Le vere ambizioni della Roma

Un’idea forte dentro un corpo imperfetto. Gasperini ha dato un senso alla Roma, trasformando i limiti in metodo: dove può arrivare?

«[La squadra] Non è da Champions. Questo aumenta il merito, no? Il merito di questi ragazzi. E nel frattempo è chiaro che ci auguriamo di crescere, lo sappiamo anche noi che il nostro primato è abbastanza casuale

Gian Piero Gasperini non è uno che si nasconde dietro le parole. Quando parla, è diretto, schietto; lascia poco spazio alla retorica. Tralascia il superfluo, separa l’ambizione dalla realtà, restituisce un’immagine nitida: questa Roma, la sua Roma, non è costruita per vincere. O almeno, non ancora.

L’intervista rilasciata dopo un avvio stupefacente dei giallorossi in campionato è il manifesto di una squadra che si tiene in piedi sulla lucidità del suo allenatore più che sulla forza della rosa. Perché, a ben vedere, questa Roma è figlia di un’idea di calcio diversa da quella di Gasperini, e sicuramente lontana da ciò che serve per ambire al vertice della classifica.

Ed è qui che la riflessione deve farsi ampia. Perché l’arrivo di Massara, incensato come l’antitesi dei vari Pinto e Ghisolfi, massacrati per alcune scelte errate, ha portato una sessione che ha lasciato più dubbi che certezze: con alcune scommesse pagate tanto, la rosa della Roma è ben lontana dal potersi definire completa.

Questa Roma nei singoli sembra comunque costruita per stare in scia alle grandi, e la parte della rosa ereditata dalle passate gestioni resta competitiva, seppur disfunzionale. A molti giocatori però si chiede di fare un salto in avanti – quello che da anni è mancato – quantomeno per colmare il gap con le prime della classe. “Sulla carta, ad oggi”, come recita un popolare refrain su Tik Tok, la Roma parte comunque innegabilmente dietro. Solo la sua colonna vertebrale – composta da Svilar, Koné e Soulé – sembra in grado di trovare spazio nelle altre big. E non è una condanna: è la fotografia di una rosa che non vive di eccellenze, ma di buone intenzioni.

La rosa

Ed è da qui che occorre partire per capire davvero cosa sia questa Roma: dalla rosa, dal suo equilibrio imperfetto, dai giocatori che la compongono e da come Gasperini stia provando a metterli insieme in un sistema che li renda credibili.

Il punto di partenza è proprio Konè, un giocatore che sembra disegnato per il caos organizzato del calcio moderno: utile, energico, devastante nelle transizioni – sia offensive che difensive – ma lontanissimo dal giocatore che la stampa italiana ha incensato in estate quando l’Inter aveva messo gli occhi su di lui. Disegnato, infatti, come centrocampista difensivo, il francese a ben vedere risulta invece un filtro difensivo imperfetto. È per questo che, accanto a lui, Gasperini non sembra in grado di rinunciare a Cristante, la sua antitesi calcistica.

Kone corre, Cristante pensa. Kone accelera, Cristante rallenta. Uno rompe gli schemi, l’altro li tiene insieme. Una coppia che funziona per necessità più che per scelta. La partenza di Paredes ha lasciato un buco che nessuno ha colmato. E non è solo un buco tecnico: è un vuoto di geometrie. Senza un regista vero, la Roma è costretta spesso, soprattutto a partita in corso, ad affidare l’impostazione a chi regista non è: come nel caso di Pisilli, potenzialmente devastante da incursore e costretto invece contro il Torino a costruire dal basso per mancanza di alternative, con risultati prevedibili.

E allora Gasperini si affida al suo “finto equilibrio”: un mediano che corre e uno che ragiona, più ovviamente Pellegrini, reintegrato immediatamente non tanto per meriti passati quanto per necessità presente. Perché, se non altro, Lorenzo sa collegare i reparti, farsi trovare tra le linee, calciare da fermo, e più in generale dare senso al pallone quando la Roma fatica a farlo girare.

Tra i nuovi arrivi, Wesley era forse quello che spaventava di più dal punto di vista tattico. Venendo dal Brasile, dove il gioco ha tempi e letture molto diversi, c’era il timore che potesse faticare a inserirsi nei meccanismi italiani. E, dopo le prime prestazioni, non sono mancate le critiche. In realtà, però, è un giocatore molto più utile e disciplinato di quanto si creda.

Il brasiliano è così l’incarnazione della fatica tattica di Gasperini: lavora per gli altri, raramente per sé stesso. In fase offensiva viene sempre dentro il campo, per isolare Soulé sulla linea laterale, nella sua comfort zone. In fase difensiva, come un moto perpetuo lo si trova costantemente a ripiegare, accettando l’uno contro uno tanto amato dal tecnico piemontese, sapendo anche restare ordinato nella linea difensiva. Ed i numeri lo confermano: 74° percentile in Serie A per tackles e intercetti.  

Il suo limite resta tecnico: spesso arriva “sporco” sul pallone, come se il corpo sapesse dove andare ma il piede non sempre lo seguisse. In realtà l’esterno è all’87° tra i pari ruolo per passaggi completati, nonostante una poca pulizia evidente. Ma Gasperini lo sa bene e saprà lavorare sul brasiliano in questo aspetto:

«Spesso dico: andiamo nel settore giovanile, andiamo a copiare qualche esercitazione che si fa con i ragazzi”, perché ho trovato la necessità. Perché, fermo restando tutto quello che è fisico, tattico, atletico, eccetera, di incrementare proprio i fondamentali. Ovvero il controllo, lo stop, il passaggio, i tiro, il colpo di testa. Che si dice “sì, si fa nei ragazzi e poi basta”. Invece non è vero, ce n’è sempre bisogno.»

Ecco, se c’è un giocatore che può diventare il manifesto di quella filosofia, è proprio Wesley. Quando ripulirà la tecnica, potrà diventare devastante.

In attacco, poi, la Roma si aggrappa alle individualità. E più di tutte a quella di Soule, che nelle ultime dodici partite di campionato dei giallorossi ha prodotto sei assist e quattro gol. Numeri importanti, ma che raccontano solo una parte della storia. Perché questa Roma non vive di Soulè, ma dei suoi colpi, e della sua capacità di accendersi all’improvviso, più che alla continuità del suo gioco. L’argentino spesso si isola per lunghi tratti sulla corsia di destra, per poi riapparire al momento giusto, con un lampo che cambia la partita. Anche qui, però, il margine di crescita è evidente.

Il problema, semmai, è tutto ciò che gli ruota attorno. L’ala sinistra è una zona franca, un’assenza strutturale. Nessuno la occupa con continuità, nessuno crea superiorità da quella parte. Il rischio è di diventare una squadra a metà campo, asimmetrica e prevedibile, con Soulé spesso e volentieri ingabbiato dai continui raddoppi. Da qui la speranza chiamata Bailey: altro mancino, ma di profilo diverso, capace – almeno sulla carta – di dare profondità e ampiezza. Se funzionerà, la Roma potrà finalmente aprirsi.

Il trucco di Gasperini

Eppure, dietro a tutto questo, c’è un paradosso: la Roma al momento funziona. O, meglio, funziona nonostante tutto.

Il motivo? Gasperini. L’allenatore di Grugliasco ha preso una squadra che da anni sembrava senza progettualità, dandole una forma, una disciplina in mezzo al caos. 

In particolare, la Roma – anche per la già rappresentata mancanza di qualità in mezzo al campo – è lenta nel portare palla verso la porta avversaria e quasi del tutto inefficace nelle transizioni offensive. Gasperini lo ha capito subito, e proprio per questo ha esasperato il pressing a tutto campo, trasformandolo nel cuore pulsante del suo sistema, portando così i giallorossi a recuperare palla già vicino alla porta avversaria, anziché dovercela condurre.

La Roma è prima in Serie A per PPDA (6,49) – è la squadra che concede meno passaggi agli avversari nei loro due terzi difensivi prima di tentare il recupero. È un dato enorme, figlio di un lavoro sistematico, non casuale. Una squadra che difende attaccando, o che attacca difendendo, soffocando il gioco avversario per compensare la lentezza nelle transizioni.

Chi parla di Roma “Ranieriana” evidentemente non ha visto le partite. Quella Roma era la terzultima per PPDA (14,47), scappando velocemente all’indietro per creare un blocco basso e poi risalire velocemente il campo. Questa Roma è l’esatto opposto.

La fortuna aiuta gli audaci

Un altro tema che accompagna la Roma di Gasperini è quello della fortuna. È vero: qualche episodio favorevole c’è stato. Ma, come spesso accade, la narrazione tende a semplificare. Gli episodi fortunati vengono amplificati, quelli contrari passano sotto silenzio. A Firenze, ad esempio, tutti hanno parlato dell’errore di Gosens, ma pochi hanno calcato la mano sul possibile gol del 1-3 clamorosamente fallito da Dovbyk, che secondo Opta valeva più del doppio degli expected goals (0,34 xG per il tedesco, 0,72 xG per l’ucraino). 

Anche il tema dei legni sembra riduttivo. Si è parlato tanto dei pali colpiti da Castro, Cataldi, Kean e Piccoli, ma non si può parlare di occasioni limpide concesse, ma tiri che – fossero andati a segno – sarebbero tutti stati da gol compilation.

Analizzando invece i numeri, più che di Roma fortunata bisogna parlare di Roma solida. È la squadra che concede meno Goal Creating Actions in Serie A – appena 0.5 ogni 90 minuti, addirittura la metà della penultima, il solidissimo Milan di Allegri – e che si colloca dietro solo all’Inter per Shot Creating Actions per 90’. Non solo: è terzultima per xGA, con appena 5.2 expected goals concessi da inizio stagione (di cui 0.89 solo nella traversa di Gift Orban).

Insomma, è riduttivo ricondurre tutto ad una questione di fortuna: è una questione di attenzione e misura. Quando la Roma resta concentrata e compatta, diventa difficilissima da affrontare; quando invece perde equilibrio e distanze, paga dazio subito. Il confine è sottile, ma fin qui Gasperini è riuscito a tenerlo saldo.

Le vere ambizioni 

E allora, dove può arrivare questa Roma?

Non allo scudetto. Non ancora, almeno. Perché i limiti strutturali, a lungo andare, pesano più delle intuizioni. Non si può reggere un’intera stagione basandosi solo sul genio dell’allenatore e sul rendimento di tre-quattro individualità.

La qualificazione in Champions League invece sembra un obiettivo ambizioso ma concreto. Il traguardo è a portata dei giallorossi, a patto che il livello di concentrazione resti alto, che la crescita continui su quest’onda e che il mercato di gennaio porti qualche soluzione decisiva. A questo poi si aggiungono la doppia speranza – anche qui difficile ma non irrealistica – che qualcuno davanti commetta qualche passo falso e che l’Italia riesca a strappare un quinto biglietto per la Champions. 

Gasperini l’ha già fatto altrove: ha portato squadre più povere tecnicamente a giocarsi piazzamenti europei, costruendo identità dove non c’era molta qualità. La Roma di oggi è il suo ennesimo laboratorio. Una squadra che non incanta, ma resiste. Che soffre, ma non crolla. Che non fa innamorare, ma partita dopo partita convince sempre un pochino di più.

Alla fine, il merito è proprio lì, nella lucidità di Gasperini e nella sua capacità di far sembrare casuale ciò che in realtà è frutto di metodo. Il primato, forse, è temporaneo. Ma la competitività, quella, è destinata a restare. E se davvero questa Roma arriverà in fondo alla corsa per la Champions, non sarà per la qualità della rosa, né per i gol di Soule, né per la solidità di Svilar. Sarà per la mano del suo allenatore, uno dei pochi in Italia capace di trasformare l’ordinario in straordinario.

Perché la Roma, oggi, è questo: un’idea forte dentro un corpo imperfetto. E se continuerà a credere più alle idee che ai nomi, potrà spingersi molto più in là di quanto la realtà, per ora, le concede.