Cosa non ha funzionato con Igor Tudor?

Dietro l’esonero dell’allenatore croato si nascondono tutti i problemi a più livelli del club bianconero.


Nei primi 128 anni della sua gloriosa storia, la Juventus era stata la prima squadra del campionato ad esonerare l’allenatore solo nel 1969, con il cambio in corsa fra l’argentino Juan Carniglia e il mister delle giovanili Ercole Rabitti. Fino a lunedì mattina, in cui cinque pareggi, tre sconfitte e quattro partite consecutive senza segnare hanno fatto diventare realtà l’ipotesi dell’esonero di Igor Tudor.

Una decisione sorprendente per il tempismo, dato che si ipotizzava che si sarebbe dato tempo all’allenatore croato almeno fino alla pausa nazionali di novembre, ma probabilmente inevitabile. Con una classifica che comincia a farsi traballante (che vede i bianconeri settimi e appaiati a 12 punti con Atalanta e Udinese) la separazione dall’ex tecnico di Lazio, Marsiglia ed Hellas Verona appare come una scelta improvvisata ma non inattesa: non si sapeva quando sarebbe arrivata, ma era evidente che prima o poi sarebbe successa.

Le premesse

Arrivato con il compito di liberare la squadra più titolata d’Italia dal celebralismo e dall’astrattezza di Thiago Motta, giunti al loro culmine con le imbarazzanti eliminazioni dalle coppe contro PSV ed Empoli e le umiliazioni patite in campionato da Atalanta e Fiorentina, Tudor ha dato l’impressione di esser caduto nelle stesse trappole del predecessore. Il 3421, che sembrava aver dato una naturale collocazione in campo a Yildiz e Thuram e aveva reso la Juventus una squadra non spettacolare ma solida e capace di arrivare quarta in classifica, col passare delle partite si è prima snaturato e poi è stato sostituito da soluzioni tattiche probabilmente anche interessanti, ma impossibili da interiorizzare con una partita ogni tre giorni.

La confusione di Tudor appare infatti evidente dall’aver schierato tre moduli diversi nelle sue ultime tre caotiche partite, più per sperare di trovare una miracolosa soluzione che per un effettivo studio dell’avversario: il 433 con Conceicao, Yildiz e David in attacco a Como, l’ordinato 352 di Madrid con Kalulu esterno a tutta fascia e il disordinato 343 visto a Roma contro la Lazio, con l’ala portoghese incapace di sostenere gli attacchi dei biancocelesti e l’evanescente coppia d’attacco composta da Vlahovic e David.

Fa quasi sorridere che si sia arrivati all’epilogo in una condizione tattica e psicofisica simile a quella che aveva caratterizzato l’esperienza di Thiago Motta, al punto che le 24 partite preparate da Tudor fanno temere che non si sia risolto nessuno dei cronici problemi che affliggevano (e affliggono ancora) la Juventus. L’esclusione di Thuram e Yildiz dal primo minuto a Roma – complice una condizione fisica probabilmente precaria – ha sinistramente ricordato le scelte a Eindhoven e Firenze del suo predecessore, crocifisso proprio per non aver schierato due fra i suoi giocatori più talentuosi. 

Se a ciò aggiungiamo i chiacchierati malumori nello spogliatoio, per cui nell’intervallo dell’Olimpico Tudor avrebbe avuto un intenso confronto con lo zoccolo duro di italiani composto da Cambiaso, Gatti, Perin (sorprendentemente schierato titolare al posto dell’ottimo Di Gregorio ammirato al Bernabeu) e capitan Locatelli, tutto fa pensare che la Juventus sia ancora afflitta da problemi interni di difficile risoluzione, che costituiranno il primo tema su cui il nuovo allenatore – Luciano Spalletti, che di questo se ne intende – dovrà urgentemente intervenire. 

I sintomi

La Juventus di Tudor non ha mai ricordato le belle squadre presentate in passato dal suo allenatore, riuscendo troppo di rado a trasformare il suo possesso palla in un’arma realmente offensiva e restando intrappolata in un gioco ordinato ma privo di mordente. I numeri lo raccontano in modo chiaro: l’86% di passaggi riusciti certifica una buona qualità tecnica e un’idea di squadra capace di muovere il pallone con continuità, costruendo una ragnatela di fraseggi puliti e strutturati.

Tuttavia, dietro questa apparente solidità si nasconde una povertà di soluzioni negli ultimi metri. Solo il 6% dei tiri è infatti arrivato dall’interno dell’area piccola – peggio soltanto Sassuolo ed Hellas Verona – segno di una manovra che si ferma ai margini del pericolo e incapace di penetrare in profondità. Anche i gol in campionato su azione manovrata sono appena tre, un bottino che vale il 16° posto in Serie A: un dato eloquente per una squadra che, nelle intenzioni, avrebbe dovuto esprimere un calcio propositivo e verticale.

I numeri della Juventus di Tudor.

La squadra dell’allenatore croato si è così spesso trovata costretta a cercare sbocchi esterni e si è affidata a ben 21 cross a partita, quasi sempre sterili e facilmente leggibili dalle difese avversarie. Nei momenti di difficoltà, i dribbling individuali (8,3 a gara) sono diventati l’unica vera via d’uscita da una manovra troppo prevedibile, un tentativo dei singoli di creare ciò che il sistema non riusciva più a produrre collettivamente. Tutto ciò ha generato una sensazione costante di sterilità tattica, con una squadra che sa come mantenere il pallone, ma non come usarlo per ferire: la Juventus ha mostrato sì disciplina e struttura, ma è spesso mancata la scintilla creativa necessaria per trasformare il controllo in dominio e il possesso in gol.

Le cause

A parziale difesa di Tudor, va riconosciuto che la Juventus non è mai stata realmente una squadra costruita su misura per il suo modo di intendere il calcio, come vi raccontavamo neanche due settimane fa. Il tecnico croato ha dovuto adattarsi a un organico assemblato più per esigenze economiche che per coerenza tattica, con un mercato che anche quest’anno è parso un soliloquio della dirigenza più che una risposta alle necessità dell’allenatore. Le sue richieste – Kolo Muani come riferimento offensivo capace di dare profondità e un centrocampista di esperienza in grado di guidare i ritmi della manovra – sono rimaste inascoltate, sostituite da profili come Openda e Zhegrova, più futuribili che funzionali al sistema immediato di gioco. Ne è derivata una squadra ibrida, priva dei riferimenti ideali per incarnare il calcio diretto, intenso e verticale che da sempre caratterizza le migliori versioni del “Tudorismo”.

Probabilmente, quindi, non è sbagliato immaginare che anche quest’anno non siano mancate le divergenze tra l’allenatore e la dirigenza e che l’amore professionale con Comolli non sia mai davvero sbocciato. Il neo amministratore delegato, infatti, avrebbe avuto in mente un profilo tecnico diverso (come dimostrano i contatti poi sfumati con Conte e Gasperini, entrambi declinati per motivi differenti) e l’idea di puntare su un carneade straniero come il tecnico del Fulham Marco Silva, più in linea con la sua visione più internazionale del progetto. 

Questi risentimenti sono emersi anche nelle dichiarazioni pubbliche di Tudor, spesso l’unico a esporsi nei momenti di tensione istituzionale come le proteste per il rigore subito a Verona e la mancata espulsione di Gift Orban per una gomitata su Gatti. Con il passare delle settimane, il suo tono e il suo linguaggio del corpo sono diventati via via più passivo-aggressivi, segni di un crescente isolamento all’interno dell’ambiente bianconero. 

Lasciato solo, l’allenatore è finito per inciampare in alcune uscite evitabili – «con un altro calendario saremmo primi al 100%» – che hanno contribuito a incrinare ulteriormente il rapporto con la società e con una parte della tifoseria. A posteriori, il regno di Tudor può essere letto come un progetto nato morto lo scorso 29 maggio, giorno del gran rifiuto di Antonio Conte: un esperimento senza convinzione, costruito più per necessità contingente che per reale visione. Alla luce del triste epilogo, forse la Juventus avrebbe dovuto considerare fin da maggio la sua esperienza come quella di un traghettatore – ruolo che in passato il tecnico aveva interpretato con efficacia – e lasciarlo con tanta riconoscenza, invece di affidargli un mandato lungo e carico di aspettative che né la società né la squadra sembravano disposte a sostenere davvero.

In fondo, è inevitabile il sospetto che il vero problema non stia né in panchina né in campo, ma molto più in alto. La Juventus di oggi sta probabilmente ancora pagando l’assenza di una guida salda e di una visione condivisa, figlia anche delle turbolenze che attraversano la famiglia Elkann dopo le note vicende legate al testamento dell’Avvocato Agnelli. Finché il vertice bianconero resterà impantanato in incertezze e giochi di potere, ogni allenatore rischierà di diventare solo un parafulmine temporaneo, bruciato da un sistema che ha smarrito la propria identità. 

Tudor, come prima di lui Pirlo, Allegri e Motta, sarà probabilmente destinato a essere ricordato più come un sintomo che come la vera e propria causa del declino. E a chi ha memoria lunga, tutto questo non può che evocare un déjà-vu amaro: la Juventus triste, disorientata e priva di rotta che navigava a vista tra il 2006 e il 2011, prima che l’arrivo di Andrea Agnelli riportasse ordine, idee e, soprattutto, un presidente che avesse davvero a cuore la Vecchia Signora.