodov è una tessera che si incastra alla perfezione, ma che raffigura uno scarabocchio che stona col disegno complessivo. 

È quindi lecito credere che ad oggi nessuno dei due sia più efficace dell’altro. Le scelte di Ranieri dovranno tener conto di fattori ancor più complessi di quelli che abbiamo citato, anche perché, per adesso, una risposta univoca a questo ballottaggio non esiste. Forse, visti anche i rispettivi stati di fiducia, è più facile immaginarsi uno Shomurodov insolitamente chirurgico che un Dovbyk finalmente valorizzato dal contesto. Ranieri è stato abile nel riportare serenità prima ed entusiasmo poi, ma la proposta di gioco non è ancora andata oltre l’immenso talento dei suoi singoli – ed è difficile pensare che da qui a giugno si troveranno soluzioni diverse. 

Per venirne a capo ci sarà comunque di aiuto la gara di ritorno con l’Athletic, che sarà un importante banco di prova per entrambi: nel caso di Dovbyk sarà un’occasione fondamentale per riprendersi l’attacco della Roma, nel caso di Shomurodov per vedere quanto ancora durerà questa Eldor-mania.