Mi ha sempre affascinato la capacità degli americani di fare propria qualsiasi cosa tocchino. Come un organismo fagocitante, hanno una tendenza a inglobare, assorbire, snaturare. Penso sia una tendenza atavica, un retaggio della natura intrinsecamente imperialista che li ha portati a conquistare prima un continente e poi il mondo intero. E quindi in America i centimetri diventano inches, i grammi diventano once, i litri diventano galloni, il football si gioca con le mani, la capitale mondiale della pizza risulta Chicago e il calcio diventa soccer.

In un contesto del genere, era solamente questione di tempo prima che iniziasse l’inevitabile processo di americanizzazione del calcio a cui stiamo assistendo in questi giorni.
Idle time
Proprio con questo Mondiale, ospitato da Canada, Messico e, appunto, Stati Uniti, sembra che il calcio sia diventato l’ennesimo oggetto di appropriazione culturale a stelle e strisce.
Già la notizia che la finale del 19 luglio di New York avrebbe previsto un halftime show – che ospiterà Madonna, Shakira, i Coldplay e i BTS – doveva rappresentare un campanello d’allarme. L’inserimento di uno spettacolo tra i due tempi scimmiotta un po’ il famosissimo inframezzo della finale del Superbowl, che negli anni ha ospitato le esibizioni di alcuni dei maggiori artisti mondiali, non ultimo il concerto a tema panamericano di Bad Bunny.
Anche in quel caso si era parlato di appropriazione culturale. Il cantante portoricano, ma più che altro il suo messaggio e la distribuzione demografica del suo pubblico, erano stati visti da alcuni critici come un modo per acquietare le tensioni politiche e sociali di un paese intero. Il football aveva sempre rappresentato un porto sicuro dell’America repubblicana, ma le politiche espansionistiche e razziste della presidenza Trump (basti pensare all’operato dell’ICE) avevano ulteriormente disturbato un equilibrio già precario che rischiava di intaccare gli ascolti, e la NFL è quindi corsa ai ripari tendendo la mano al suo pubblico più progressista.

L’halftime show di questi Mondiali durerà però – secondo alcune previsioni – più del doppio (30 minuti) rispetto al normale intervallo e allo spettacolo della finale di football. La scelta ha la volontà di rendere il match il più pop e catchy possibile, vendendo, allo stesso tempo, gli spazi pubblicitari a peso d’oro. Parliamo però di un (ulteriore) enorme disagio per gli spettatori; provate infatti ad immedesimarvi in un tifoso di una delle due finaliste e dover vivere con una tensione terrificante mezz’ora di spettacolo prima del calcio di inizio della ripresa, magari in una partita tremendamente equilibrata in cui la vostra squadra aveva chiuso in crescendo il primo tempo.
La possibilità di riempire gli spazi vuoti, spezzettando quanto più possibile il tempo di gioco, si riflette anche nella decisione di imporre due hydration break per partita, ognuno posto a metà di ciascun tempo di gioco, di circa 3 minuti, dividendo sostanzialmente il tempo di gioco in quattro quarti, esattamente come nel basket.
Per quanto il proposito sia nobile – in quel clima torrido l’idea di fornire ai calciatori un momento di refrigerio mi sembra più che ragionevole – dal momento in cui queste pause diventano obbligatorie, anche in caso di partite serali o giocate in condizioni atmosferiche meno proibitive, diventa una scelta prettamente commerciale. Poteva poi essere uno spunto interessante per far assistere agli spettatori a questi veri e propri time-out (che stanno incidendo non poco sugli spartiti tattici delle partite), ma anche in questo caso l’unico scopo della FIFA sembra di vendere più slot pubblicitari possibili, sfruttando pienamente questi 6 minuti di gioco fermo.
Sul tema si sono espressi anche Virgil Van Dijk e Didier Dechamps. «Ho guardato quasi tutte le partite del Mondiale e l’hydration break non mi piace. Ci sono le pubblicità e non credo sia piacevole per chi guarda la TV. Se fa davvero caldo queste pause sono utili, ma bisognerebbe decidere in base alla situazione reale sul campo. Credo di aver detto abbastanza…», ha affermato in una recente conferenza il capitano olandese.
Il commissario tecnico francese pone invece l’attenzione sulla gestione dei momenti della partita: «L’hydration break cambia completamente lo sport: magari una squadra sta dominando e tre minuti di stop fanno perdere completamente il ritmo».
La questione della vendita degli spazi pubblicitari e degli spettacoli durante il match è però solo uno degli aspetti di americanizzazione del nuovo calcio a cui stiamo assistendo.
Lingua universale
La questione dell’intrattenimento e dei ricavi non è infatti l’unica stranezza di questo Mondiale, che ha presentato numerose criticità anche dal punto di vista organizzativo.
Negli ultimi giorni ha fatto notizia il divieto in alcune conferenze stampa di utilizzare lo spagnolo come lingua per comunicare con calciatori e allenatori. Sono già iconici i casi di Hakimi e Vinicius, a cui vengono poste domande in spagnolo – lingua che conoscono molto bene, e come ammesso dallo stesso Vinicius, in cui si trovano persino più comodi rispetto all’inglese – seguite dall’intervento dell’addetto stampa FIFA a chiedere all’intervistatore di utilizzare l’inglese. L’equivoco nasce a causa dello stringente protocollo della federazione, che prevede che ciascuna squadra debba stilare una lista di lingue “ammesse” per le conferenze, per favorire la presenza dei vari interpreti. L’assurdità nasce però dal momento in cui si è deciso di aggiungere, quasi d’ufficio, obbligatoriamente l’inglese alle lingue comunicate dalle nazionali, dimenticandosi del francese e dello spagnolo delle altre due nazioni ospitanti.
Sebbene non sia questo grande problema (il tutto si è concluso con un accorgimento che rende obbligatoria anche la presenza di un traduttore spagnolo in ogni conferenza), l’atteggiamento sbadato della FIFA lascia trapelare l’esistenza di paesi ospitanti di Serie A (gli USA) e paesi ospitanti di Serie B (i loro vicini di casa). O comunque governi che esercitano più pressioni di altri.
La questione linguistica in realtà si inserisce in un elenco di figuracce organizzative ben più ampio per gli Stati Uniti. Prima il caso di Omar Abdulkadir Artan, l’arbitro somalo respinto alla frontiera per un non specificato motivo di sicurezza nazionale, a cui è stata revocata la possibilità di dirigere le gare del torneo (inutile, e forse pure di cattivo gusto, la mossa della UEFA di designarlo per la direzione della finale di Supercoppa Europea); poi il caso dell’Iran, nazionale di un paese in guerra con uno dei paesi ospitanti (almeno al momento dell’inizio del torneo), costretta a spostamenti blindati e senza la possibilità di soggiornare negli Stati Uniti prima e dopo le partite.
Potere politico
La domanda a questo punto sorge spontanea: “Per quale motivo Infantino sta permettendo tutto questo?”. Stiamo assistendo allo stravolgimento del gioco che ci ha appassionato, alla corruzione dello spirito del Mondiale – che per carità, ha sempre avuto i suoi difetti e le sue deviazioni, ma mai in maniera così spudorata e plateale – che sta venendo subordinato alle manie di grandezza di una superpotenza.
Se pensavamo di averle viste tutte con Qatar 2022, con un Lionel Messi premiato in vesti da emiro, in una cerimonia che aveva più del grottesco che del grandioso, quest’anno la FIFA sta addirittura cercando di superarsi.
Già il 5 dicembre scorso Infantino si è reso protagonista di uno dei peggiori teatrini effettuati dai vertici di questo sport, con la consegna del FIFA Peace Prize al presidente degli Stati Uniti Donald Trump, lo stesso che, poco meno di un mese dopo, decide di arrestare in un paese straniero il presidente venezuelano Maduro e il 28 febbraio dichiara guerra all’Iran. Se tutto ciò non bastasse, da alcuni rumours recenti risulta che la premiazione, in barba al protocollo precedentemente stilato, verrà presenziata ed effettuata proprio dal presidente americano.
Come detto non è la prima volta, ma il culmine di un trend. Ma se in Qatar nel 2022 e in Russia nel 2018 – come anche nell’Argentina di Videla del 1978 – la politica si muoveva sullo sfondo mentre il torneo rappresentava uno specchietto per le allodole, qui il Mondiale diventa una vera e propria vetrina di promozione del Trumpismo in tutta la sua gloria. Non è un’esagerazione dire che un power-play della stessa portata non si vedeva dal Mondiale nell’Italia fascista del 1934.
In un periodo in cui anche il calcio sta prendendo sempre più la piega di una manifestazione politica, cercando l’appoggio di questo o quello Stato, magari per racimolare qualche dollaro in più o ingraziarsi il potente di turno, possiamo dire senza troppi giri di parole che questo sport, più simile al soccer che al football, finirà per piacerci sempre meno.