Gigio Donnarumma, numero uno

Con il trionfo in Champions League il portiere italiano sta scalando l’Olimpo dei migliori di sempre.

Solo la storia potrà stabilire, come si chiedevano Massimo Marianella e Luca Marchegiani durante la telecronaca di Arsenal-PSG, se Gianluigi Donnarumma potrà essere inserito nel podio dei più grandi portieri italiani di sempre. Probabilmente sarà d’accordo il suo omonimo e illustre predecessore Buffon, che non ha mai fatto mistero di considerarlo ormai più forte di lui: se questa ipotesi può trovare fondamento nel primato di essere l’unico portiere italiano ad aver conquistato da titolare il titolo di campione d’Europa sia con il club che con la Nazionale — onore di cui, fino a qualche giorno fa, si potevano fregiare solo colossi come Sepp Maier, Peter Schmeichel e Iker Casillas — è guardandolo giocare che si può davvero comprendere la grandezza, non solo letterale, che il nostro numero uno sta raggiungendo negli ultimi mesi.

Viene quasi da pensare che una parte di lui sia rimasta amareggiata dalla facilità con cui il Paris ha spazzato via l’Inter a Monaco, partita nella quale non è mai stato impegnato — eccezion fatta per un tentativo estemporaneo e poco convinto di Thuram, a punteggio ormai già fissato sul 4-0. Per quanto nell’atto conclusivo non abbia avuto occasione di mettersi in mostra, sarebbe tuttavia ingeneroso dimenticare quanto Donnarumma sia stato determinante lungo tutto il percorso che ha portato il PSG al suo primo trionfo continentale.

In ogni turno a eliminazione diretta dagli ottavi in poi, il portiere italiano si è rivelato sistematicamente decisivo per la qualificazione dei parigini: i rigori parati ad Anfield contro il Liverpool, le respinte durante l’assedio dell’Aston Villa a Villa Park, i colpi di reni tra andata e ritorno della semifinale con l’Arsenal — con la parata sul diagonale di Trossard all’Emirates che si candida, insieme a quella di Sommer su Yamal nei supplementari di Inter-Barcellona, al titolo di miglior intervento dell’intera Champions League.

Un combinato di coordinazione ed esplosività disumano per un uomo così grosso.

Il numero uno del PSG e della Nazionale non avrebbe potuto scegliere modo migliore per lasciarsi alle spalle le critiche ricevute negli ultimi anni. Se nelle scorse edizioni era incappato, con una certa dose di sfortuna, in errori pesanti proprio nei momenti chiave ed era diventato protagonista involontario degli highlights delle sconfitte parigine – come nell’uscita incerta su Hummels nella semifinale dell’anno scorso — quest’anno ha dato l’impressione opposta: tanto più si alzava la posta, tanto più lui diventava decisivo. Una sensazione quasi di onnipotenza, per cui ogni gol segnato contro di lui sembrava, di partita in partita, un’impresa sempre più complessa.

Non è forse un caso che Donnarumma abbia vissuto la sua stagione migliore proprio in un contesto in cui, quasi offeso per l’addio di Mbappé, il PSG si è riscoperto squadra vera, compatta, priva di primedonne e più attenta al collettivo che ai singoli. In questo nuovo equilibrio, il portiere azzurro ha trovato terreno fertile per imporsi come guida silenziosa ma centrale, leader carismatico prima ancora che tecnico, anche e non solo per ragioni anagrafiche. Può sembrare strano nella mentalità italiana per cui si è eternamente giovani fino ai trent’anni, ma con i suoi 26 anni a Monaco Gigio Donnarumma era il quinto giocatore più anziano della sua squadra e aveva già un bagaglio di esperienza con più di 400 partite in carriera, che lo hanno reso un esempio vincente e di sicuro affidamento per i suoi compagni più giovani.

A questo si è probabilmente affiancata una serenità che raramente si era percepita nella sua carriera, iniziata con l’esordio in Serie A a sedici anni a San Siro e proseguita con più attenzione per le sue vicende contrattuali che per i meriti sportivi. Complici scelte comunicative discutibili e un entourage spesso ingombrante, Donnarumma ha dato per anni la sensazione di essere prigioniero di una gabbia dorata, minato nelle sue certezze da un’immagine pubblica che non gli rendeva giustizia. Un talento come il suo non avrebbe meritato di essere ricordato per le banconote lanciate dagli spalti durante l’Europeo Under 21 in Polonia del 2017, nel pieno della polemica sul rinnovo con il Milan da 6 milioni l’anno e con l’annesso ingaggio del fratello Antonio: indipendentemente dalle simpatie personali, è difficile oggi non provare una certa soddisfazione nel vedere che il portiere fischiato a San Siro nella sfida decisiva per la qualificazione agli Europei contro l’Ucraina è diventato, finalmente, un campione giudicato per quello che ha conquistato in campo, piuttosto che per il suo stipendio o per le scelte di carriera.

L’impressione che Donnarumma sia ulteriormente cresciuto dopo il suo arrivo in Francia nel 2021 — anno in cui, vale sempre la pena ricordarlo, venne premiato come miglior giocatore dell’Europeo vinto con la Nazionale — trova conferma anche nei freddi numeri. Se a Donnarumma non è mai mancata l’esplosività fra i pali anche per i tiri rasoterra, impressionante per un portiere della sua altezza (come visto, ad esempio, nel miracolo all’ultimo minuto sul diagonale di Milik in un Milan-Napoli del 2018), negli ultimi anni il nostro numero uno è migliorato in modo esponenziale in fondamentali su cui a inizio carriera era, anche fisiologicamente, carente.

Aiutato da un contesto tattico spagnoleggiante come quello di Luis Enrique, in cui il portiere partecipa attivamente alla costruzione, Donnarumma ha nettamente migliorato la precisione nel gioco coi piedi: dal 74,7% di passaggi riusciti in media durante il quadriennio al Milan, è salito all’84,4% nel suo periodo al PSG, senza però sacrificare l’efficacia tra i pali, dove ha mantenuto un ragguardevole 75,1% di parate sui tiri nello specchio. Anche nelle uscite alte, in cui già nel gol annullato ad Arnautovic a Wembley aveva mostrato le sue carenze, ha raggiunto un livello molto alto e degno di un portiere campione d’Europa, passando dai soli 3 duelli aerei vinti nel 2021 ai 16 di questa stagione.

Per quanto non sia ancora il migliore in assoluto in nessuno di questi aspetti — non ha, ad esempio, la pulizia tecnica con i piedi di Alisson o i numeri di parate di Courtois — ciò che colpisce è la sua continuità di rendimento e la costanza ad altissimo livello, che lo rendono non solo un serio candidato al podio dei migliori portieri italiani di sempre, ma anche un nome spendibile nella corsa al Pallone d’Oro.

Donnarumma non ha forse rubato l’occhio come i golden boy Yamal o Doué né ha firmato le valanghe di gol di Dembélé o Salah, ma è stato, a tutti gli effetti, l’uomo che ha permesso al PSG di arrivare fino alla finale di Monaco. A partire da quella formidabile notte di rigori ad Anfield contro il Liverpool, un fondamentale in cui resta il punto di riferimento a livello internazionale. Nessuno, infatti, può vantare il suo straordinario score: sei serie di rigori vinte su sette disputate (con l’unica eccezione del dimenticabile ottavo di Coppa di Francia contro il Nizza nel 2022), abbinato a un eccellente 25,8% di rigori parati nei 90 minuti.

La speranza, ora, è che il nostro numero uno riesca a mantenere lo stesso livello di concentrazione e prestazioni anche questa sera a Oslo, dove tutto lascia intendere che serviranno ancora i suoi interventi per respingere la minaccia scandinava e tenere aperta la strada verso i Mondiali — competizione alla quale, va ricordato, Donnarumma non ha mai preso parte, anche a causa di alcune prestazioni non esaltanti nelle precedenti qualificazioni.

Eppure, oggi ci sono tutti i presupposti perché le cose vadano diversamente. Se nel 2021 era diventato l’immagine-simbolo del trionfo europeo, a Euro 2024 Donnarumma ha onorato fino in fondo il ruolo di capitano e si è confermato, ancora una volta, l’unico vero fuoriclasse a disposizione di Luciano Spalletti, prolungando quasi da solo la nostra agonia sportiva fino agli ottavi di finale. Nelle turbolenze cicliche del nostro calcio, resta almeno una certezza: anche questa volta la nostra scuola di portieri non ha sbagliato e ha prodotto ancora, con ogni probabilità, il miglior estremo difensore del mondo.