Una delle scelte più complicate nella vita di un bambino è sicuramente quella che riguarda il suo supereroe preferito. Potrebbe sembrare un evento insignificante, ma mi piace pensare che quella scelta sia una vera e propria sliding door dell’infanzia. D’altronde il prescelto non sarà solo raffigurato sui giocattoli che col tempo andranno ad accumulare polvere sugli scaffali, ma sarà il riferimento sul quale plasmare la propria bussola morale negli anni a venire. In un periodo storico in cui il cinecomic sembra ormai un’imposizione forzata dell’industria cinematografica, nessuno scampa a questa scelta. Superman, Iron Man, Ant Man, Batman, Spiderman; c’è veramente un “man” per tutti. E in un mondo di “man“, c’é anche chi sceglie di essere Capitan America.
Nell’immaginario collettivo nessun personaggio – né storico né di finzione – ha incarnato grinta e determinazione come Steve Rogers. “L’uomo fuori dal tempo”, come viene definito più volte nella saga, dopo settant’anni congelato nei ghiacci dell’Artico si sveglia in un mondo nuovo, catapultato nel centro di una Times Square così distante da quella che conosceva. Un tema ricorrente dei suoi film è proprio questo anacronismo esistenziale, l’angosciante senso di separazione dalla sua epoca in un contesto che non gli appartiene. Eppure è più forte il senso del dovere – non verso una nazione o un governo, ma verso un ideale, anche se questo finisce col metterlo in conflitto con l’ordine prestabilito – che lo porta ad imbracciare lo scudo e iniziare una nuova sfida.
In questa serie di contraddizioni ci ho rivisto la stagione di Pedro Eliezer Rodriguez, in arte Pedro. Anche lui un uomo fuori dal tempo; anche lui alimentato ormai quasi unicamente da una grinta inspiegabile; anche lui leale a un ideale, alla Lazialità, ancor prima che agli allenatori o ai dirigenti.
I problemi della Lazio
Il 22 luglio 2011 usciva nelle sale italiane il primo film di Capitan America; esattamente tredici anni dopo qui sopra ci interrogavamo sulla mancanza di qualità sulla trequarti della neonata Lazio di Baroni. Ci chiedevamo se, in una Serie A infestata dai blocchi bassi, non fosse limitante una batteria di attaccanti in grado di pungere quasi solamente nelle transizioni in campo aperto.
Effettivamente così è stato, e questo problema ci ha restituito una stagione difficile da inquadrare.
Nel pezzo, pubblicato nel momento di massima contestazione dei tifosi biancocelesti nei confronti della presidenza, veniva analizzata la necessità della Lazio di riuscire a rimpiazzare attraverso il mercato la qualità persa con gli addii di Luis Alberto, Immobile, Felipe Anderson e Kamada, che si aggiungevano a quello di Milinkovic Savic dell’anno precedente. In quel periodo rimbalzavano sui quotidiani i nomi di Mason Greenwood, Calvin Stengs, James Rodriguez e Lazar Samardzic. Alla fine però il fantasista tanto invocato non è arrivato. Al suo posto la Lazio sembrava più decisa che mai a puntare su calciatori giovani, dinamici e atletici, a scapito anche della qualità.
La scelta, che in un primo momento sembrava azzardata, alla fine si è rivelata parzialmente vincente. I biancocelesti contro tutti i pronostici hanno iniziato fortissimo, chiudono il girone d’andata quarti, mentre nel girone unico di Europa League addirittura primi. Poi qualcosa va storto, a partire dall’eliminazione col Bodø ai quarti di finale Europa League fino alla settima posizione in campionato che li vede fuori dalle coppe europee.
In una stagione del genere, piena di imprevisti e peripezie, una costante ha cercato di dare equilibrio all’annata laziale: la determinazione fuori misura di Pedro. Lo spagnolo ha infatti vissuto una delle stagioni migliori della sua carriera, spesso portando sulla trequarti quella qualità che mancava alla Lazio. Come Steve Rogers, lo spagnolo sembra strappato a un’altra epoca, scongelato nel momento del bisogno. La Lazio aveva bisogno di un Capitano, qualcuno che potesse ricompattare la squadra e risolvere da solo le situazioni più complicate, e il numero nove si è fatto trovare pronto.
Una stagione da super
Sono anni che di Pedro si dice che sia finito, o quantomeno arrivato. Che sia vecchio, che il suo posto è in panchina, magari a fare l’allenatore. Di lui si sottolinea quasi esclusivamente questo fantomatico fattore spogliatoio, ridotto insomma all’esperienza che ha accumulato, come gli anziani sulle panchine a cui sono rimaste solo le loro storie. Caschiamo nel tranello di credere che non abbia più niente da offrire in campo. Talmente ci hanno fatto il lavaggio del cervello che ad ogni sua caduta ci chiediamo se possa essersi fatto male, se possa essere l’ultima. Ma lui puntualmente si rialza, si scrolla di dosso la polvere, indossa la sua tuta, fatta di scarpe da calcio e calzettoni, e alza i pugni, pronto a combattere di nuovo.

Magari fa più fatica di qualche anno fa, quando calcava da super protagonista i migliori campi del mondo, ma lo spirito è rimasto lo stesso. E si fa trovare pronto. Salta l’uomo, mette a segno assist, fa gol. Ha segnato tantissimo Pedro quest’anno, in tutti i modi; di sinistro, di destro, in spaccata, di testa.
Dosando bene il suo campione infatti, Marco Baroni è riuscito a dare una seconda vita alla carriera dello spagnolo, che per un’inevitabile questione di tipo anagrafico era in fase calante. Questa nuova doppia natura da supersub in campionato e da titolarissimo in coppa, permette a Pedro di gestirsi e riuscire a dare il suo meglio in ogni occasione.
Questa è infatti la stagione migliore in termini realizzativi p90 dello spagnolo, con una media di praticamente un gol per ogni partita giocata (0.82 gol ogni 90 minuti). Numeri impressionati per uno che non fa propriamente la prima punta, che si riflettono nella presenza nel 96º percentile per Non-penalty goals tra i centrocampisti offensivi e le ali dei top 5 campionati europei.
Con delle statistiche del genere non è neanche troppo sorprendente che in soli 2 mesi dall’inizio della stagione, lo spagnolo avesse già eguagliato la partecipazione al gol (gol + assist) delle 45 partite giocate nell’anno precedente (4).
Se poi è vero che le reti di un calciatore vanno ponderate, quelle di Pedro sono state incredibilmente pesanti. Dai gol in Europa contro Nizza, Twente, Porto e Ajax, alle doppiette contro Monza, Parma e soprattutto quella che ha ucciso il campionato contro l’Inter, lo spagnolo è riuscito a mettere in mostra nel corso dei 9 mesi giocati una costanza difficile da trovare in un calciatore della sua età.
Pedro inoltre sembra aver sposato sempre di più un ruolo da acceleratore della manovra, registrando a il migliori dato dal 2017 per conduzioni progressive ogni 90 minuti (3.93), che, unita alla miglior statistica dal 2017 per passaggi progressivi ogni 90 minuti (6.23), fa di lui il miglior playmaker che la Lazio potesse desiderare.
Anche guardando le posizioni medie in campo si osserva il contrasto con le stagioni sotto la guida di Sarri e Tudor. L’ex Barcellona e Chelsea ha iniziato ad occupare quest’anno sempre di più le zone centrali del campo -trascurando le fasce su cui aveva costruito una carriera- con la licenza di poter spaziare e farsi trovare tra le linee per poter pungere gli avversari.
Tutto ciò non significa di certo che lo spagnolo sia alienato nel gioco della Lazio, con l’unico compito di rifinire, sia questo con un passaggio in avanti o con un gol. Pedro infatti figura anche nel 66esimo percentile per tackles a partita (1.48) e nel 70esimo per blocchi ogni 90 minuti (1.03) rispetto ai suoi pari ruolo.
Una rinascita vera e propria, sia dal punto di vista tecnico, ma anche a livello mentale. Durante i momenti bui del campionato biancoceleste Pedro ha sempre cercato di spronare sé stesso e i suoi compagni a fare meglio. La dimostrazione più evidente di questo perenne fuoco interno, che Pedro accudisce come una vestale, è la prestazione sfornata a San Siro il 18 Maggio, quando, con una doppietta, ha praticamente fermato da solo un’Inter in piena lotta scudetto, che se non avesse incontrato sul proprio cammino l’ex Barcellona avrebbe quasi sicuramente finito la stagione con un campionato in più in bacheca.
In questo caso però alla base della redenzione non c’è alcun pericolo nazista da debellare né supercattivi da sconfiggere, non ci sono scudi in vibranio e tute elasticizzate; solamente lo spirito di rivalsa che ha coinvolto uno dei calciatori più vincenti della storia di questo sport. E così lui e la Lazio si sono detti si per un altro anno, per un’altra sfida. Un’altra stagione in cui forse non sarà un protagonista, ma come ci ha insegnato il campionato che si è appena concluso, Pedro rimane uno dei personaggi principali di questa storia.